Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. Teodorico potè da ultimo bloccarla anche dal mare, quando, essendogli riuscito d'entrare in Rimini, gli fu possibile raccogliere un certo numero di navi. L'assediata città cominciò allora a soffrire crudelmente una fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise molti di coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, nel febbraio 493, quinto anno della guerra, terzo dell'assedio, Odoacre dovè cedere. Il 25 di quel mese egli consegnò suo figlio in ostaggio, ed il 27 l'accordo della resa era definitivamente concluso, per mezzo dell'arcivescovo di Ravenna. Altra prova anche questa della straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi dalla Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità.

I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero perciò luogo a moltissime dispute. Certo è che Odoacre s'arrese, salva la vita, accepta fide, securus se esse de sanguine, come dice l'Anonimo Valesiano. Ma a questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe ottenuto di partecipare al governo insieme col vincitore, restando a capo anche d'una parte delle forze militari. Riesce in verità assai difficile capire come mai ciò potesse avvenire, tanto più che Teodorico era stato mandato da Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è credibile che potesse essere stato concluso in buona fede da nessuna delle due parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. Infatti il 5 marzo 493 Teodorico entrava solennemente in Ravenna, dove gli vennero incontro l'arcivescovo ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena giunto venne aggredito da persone ivi nascoste; e poi lo stesso Teodorico sguainò la spada per ucciderlo colle proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il decaduto principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza quasi trovar resistenza, osservò con cinico e barbarico sorriso: — Si direbbe che non ha ossa. — I parenti e gli amici d'Odoacre subirono tutti, più o meno, la stessa sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva scoperto, e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio e la diffidenza reciproca, quindi la impossibilità di un vero accordo.

CAPITOLO III Il regno di Teodorico

Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè dire solo padrone in Italia. La condizione in cui egli si trovava adesso non era in verità molto diversa da quella di Odoacre. Questi aveva comandato una moltitudine incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra tutto Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una mescolanza di varie genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani o romanizzati,[27] principalmente però Ostrogoti, che davano a tutti un nome comune. Non era quindi neppur questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una banda di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando e guerreggiando, organizzata, come quella d'Odoacre, colla disciplina militare appresa dai Romani. Teodorico veniva, noi lo abbiamo già visto, non come il re di un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di lui c'era un Magister militum, ed a capo delle varie parti dell'esercito erano i Comites, che risiedevano nelle diverse province d'Italia. La grande differenza fra lui ed Odoacre stava solo nel carattere, nell'ingegno politico e militare assai superiore di Teodorico. La sua educazione, in parte anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli, dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, senza mai cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque sia certo che egli non avesse nessuna cultura letteraria, riesce difficile credere, come pur generalmente si dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il proprio nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina d'oro, in cui erano intagliate le prime quattro lettere del suo nome; ma questo poteva anche essere un modo di guadagnar tempo quando doveva sottoscrivere in forma diplomatica i molti atti ufficiali del suo governo.

Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di Teodorico persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni germaniche. Sebbene avesse menato seco anche i vecchi, le donne ed i bimbi, tutto un popolo, o per meglio dire una gran moltitudine, egli era in sostanza il capo militare, il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi possibile trovare più fra di loro la proprietà collettiva dell'antico villaggio germanico, nè quelle assemblee popolari che frenavano il potere regio. Teodorico comandava con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali consultando il suo esercito. In ogni modo essi non avrebbero potuto mai legiferare pei Romani, nè i Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo di Patrizio, per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre, teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente distrutta. Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se quello d'Occidente moriva, il suo potere ricadeva in quello d'Oriente, fino a che non veniva eletto il successore. Di certo, come Ricimero, come Oreste, come Odoacre, anche Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in Italia, possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma questo potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, era in contradizione manifesta con la missione a lui affidata, e che egli aveva accettata: bisognava quindi legalizzarlo, e ciò non poteva farlo che l'Imperatore, a cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la battaglia dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato in Ravenna, ma già si sentiva padrone dell'Italia, aveva mandato un'ambascerìa all'Imperatore, per potere assumere la dignità regia, ab eodem sperans se vestem induere regiam.[28] Questa ambascerìa non ottenne però nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, cui successe Anastasio, che non mandò risposta. E, Teodorico, il quale era allora già entrato in Ravenna dove aveva ucciso Odoacre, si lasciò nominare re dai suoi Goti, che non aspettarono la risposta del nuovo Imperatore.[29] Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. In sostanza non era un re, ma un tiranno come Odoacre, che egli perciò appunto era venuto a combattere in nome dell'Impero.

