Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che stette quattro anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, giacchè par che Ricimero continuasse a farla da padrone. Genserico intanto, il quale non aveva mai dimenticato la rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava ora di rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli prima o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere in Occidente un imperatore di suo gradimento. A tal fine aveva già mandato a Costantinopoli Eudossia con la figlia. Ma Ricimero sapeva anche giocare d'astuzia; e quando dopo la morte di Severo (novembre 465) l'Italia era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I mostrò desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, egli, pigliando la palla al balzo, lo fece subito eleggere (467), e poco dopo ne sposò la figlia. Così l'Oriente e l'Occidente si trovarono invece nuovamente alleati, e si cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, che partirono con 100 mila uomini nella primavera del 468. A questa impresa però, con tanta cura apparecchiata, nocque assai l'attitudine ostile dei due generali barbari, onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, l'autorità dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua opposizione fece sì che Maioriano mandasse poca gente all'impresa, alla quale Aspar metteva dal suo lato più ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace, ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva proposto. E così, nonostante il numero preponderante ed il valore grandissimo dimostrato dai soldati romani, l'impresa andò a male, per gl'inesplicabili errori commessi dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica fama accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il quale in un momento decisivo avrebbe, così almeno si diceva, impedito che andassero in Africa i rinforzi, necessari ad assicurare il resultato dell'impresa.
Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. L'orgoglio dei Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente ne sentì il danno finanziario per moltissimi anni; ma quello che è più, le relazioni tra Leone I ed Aspar s'inasprirono per modo da rendere inevitabile un'aperta rottura. Aspar andava da un pezzo divenendo sempre più insolente. S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato assunto dall'Imperatore a compagno nel governo, e più volte richiese con modi poco rispettosi l'adempimento della promessa. Queste sue pretese destavano nella popolazione vivissimo scontento anche perchè egli era ariano. S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima guerra aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo pericolo l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli non aveva nè l'audace energia, nè il valore di Ricimero; che Leone I non era uomo da rassegnarsi a rimanere strumento passivo nelle mani d'un suo generale; e i barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente la forza che avevano in Occidente. Consapevole di tutto ciò, l'Imperatore aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, montanari indipendenti e valorosi del Tauro. Con essi cominciò subito a porre un argine alla prepotenza dei Goti e degli altri soldati germanici; e quando nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo di questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, che poi gli successe nell'Impero col nome di Zenone, fece uccidere Aspar. Ordinò anche l'uccisione dei tre figli di lui; ma uno si trovava lontano, un altro si riebbe dalle ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per questi fatti a Leone I fu dato il titolo di Macellus. Egli s'era però liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando l'Impero dalla prepotenza dei Goti e dei loro compagni.
In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno cresceva la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, che pubblicamente si doleva d'aver dovuto dare sua figlia in isposa ad un barbaro ancora vestito di pelli. Anche qui un conflitto era quindi divenuto inevitabile; se non che la forza e l'accortezza del generale barbarico erano assai preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa d'un esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio di Roma, dove era Antemio, che aveva sempre il favore d'una parte della popolazione. Nell'esercito assediante si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero voleva far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, assediando la Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore stesso. L'assedio durò alcuni mesi, e finalmente Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte per fame, parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; poco dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), e ben presto lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). Così ebbe fine il lungo, confuso e penoso dramma di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè un breve strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora narrati.
Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, che per opera sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò sta anzi il suo vero carattere storico. Egli fu il precursore di Odoacre e di Teodorico, che sono ora per sorgere sulla scena: quasi anello di congiunzione fra di essi e i generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia si assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un barbaro, spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, che questo potere esercitasse almeno di nome. E non solo essa venne allora in piena balìa dei barbari, ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna, dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. I vari elementi che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, cioè, il governo di Costantinopoli e quello di Ravenna, finirono col venire fra di loro a conflitto, chiudendo un'epoca, iniziandone un'altra.
Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, collo stesso potere, dovesse succedere il nipote Gundobaldo, un soldato burgundo, venuto in Italia per far fortuna coll'aiuto dello zio. Dopo aver lasciato per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli fece nominare imperatore Glicerio, che era Comes domesticorum, e fu proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma ora appunto scoppiò il dissenso con Costantinopoli, dove essendo vicino a morte Leone I, sua moglie Verina, sempre inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in Oriente fin verso la metà del 474. Giunto in Italia, esso venne acclamato il 24 giugno di quell'anno, e vediamo scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare andasse a prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia nè come, nè perchè. Certo è solo che fu costretto a lasciarsi consacrare vescovo in Dalmazia, e che non molto dopo morì.
Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la fine di un periodo storico, sappiamo assai poco. Imposto da Costantinopoli per opera del partito che aveva colà vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito, che in Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti della Gallia. Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, egli concedeva a quei barbari ariani l'Auvergne, che dopo essersi validamente difesa, voleva rimanere unita all'Impero. E ciò gli fece perdere la stima dei Romani, senza fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta. Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente scoppiò una nuova ribellione, della quale, come per forza naturale dalle cose, si trovò a capo il generale Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che l'Impero d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere Nepote, che, assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto del 475 a Salona. Colà si trovava probabilmente ancora vivo Glicerio, che da lui era stato vinto e costretto a divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia.
Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni fecero e disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani il potere, fino a che non lo lasciarono addirittura ai soli barbari. E questo definitivo mutamento fu compiuto appunto per mezzo suo. Nato nell'Illirico, egli era d'origine romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però dimorato lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, mandato ambasciatore a Costantinopoli. S'andò così immedesimando sempre più coi barbari; ed è questa forse la ragione per la quale, riuscito come i suoi predecessori barbarici ad impadronirsi del potere, non osò neppur lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello che era stato il disegno invano vagheggiato lungamente da Stilicone e da Ezio. Fece cioè eleggere imperatore suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari, da parte di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato in quello alquanto dispregiativo di Romolo Augustolo. E così, come per ironia della sorte, colui che fu l'ultimo imperatore d'Occidente, portava il nome del primo re e del primo imperatore di Roma.
Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col figlio ancora minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto sentirsi in una posizione incrollabile, tanto più che ora appunto Genserico, divenuto vecchio, s'era indotto a concludere con Ravenna e con Costantinopoli una pace, per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece il germe della debolezza era nascosto appunto là dove pareva che dovesse essere l'origine della forza. Le qualità di romano e di barbaro non si potevano facilmente immedesimare; una delle due doveva soccombere. In Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere al romano; in Oreste, pei tempi mutati, avvenne il contrario. L'esercito, alla testa del quale egli si trovava, era composto di molti e vari elementi: Turcilingi, Sciri, Eruli, che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano andati da principio aumentando, mediante una continua infiltrazione; ed ora che essi formavano addirittura l'esercito imperiale in Italia, volevano prendervi stabile dimora, assicurandosi nella pace e nella guerra la propria sussistenza, come era seguito in altre province occidentali dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma qui appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina d'Oreste. La concessione delle terre voleva dire la permanente dimora dei barbari nell'Italia, lasciata in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e si sentiva di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei soldati che lo abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre (23 agosto 476), un barbaro dell'esercito di Ricimero, con cui aveva assediato Roma. Egli promise di dare ai soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito dal suo rivale, e donde potè a mala pena scampare. La città venne messa a sacco con una strage che durò due giorni interi, e cessò solamente quando giunse la notizia che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso a Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di Stilicone, nel 408 avvenuta nella stessa città. Allora però il grido era stato: morte al barbaro; ora invece era: morte al romano.
Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, ultimo avanzo della imperiale romanità. Non lo uccise, ma lo confinò nella villa Lucullana a Pizzofalcone,[22] presso l'antica Napoli, con una pensione di 6000 solidi. Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo di Odoacre. Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche questo contribuì molto a rendere più sicura la condizione di Odoacre, col quale si chiude l'antichità e s'inizia finalmente il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è caduto, la storia d'Italia incomincia.