Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali erano alle bocche del Tevere, vi fu a Roma come un timor panico, non avendo l'imperatore Massimo provveduto a nulla addirittura per la difesa delle mura. Egli non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi egli stesso alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca lo sdegno del popolo romano fu così grande, che ne scoppiò un tumulto violentissimo. L'Imperatore venne ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con grida feroci d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi gettato nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, senza governo e senza difesa, contro un barbaro nemico, che rapidamente s'avanzava. Il disordine e l'anarchia furono al colmo. V'erano amici della dinastia teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo; pagani, che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di ciò restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta di Dio; barbari soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece d'apparecchiarsi alla difesa, stavano a guardare che cosa stessero per fare i Vandali, ariani anch'essi.

In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce si alzò ferma, dignitosa, sublime, e fu anche questa volta quella di Leone I. In uno de' suoi più celebri discorsi, fatto nel giorno di S. Pietro e S. Paolo, egli esclamava: «Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che si ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, e più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che ai beati martiri. Ma chi difende, chi salva questa Città, i giuochi del circo o la fede nei Santi? Tornate al Signore, intendendo le cose mirabili che Esso ha operato per noi, riconoscendo la nostra libertà non già, secondo l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma dalla misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato di mitigare il cuore dei furenti barbari.» Questo discorso, che secondo alcuni (Papencordt) si riferisce appunto alla venuta dei Vandali, e secondo altri (Baronio e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive in ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo quinto, lo stato degli animi, e quale la condotta del Papa. Anche questa volta Leone I fu il solo che osò uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma con Genserico non potè ottenere lo stesso resultato che aveva avuto con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche più selvaggi, erano già vicini alla Città eterna, assetati di preda e di sangue. Fu tuttavia promesso che le chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che sarebbe stata risparmiata la vita di coloro che non avessero fatto resistenza.

Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono in Roma (giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal tradimento d'un barbaro ariano, che avrebbe insegnato loro la via più facile. Per quattordici giorni la Città andò a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso il palazzo imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue greche e romane. Lo stesso si fece nella Campania. Furono imbarcati anche i sacri e venerati arredi, che dal tempio di Gerusalemme erano stati portati in trionfo a Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti sull'Arco di Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò più tardi, che Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e li portò a Costantinopoli. Certamente si può credere che la rovina generale di Roma per opera dei Vandali, quale alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato dal fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è certo pure, che dai tempi di Brenno in poi, essa non aveva sopportato mai uguale sventura e vergogna. Insieme colle statue, coi metalli e colle pietre preziose, i Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte dei quali ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri v'erano, oltre un gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice Eudossia con le due figlie Eudocia e Placidia. La prima di esse venne poi da Genserico data in isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con la madre tenuta sette anni in onorevole prigionia, per essere finalmente rimandate entrambe in Costantinopoli all'imperatore Leone, che da lungo tempo le richiedeva. Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i mariti dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate solo dalla carità veramente eroica del vescovo Deogratias in Cartagine. Egli trasformò le chiese in ospedali per i prigionieri ammalati; vendette gli arredi sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e liberare gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle mogli. La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella quale egli, vecchio com'era, assisteva giorno e notte i malati, fino a che ne morì di fatica e di stento. I suoi fedeli lo seppellirono allora devotamente in luogo segreto, per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose dei barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del mondo romano, solo i rappresentanti della religione e della Chiesa sapevano dar prova di umana dignità e di eroica grandezza. Certo è che col sacco dato dai Vandali, l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a sorgere, facendo prova d'una grandezza diversa, ma non meno ammirabile. La gloria del Campidoglio più non esiste, comincia quella del Vaticano.

Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza dei Vandali, fu tale, che per alcuni mesi essa non pensò punto ad eleggersi un nuovo Imperatore. Se ne occupò invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il quale, secondato dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles, e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio del 455 assunse la porpora. Questi era un nobile dell'Auvergne, valoroso soldato di Ezio, che per mezzo suo era riuscito a concludere l'alleanza dei Visigoti coi Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella che rappresentava la prevalenza della provincia e dei barbari, piacque poco a Roma ed al Senato, sebbene venisse approvata a Costantinopoli.

Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva adesso dai Vandali; e perciò contro di essi Avito mandò il valoroso generale Ricimero, figlio di padre svevo e di madre gota, il quale era loro acerrimo nemico, e si mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della Sardegna, secondo altri, della Corsica; ma in verità par che si combattesse presso l'una e presso l'altra isola. Questa vittoria fece di Ricimero un uomo più potente dello stesso Imperatore.

Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di Stilicone e di Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza del passato, pensò di non lasciarsi, come era seguito ad essi, disfare dagl'imperatori; ma invece disfarsi egli di loro appena che li vedeva divenire a lui pericolosi. E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo quattro, sostituendoli con sue creature, alle quali serbava sempre la stessa sorte. E fu questo il processo della finale distruzione dell'Impero d'Occidente, che, per mezzo appunto di Ricimero, passò definitivamente in mano dei barbari. Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma ancora perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte dell'uno e l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche tempo senza un proprio sovrano. E questi lunghi interregni finirono col persuadere, che si poteva facilmente fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un barbaro, ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere in suo proprio nome.

Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava ai suoi eletti, fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma non trovava favore, che il barbaro faceva da padrone, si sentì come mancare il terreno sotto i piedi, e pensò d'andarsene nella Gallia, dove era stato eletto, per raccogliere colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando così di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai quali non poteva certamente piacere il vederlo andare a cercare aiuto nella provincia, diffidando della capitale. E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a Piacenza, costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi vescovo. Il potere imperiale si trovò allora nelle sue mani, fino a che egli non si decise a far eleggere un successore.

Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però ad opposti resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva dire anche in Oriente estinta ogni traccia della dinastia di Teodosio. Il potere effettivo cadde del pari nelle mani d'un generale barbarico, Aspar, il quale era ariano e comandava i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, che fu acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. Questi assunse la porpora e fu consacrato dal patriarca di Costantinopoli, consacrazione che era un fatto assolutamente nuovo. Si volle forse con essa supplire alla mancanza d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse la sola acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa un'autorità che essa non aveva mai avuta in passato, e della quale seppe meravigliosamente profittare nell'avvenire. Se ne avvantaggiò intanto il nuovo Imperatore, che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a disfare gli altri che a lasciarsi disfare.

Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era rimasta senza imperatore, egli propose che s'eleggesse Giulio Valerio Maioriano. Questi era stato un altro valoroso soldato di Ezio, era amico di Ricimero; e dopo aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato a deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di Magister militum. La proposta della sua elezione fu subito accolta con favore, non tanto da Ricimero, che in sostanza pareva più che altro piegarsi per prudenza alla volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato, i quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano assai volentieri uno che tenevano dei loro. E così il 1º di aprile, presso Ravenna, Maioriano prese la porpora, e subito dopo scrisse al Senato una lettera nella quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi di Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà avrebbero sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per mantenere la promessa. Cercò di sollevar le province dalle troppo gravi tasse, sopra tutto dagli arbitrii del fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e tutte le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. Egli sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo più militare, che politico; appoggiandosi quindi al Senato ed ai Romani, cominciò col tenere a freno le province, sopra tutto i Visigoti, verso i quali die' prova di grande energia in una spedizione che fece nella Gallia.

Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A combatterli, nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, egli s'apparecchiò per tre anni continui, cercando di mettere insieme un poderoso esercito, che venne ingrossato ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli. Apparecchiò una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento andare nella Spagna, e di là passare poi in Africa. Ma le difficoltà furono assai maggiori che non pensava. Ricimero sembrava starsene a guardare senza aiutarlo; i Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi. Genserico, sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, perchè il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò anche l'acqua dei pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza d'astuzie e di tradimenti ad impadronirsi d'una parte della flotta di Maioriano, ed a distruggerne il resto. Se questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali, sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato la forza e l'autorità di Ricimero. Ma successe invece il contrario: fu vinto, e dovette ritirarsi umiliato. Traversando la Gallia, venne poco a poco abbandonato dai suoi alleati; e giunto al di qua delle Alpi, colla propria guardia, fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato, disfatto ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò solo padrone in Italia.