Questa sua difficile condizione migliorò non poco nel 498, quando, essendo divenuto di fatto assai più potente, riuscì finalmente, con una nuova ambascerìa, ad ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne, omnia ornamenta Palatii, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli. Non bisogna però credere che la nuova autorità gli fosse concessa, senza fissarne limiti e senza qualche determinazione. Tanto Cassiodoro quanto Procopio accennano a patti e condizioni. Il secondo di questi scrittori ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono vinti da Belisario, gli affermassero d'aver sempre fedelmente rispettato i patti e le condizioni imposte ad essi dall'Impero. Teodorico di certo aveva il comando dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti gli ufficiali dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o anche un re dei Romani indipendente da colui che lo aveva mandato. Egli non poteva promulgar vere e proprie leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali dovevano restare dentro i confini di ciò che avevano già prescritto le leggi, che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i quali erano una magistratura comune del pari a tutto l'Impero. Uno di essi veniva eletto in Oriente; l'altro era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva essere confermato a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose che riconfermano la persistenza della unità dell'Impero.

Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, sebbene qualche volta egli pretendesse di esercitarlo anche nelle isole e nell'Africa. D'impero di Occidente non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non riconobbe mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli, altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno ebbe un altro carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione rimase nelle mani dei Romani; le armi restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E questo fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un ordine di severa proibizione, emanato assai più tardi da Teodorico, quando egli cominciò a temere di una ribellione in Italia. Anzi non è facile neppur credere alla loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon mente al significato assai lato, che aveva allora la parola Romano, ed all'essere l'esercito goto composto di genti diversissime. Esso era certamente goto, e chiunque ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo stesso Cassiodoro, il quale ripete più volte che la difesa dello Stato era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (VIII, 21 e 22) l'esempio di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza di Teodorico, educato nella lingua dei Goti, e insieme con essi nell'esercizio delle armi. Dei Romani certo ne furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non vennero esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era ad essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso scrittore, quando narra che una volta dovè abbandonare il proprio gabinetto, ed armare le sue genti per difendere l'Italia meridionale, minacciata da un assalto dei Bizantini. Una divisione assoluta e matematica non era possibile. E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in mano dei Romani, non si può neppure presumere che i Goti ne fossero esclusi del tutto. Alcuni dei loro grandi erano intimi consiglieri di Teodorico, e nella condotta della politica generale, esterna ed interna, avevano una parte importante, assai più reale che apparente.

I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai Comites Gothorum; lasciarono ai Romani le loro leggi, le loro istituzioni, i loro giudici, che erano i rettori delle province, nelle quali i Comites comandavano solo come capi militari. Nelle cause miste il magistrato goto doveva aggregarsi un Romano, e giudicare secondo equità, il che finiva col far prevalere anche in questi casi il diritto romano. Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva naturalmente un carattere principalmente militare. Nel diritto civile, e più ancora nel penale, che è di sua natura territoriale, prevaleva la legge romana. Così si spiega come quello che si chiama l'Edictum Theodorici, perchè è il più importante di quanti egli ne fece, venisse compilato su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei barbari, sebbene non si trovi in esso traccia visibile di quelle consuetudini germaniche, che certo non potevano presso di loro essere spente del tutto.

Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero in vigore, e si possa anche credere, che tra le condizioni imposte dall'Impero a Teodorico, vi fosse quella appunto di lasciare agl'Italiani l'uso della loro legge, pure si afferma che da principio egli non volesse concedere un tal privilegio a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, si trova spesso nella necessità di punire, senza poter gustare la dolcezza della pietà. — Ma Epifanio vescovo di Pavia lo condusse a più mite consiglio. E Teodorico allora non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli dette anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse popolazioni. Il concetto fondamentale del nuovo governo fu certamente la unione, la fusione dei Goti coi Romani. I primi dovevano avere le armi, i secondi dar loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte delle terre, di riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro necessario allo Stato. I due popoli però restarono lungamente l'uno accanto all'altro, senza potersi mai fondere insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra di loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura.

Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe l'amministrazione delle finanze, e con essa l'incarico di condurre a termine l'operazione difficilissima della nuova divisione delle terre, che egli eseguì con tanta prudenza da non far nascere nessun malcontento. E non era poco. Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato dato ai soldati di Odoacre, e i Goti erano in numero maggiore. Ma questa divisione, come vedemmo, era omai divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e normale. Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, altri s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione ed alla estensione del paese, erano anch'essi in piccolo numero. Le guerre, le stragi avevano, è vero, diminuito non poco il numero degl'Italiani, ma ciò rendeva più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò, in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui quali ricadeva il peso della divisione. Anche sotto Teodorico l'aggravio delle imposte fu minore che sotto l'Impero. Più di una volta egli avrebbe detto che gli doleva di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti impoveriti (Cassiodoro, III, 40). Le condizioni dell'agricoltura continuarono a migliorare. S'aggiunse, che per molto tempo non vi fu guerra, e che il governo barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di danari. L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe anche ora un periodo di pace e di tregua.