Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con assoluto potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito ed i latifondisti. L'esercito volle ben presto fare e disfare, o almeno approvare esso gl'imperatori, dividendosi qualche volta in partiti, e proclamandone più d'uno nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e spesso sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti uffici dello Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e si trovavano alla testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano nelle città insieme con una plebe di nullatenenti oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era necessario far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola con spettacoli e giuochi: panem et circenses. Se a tutto ciò s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata, quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, erano già in maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, si capirà facilmente che ormai non c'era più forza umana che potesse evitare una spaventosa catastrofe.

A tutte queste cause civili, militari, economiche di divisione e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione religiosa. Il Cristianesimo s'avanzava trionfante dall'Oriente, annunziando il principio di una nuova rivelazione, d'una nuova vita morale. La sua teologia nasceva, è vero, dall'innesto della filosofia greca col Vangelo; ma esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui l'Impero era fondato. Il monoteismo era la negazione del politeismo; la rivelazione non s'accordava con la filosofia antica. Il Cristianesimo condannava la forza e la violenza, proclamava tutti gli uomini, tutti i popoli uguali innanzi a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla violenza, sottomesso tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste e di Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo aveva valore solo come apparecchio alla vita d'oltre tomba. La società, la patria, la gloria, tutto ciò per cui Roma era stata grande, per cui aveva vissuto, che più aveva ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava di demolire i principii fondamentali di una filosofia, di una letteratura, di una civiltà intera, di tutto un mondo morale, per sostituirvene un altro. È facile immaginarsi qual profondo sovvertimento tutto ciò dovesse portare nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi dovesse lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. Ma il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare la nuova pianta, per farla crescere più rigogliosa. Tutti gli oppressi accoglievano con ardore la nuova fede, che valendosi delle vecchie istituzioni romane, fondava una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente di tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, per costruirne dei nuovi; trasformava gli antichi tempii; fondava ospedali, istituti di beneficenza, scuole, che erano tante fortezze destinate a demolire sempre più la vecchia società. La caduta dell'Impero non spaventava punto i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. La stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, appariva loro come provvidenziale, perchè destinata a punire quelli che ancora adoravano gli Dei falsi e bugiardi, che tenevano sempre aperto il tempio di Giano.

Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, che gli uomini dell'antica società si abbandonassero allo scetticismo, alla disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, non è da far maraviglia. Ma pur grande veramente doveva esser sempre la vitalità dell'Impero, se potè continuare a resistere più secoli, respingendo l'un dopo l'altro i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. Di questa sua vitalità, non solo materiale ma anche morale, fu prova la diffusione e la importanza in esso assunta dalla filosofia stoica, che venne di Grecia, ma ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col quale tentò assumere la direzione della vita, pigliando quasi il posto della religione. Difficilmente nella storia del mondo si troverebbe un tentativo più nobile, più eroico e più disperato ad un tempo, di quello fatto dagli stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti popoli, alla fusione e confusione di tante religioni, di tante forme diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi cercarono di rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi del Cristianesimo, fondandosi sul concetto, sul culto della più pura, disinteressata virtù. Rinunziando alla speranza d'una vita futura, ad ogni ricompensa in questo o nell'altro mondo, disprezzando la gloria presso i posteri, non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano la virtù come fine a sè stessa, scopo unico della vita, come quella che trovava in sè ogni compenso, sgorgava spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo. La serena tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, per difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, quasi volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar la gloria dell'antica Roma. Ma pur troppo non era che un tentativo filosofico, il quale non poteva esser che l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile che penetrasse nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. Pure fu come un baleno, che per breve tempo illuminò di luce vivissima l'Impero, e che più tardi sembrò ripetersi novamente colla diffusione del Neoplatonismo, predicato da Plotino e da Porfirio.

Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione dello Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. Indifferente alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale ed appariscente grandezza, amico della giustizia e della virtù, era nemico della guerra. Ma quando i confini dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli assunse il comando dell'esercito, e combattendo fino alla morte con valore di gran capitano, li respinse e disfece. Nè durante il conflitto tralasciò le sue meditazioni filosofiche; ma ritirandosi la sera nella tenda, continuava a scrivere quei Pensieri che rimasero immortali. «Nessuno, dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo suo uso, senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero morale, puro, libero da ogni legame sistematico o dommatico, si sollevò ad un'altezza che non fu mai superata. Ed il suo libro, il più puramente umano che sia stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè egli fu il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla morte di Domiziano all'ascensione di Commodo al trono (96-180 d. C.), noi troviamo, con Nerva, Traiano e i due Antonini, una serie di sovrani che rappresentano la giustizia, la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. Il Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato lodatore di Bruto, è pieno della più entusiastica ammirazione per quel periodo dell'Impero. Il Gibbon afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo mai, durante tutta la storia del mondo, il genere umano fu più felice, non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui appunto sorvola più che mai sulle crudeli persecuzioni dei Cristiani, per parte d'alcuni di questi medesimi imperatori, è pur costretto ad aggiungere, che tutto dipendeva allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. Infatti prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei pessimi. E subito le forze disorganizzatrici, che solo per breve tempo poterono rimanere latenti, si scatenarono, portando alla superficie quella corruzione e decomposizione sociale, che non poteva più essere fermata, e che doveva inesorabilmente aprire la via ai barbari.

