Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che forse da lui stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo alla testa degli Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è nella storia conosciuto col nome di Flagellum Dei. Basso di statura, di testa grossa, naso schiacciato, occhi piccoli, aveva il colore olivastro dei Tartari, agitava lo sguardo feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo incesso qualche cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore di popoli. Non si può dire però che fosse un genio militare, perchè, oltre alle sue molte scorrerie, saccheggi e stragi, una sola grande battaglia esso dette, e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa generosità, e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era possibile in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai dovette essere la sua potenza di comandare e di organizzare, essendo riuscito ad aumentare di molto i popoli che lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani, Ostrogoti, Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il dominio di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, e minacciando Persepoli, confinava da una parte colla China, da un'altra coll'Impero. In sostanza però questa era più che altro una vasta agglomerazione di popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui obbedivano, quando sapeva secondarli nelle loro voglie di guerra e di rapina, dalle quali egli stesso cavava profitto. Il potere effettivo e diretto lo esercitava nella Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, egli fu per diciannove anni, dal 434 al 453, come una spada di Damocle sull'Impero d'oriente e su quello d'occidente, i quali perciò si trovarono finalmente uniti contro il comune nemico.
Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da Costantinopoli e da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. Invano si cercava di frenare le pretese sempre crescenti di quel barbaro, che si tirava dietro così sterminata moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, sui quali regnavano allora i due fratelli. Si presentarono ad Attila, che li ricevette a cavallo, e neppur essi scesero di sella. Il resultato dell'ambasceria fu, che bisognò rassegnarsi a raddoppiare il tributo, che l'Impero d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo Attila richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una città da lui presa, sebbene fossero stati già impegnati per grossa somma di danaro. Il più singolare pretesto di guerra fu però un altro. Onoria, sorella di Valentiniano III, era stata nella sua età di sedici anni scoperta in intrigo amoroso con un basso ufficiale della Corte di Ravenna, e fu per punizione mandata dalla madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo pareva divenuto un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli era sempre dominato dalla sorella Pulcheria, che nel 421 gli aveva fatto sposare Atenaide, figlia d'un filosofo greco, battezzata col nome di Eudocia. Tutti della Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi giunse, si sentì come chiusa in una carcere. Si narra che per disperazione ricorresse allora allo strano partito di mandare il proprio anello ad Attila, perchè venisse a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli. Attila avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto che si meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar lite con l'Impero, se ne valse di pretesto per chiedere non solo la mano d'Onoria, ma anche l'eredità cui essa aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato fin sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce Teodosio a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. Ogni anno con nuove ambascerie aggiungeva domande a domande, pretese a pretese.
Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra tutte, perchè ne abbiamo assai minuta e autentica descrizione da chi ne fece parte. Nel 448 arrivarono a Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre di Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre di quel Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori d'occidente. Essi fecero varie domande, fra cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi. E mentre che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, fece, per mezzo suo, la proposta di far uccidere Attila. Edecone finse d'accettarla con animo però di rivelar poi tutto al suo Signore. E intanto, perchè meglio rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si faceva, insieme cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il retore Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli ambedue affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto a loro. E ciò perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente ingannar meglio Attila. Menavano con loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire. Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono paesi disertati dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando il suolo sparso di ossa e di teschi umani, e città quasi distrutte, nelle quali erano rimasti solo pochi vecchi e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono alla tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi accolse i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette fuggitivi, rimandò indietro l'interpetre a chiedere gli altri, e invitò i due inviati di Costantinopoli a seguirlo più oltre nel paese, là dove era il suo palazzo, e dove avrebbe dato loro risposta.
Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, traversando i fiumi sopra alberi scavati o tavole connesse, e giunsero alla capitale unna. Colà videro Attila che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto veli tenuti distesi da altre giovanette. Il re si fermò a cavallo dinanzi alla porta del suo primo ministro, la cui moglie uscì ad offrirgli cibo e vino, mentre altri tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il palazzo di Attila era come una grossa capanna costruita con tavole di legno, non senza qualche eleganza. Intorno ad essa si vedevano sparse le abitazioni delle sue varie mogli. Un solo edifizio di pietra si trovava colà, ed era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che v'ha di più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei quali aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli diceva, esaltando i barbari, quando non c'è guerra, si gode una piena libertà. Ma voi state male nella guerra e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri a difendere l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, dalle spie, dalla grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono alle pene ed alle tasse, che s'aggravano invece sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende dalla divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno la dovuta mercede. Noi non possiamo, al pari di voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo invece come padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. Abbiamo leggi a difesa di ogni giusto diritto. È sacra per noi anche la volontà dei morti, che possono per testamento lasciare a chi vogliono i loro averi. — Ah! sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son buone, la legislazione romana eccellente; ma chi le esegue, chi le rispetta? I vostri governanti, non più degni dei loro antenati, spingono lo Stato alla rovina. —
Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi al suo palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli ambasciatori d'Occidente, dai quali sentiron dire che esso si teneva padrone del mondo, voleva comandare a tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo possedere la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, confitta in terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di sangue d'una sua bestia, che vi s'era ferito il piede nel camminare. Finalmente assisterono ad un gran banchetto nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra una specie di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad un letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso il suo primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano il primo ministro Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur questi posti furon serbati a noi», osservava Prisco. Di fronte erano i figli del re; intorno alla sala, lungo le mura di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato in giro del vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento e coppe d'oro. Attila invece, con grande semplicità, mangiava solo carne su piatti di legno, e di legno erano anche le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che dietro di lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati di pietre preziose. Verso sera si cantarono, fra un generale entusiasmo, canzoni in lode delle imprese di lui. E poi vennero buffoni, fra cui un Moro, nano e gobbo, coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila, il quale ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse assai irritato, per aver saputo della trama contro di lui ordita, pure gli oratori, che sinceramente negarono tutto, dopo lunghe trattative, obbligandosi a pagar nuove somme di danaro, par che riuscissero finalmente a concludere un accordo temporaneo.
Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio moriva per una caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. La moglie Eudossia era da più tempo in esilio per accusa d'infedeltà. Successe la sorella di lui Pulcheria con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione di non avere nessun contatto con lui. Ed egli cominciò a governare, condannando a morte l'eunuco Crisafio, che aveva ordito la trama segreta contro la vita di Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto però si vide che egli non era della tempra mite di Teodosio II, perchè quando Attila, con le solite minacce, richiese il pagamento del tributo, rispose subito: «Agli amici i doni, ai nemici il ferro.»[20] Così la guerra si poteva ritenere ormai inevitabile.
Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla testa d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere a 500, altri a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi in moto; bisognava solo decidere se attaccar l'Oriente o l'Occidente. Ad attaccar l'Oriente, che era più vicino, sarebbe stato necessario traversare un paese già più volte saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura di Costantinopoli, posizione fortificata, che avrebbe presentato una formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano era deciso a difendersi. Inoltre un esercito barbarico come quello di Attila, composto di genti assai diverse, se non vinceva nel primo impeto, facilmente poteva disciogliersi. Nell'Occidente invece, sebbene più lontano, tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli Unni. L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso di certo, ma stato sempre in buoni termini con Attila, e più volte da lui aiutato. La Gallia era occupata quasi tutta da barbari fra loro in discordia. Una parte dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che promettevano di secondare l'impresa di Attila con uno sbarco nella Gallia meridionale. Pretesti di guerra a lui non mancavano mai. Chiese allora appunto non solo la mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, ma anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, spettata in dote. E quando gli fu risposto, che essa era già moglie d'un altro, disse che lo avevano fatto per non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare.
Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in realtà ben diverso da quel che pareva, e che Attila credeva. Prima di tutto Teodorico re dei Visigoti, uomo di molto valore, non che essere avverso ai Romani, inclinava non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la propria figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi del nome romano. Ma Genserico, credendo o fingendo di credere, che la figlia di Teodorico lo volesse avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso e delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia mortale, che richiedeva una delle sanguinose vendette barbariche. Il generale Ezio era stato amico degli Unni, ma si trovava in una posizione simile a quella di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato, egli era invece un Romano lungamente vissuto coi barbari. Non si poteva quindi supporre che, quando l'Impero si fosse trovato in guerra cogli Unni, Ezio potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene il sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di sangue e di razza diversa affatto da quella dei Germani non meno che dei Romani; essendo nomadi, pagani e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto a Salamina, o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo avrebbe potuto non poco mutare il suo cammino. In ciò stava la grande importanza storica della prossima lotta. Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e di civiltà, si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo del suo amico Avito, cittadino autorevolissimo dell'Impero, seppe indurli a stringere l'alleanza. Lo scontro decisivo s'avvicinava a gran passi.
Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando il paese, trucidando gli abitanti, che sembravano incapaci di resistenza, salvo in alcune poche città, nelle quali lo spirito religioso s'accendeva contro la pagana barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono desolate, santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, assai scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, incolume. Orléans, resa più tardi assai celebre dalla difesa di Giovanna d'Arco, fece anche allora viva resistenza, per eccitamento del suo vescovo, il quale, quando la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire Ezio, che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei nemici oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, quando apparvero gli eserciti riuniti di Teodorico e di Ezio, che obbligarono Attila a retrocedere, per apparecchiarsi alla battaglia, la quale non molto dopo ebbe luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa seconda città, che era aperta e poteva facilmente essere saccheggiata, fu salva per opera del suo vescovo Lupo, il quale seppe in modo singolare, quasi misterioso, imporre rispetto ad Attila.
Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la grande battaglia, fece consultar le viscere degli animali, e la risposta degli auguri fu, che gli Unni avrebbero perduto, ma che il generale nemico sarebbe morto. Ciò lo impensierì non poco; pure i due eserciti s'attaccarono finalmente (451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro gli Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano i Romani, comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati da Teodorico. Invece Attila stette al centro coi suoi Unni; a destra e sinistra pose i popoli a lui confederati: i Gepidi e gli Ostrogoti erano di fronte ai Visigoti. Questa battaglia, notevolissima per la sua storica importanza, fu anche una delle più terribili che si ricordi. Bellum, dice Jordanes, atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nullum narrat antiquitas. Ed aggiunge che il sangue versato fu tale e tanto, che mutò in grosso e rosso torrente un vicino ruscello, liquore concitatus insolito, torrens factus est cruoris augmento: e in esso dovevano dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con molto valore, ma Teodorico perde la vita sul campo. Attila fece coi suoi sforzi sovrumani, e pareva un leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare del resultato finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un monte di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la fortuna gli fosse stata veramente avversa. Jordanes afferma che in quel giorno morirono 162,000 combattenti, senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò dimostra la parte non piccola, che in tutte queste notizie ebbe la fantasia, allora e per molto tempo di poi. Una leggenda posteriore illustrata dalla poesia e dalla pittura, aggiunge che, nella notte seguita alla battaglia, si videro in cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene l'esito della battaglia non fosse stato veramente decisivo, pure Attila si ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si potè affermare che la profezia fatta dagli auguri si era avverata. Il merito principale del felice resultato fu certo di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato soldato assai coraggioso e di gran valore strategico, era riuscito ad assicurare all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale che il suo destino dovesse sempre somigliare a quello di Stilicone. Infatti, non avendo egli inseguito Attila, subito si disse che tradiva, che non voleva la totale distruzione dei nemico, per non lasciar divenire ancora più potenti i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già troppo contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore di Teodorico nella persona di Torismondo, che dovè subito ritirarsi nel suo regno, per rafforzare la propria posizione già assai incerta e combattuta. Così non era facile allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di qualche agguato; ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, e si ritirò nella Pannonia, per riordinare i suoi ed apparecchiarsi a nuove imprese.