Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè s'avanzò subito verso l'Italia, e nel 452 era già sotto le mura d'Aquileia, dove trovò una così tenace resistenza, che stava per levare, scoraggiato, l'assedio. Narra però la leggenda, che in quel momento appunto vide alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano la città; il che gli fece capire che dentro le mura non c'era più cibo per nessuno. Sospese quindi l'ordine di ritirata, e poco dopo la città si arrese a lui, che la distrusse a segno tale da lasciarne appena le vestigia. Altino, Concordia, Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre si salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, senza resistenza, al saccheggio.

Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila il nome di Flagellum Dei, e spinsero i profughi d'Aquileia e delle vicine città a riparare nella laguna veneta, dove fu così fondata la città di Venezia, unica al mondo per la sua storia, la sua posizione e la sua incantevole bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta, la Piave, il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno dall'altro, sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato il Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano sassi che, secondo la grossezza ed il peso, si arrestano più o meno lontano dalla riva. Così si formarono prima la Laguna, e poi il Lido, che costituisce dalla parte del mare come un forte antemurale, superato il quale, può navigare nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura guardia delle isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi italiani, per salvarsi dalle orde finniche degli Unni, fondarono la città che, come osserva l'Hodgkin, doveva più tardi eroicamente difendere l'Europa contro i Turchi.

Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di Attila verso Roma. Se non che il suo numeroso esercito, che tutto distruggeva, facendo intorno a sè il deserto, cominciava a soffrire la fame, e ad essere decimato dalle malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso, di che molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di mandare aiuti da Costantinopoli, ma pareva accennare a volere esso stesso direttamente attaccare le terre degli Unni. Tutto ciò poneva naturalmente non poca incertezza nell'animo di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva a lui, come a molti dei barbari, una specie di spaventoso terrore, e la fine di Alarico gli era sempre presente. La religione cristiana, a cui egli non credeva, ma che pure, pel numero grande de' suoi credenti e per la sua propria natura, esercitava su tutti una straordinaria azione, anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile reverenza. A coloro che in nome di essa autorevolmente gli parlavano, pareva che non sapesse più che cosa rispondere: restava confuso. E fu quando era in queste disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano parte l'ex-console Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. La guidava lo stesso capo venerabile della cristiana religione, il successore di Pietro, il rappresentante di Dio sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse più grande in quel secolo.

Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma, perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.» Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici, chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva, procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana. Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale. Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada lentamente svolgendo attraverso i secoli.

Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452, presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno si trovava allora, non è possibile dirlo.

La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I. Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21] Per gl'Italiani Attila restò sempre il Flagellum Dei, e tale ce lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve colla stessa rapidità con cui s'era formato.

Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale, che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato la vostra destra. — E così fu veramente.

L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio, la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453), e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine. Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi.

CAPITOLO X Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, Oreste ed Augustolo

Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, senatore romano, che era già stato Console e Prefetto: un uomo di circa sessant'anni, ritenuto avverso alla dinastia di Teodosio, e però a molti assai poco gradito. Questo malumore venne aggravato dal fatto che egli accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano, il che fece nascere il sospetto che avesse tenuto mano all'assassinio, di cui ora profittava. S'aggiunse che volle per forza sposare la giovane Eudossia, la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima ad unirsi con un vecchio, creduto assassino del proprio marito. Tutto ciò fece al solito nascere la leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato a venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e saccheggiarono Roma. Ma questa notizia, che è data da Procopio, è ignota affatto ai contemporanei, o è ricordata da qualcuno di essi con un semplice si dice. Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta dei Vandali è troppo breve, per potere dar fede alla leggenda. Il dubbio è poi confermato anche dal fatto, che Eudossia non fu risparmiata, ma venne menata in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, giacchè l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già più volte avevano fatto scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale, dallo stato d'anarchia in cui si trovava adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori d'Africa, coi quali avevano ingrossato il loro esercito, erano divenuti una specie di pirati, che mettevano terrore nel Mediterraneo; e le loro selvagge crudeltà venivano esagerate dalla leggenda. Si raccontava, fra le altre cose, che quando non potevano subito prendere una città, facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto le mura di essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava poi la popolazione ad arrendersi; come se in questo caso non sarebbero stati essi i primi a soffrirne. Certo è che distruggevano le chiese, trucidavano o pigliavano prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano schiavi. La parola vandalismo è perciò rimasta nel linguaggio comune.