CAPITOLO II I Barbari

L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, i quali si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo ripetutamente i Romani, aprì a questi la prima volta gli occhi sul pericolo che li minacciava dalla Germania. C. Mario, è vero, in due grandi battaglie (102 e 101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo molte vittorie, si trovò anch'esso di fronte ad un esercito germanico, comandato da Ariovisto che, passato il Reno, era penetrato nella Gallia, combattendo valorosamente. Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma ivi trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso e quasi nomade; una società in tutto profondamente diversa dalla romana; un clima assai rigido; un suolo pieno di paludi e di boschi, senza possibilità di approvvigionamenti, infesto all'avanzarsi d'un esercito romano. Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, capì subito, che non era il caso di pensare ad una stabile conquista, molto meno a romanizzare quelle genti, e si ritirò novamente al di qua del Reno.

Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza del valoroso capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono nel cuore della Germania; vi portarono le loro leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E la conseguenza fu una tremenda insurrezione capitanata da Arminio, che distrusse un esercito di tre legioni. Il console Varo ed i principali suoi ufficiali, per non sopravvivere al disastro e al disonore, si dettero la morte (9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito romano; insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, ed era stato colmato di onori. Ad un tratto, tornato fra i suoi, messosi alla testa della insurrezione, aveva tratto in agguato gli antichi commilitoni, dei quali si fingeva sempre amico, e si era scagliato contro di essi con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati gli occhi, fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie d'ingiurie più sanguinose. Venne perfino disseppellito il cadavere del Console, per poterlo insultare. Anche Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di Arminio, che aveva cercato di fondare un regno a similitudine delle istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, e dei quali si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del pericolo, si manifestò nemico aperto. Da tutto ciò appariva evidente, che nelle popolazioni germaniche v'era un odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che nè i benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano in modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato a vendicare la disfatta di Varo, ma le vittorie del valoroso capitano furono pagate ad assai caro prezzo. Nel clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. Una formidabile tempesta, distrusse una parte non piccola dell'esercito, che si ritirava dalla parte del mare.

Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso che l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, senza pensare a nuove conquiste, e lo raccomandò nel suo testamento. Lungo i due fiumi venne infatti costruita una linea di fortificazioni, e l'Impero si attenne generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, avanzandosi vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito anch'esso, tornò indietro, la Dacia, al di là del fiume, restò sempre provincia romana, il che fu un grave errore, come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè esso non segnava più i confini dell'Impero, che s'erano portati innanzi fino alla Dacia orientale, dove non era ugualmente agevole fortificarli. Tuttavia, per circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, gli assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente respinti. Questa difesa anzi fu la costante occupazione dell'Impero, e quasi la sua principale ragione di essere.

Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che assalivano con tanta persistenza? Vissuti una volta, come è generalmente ammesso, nell'Asia, insieme con coloro che più tardi furono i Greci ed i Romani, avevano con essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, si divisero, partendo per direzioni diverse. Il clima più mite, il suolo più fertile, la posizione geografica più fortunata, la vicinanza dei Fenici e degli Egiziani, fecero fare un rapido progresso a quelli tra di essi che andarono nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire in Germania, dove invece, per le avverse condizioni del suolo e del clima, per il nessun contatto con popoli civili, s'andò formando, in un periodo di molti secoli, una società affatto diversa, che ai Romani poteva apparire di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, potevano, al contatto colla civiltà, come poi avvenne, progredire rapidamente.

Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche notizia precisa. Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, con un'agricoltura affatto primitiva. Vivevano della caccia, della pesca, sopra tutto del prodotto degli armenti, loro cura principale. Il latte, la carne, il formaggio erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, la luna, il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che vedevano, e da cui ricevevano benefizio. Pieni di grossolane superstizioni, di costumi crudeli, non avevano ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che sopra tutti richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste popolazioni, in continuo moto, non conoscevano la proprietà privata della terra, la quale era invece posseduta collettivamente dai villaggi, anzi dalle parentele, Cognationes come esso le chiamava, Sippen come le dicono i Tedeschi. Appena si fermavano, i Magistrati o sia i loro capi, dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo un anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di nuovo, nello stesso modo, il terreno. Le case erano specie di capanne da potersi facilmente decomporre e trasportare, come proprietà mobile, sui carri, colle masserizie, coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le guerre coi vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro occupazione continua, il bisogno costante d'una gente, la quale con la sua rozza agricoltura esauriva subito il terreno che aveva occupato. Cesare restò assai maravigliato in presenza d'un genere di vita tanto diverso da quello dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi barbari. Gli risposero, che vivevano a quel modo, perchè una troppo assidua cura dei campi non li dissuefacesse dalla guerra, ed una costruzione più accurata e solida delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo ed il caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle fortune e l'avidità del possedere non arricchisse i potenti, spogliando i deboli; si evitasse quella cupidigia da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva i suoi campi uguali a quelli dei più potenti.[3] È difficile credere che questo fosse proprio il linguaggio dei barbari. Ma è di certo il concetto che più o meno sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana alla barbarica.