Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro delle province meridionali. Colui che fra di essi fu terzo di questo nome, era anche un gran possessore d'armenti di cavalli, dei quali fece largo dono a Teodorico, che servì fedelmente come aveva già fatto con Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche il nome di Senatore, ed è notissimo come il Ministro per eccellenza degli Ostrogoti. Nato a Squillace, nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio, Console, e nella sua qualità di Questore fece addirittura le parti di primo ministro; fu anche Magister officiorum, Prefetto del Pretorio. Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in questi vari uffici, sono il monumento più prezioso della storia di quei tempi. Tutto pieno dell'idea romana, egli cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse in Amalasunta, la figlia di Teodorico, che sembra essere stata da lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo quando ella successe al padre. Continuò, anche dopo la morte di lei, a lavorare pel governo goto fino al 539, quando si ritirò definitivamente nel suo paese, dove fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo dato agli studi, ai quali attese con ardore anche quando si trovava in mezzo agli affari: alle lettere infatti dedicò ogni momento di libertà, che gli restava. E così fece più che mai quando si ritirò finalmente nella solitudine. Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è rimasto solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, come egli dice, dopo averla rapidamente letta una volta sola. Cassiodoro fu certo un uomo d'assai buona indole, che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da lui sinceramente amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza energia di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con un panegirico di Teodorico, e si piegò di continuo alla volontà dei suoi vari padroni. Come scrittore fu quasi sempre retorico ed ampolloso, affogando il proprio pensiero in un mare di parole e di frasi convenzionali, abbandonandosi a lunghe, eterne digressioni, le quali assai spesso poco o punto avevano da fare col soggetto che trattava. Si potrebbe dirlo addirittura il primo dei seicentisti. Era nondimeno un uomo d'ingegno, instancabile nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti de' suoi tempi, ne fece come uno specchio di essi. Dei quali assai spesso potè darci un ritratto più fedele, perchè più impersonale ed obbiettivo, che non avrebbe saputo fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, di più vigorosa personalità.
Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare e politico, mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, lasciò inalterate in Roma e nelle province l'antica amministrazione, le antiche magistrature, che affidò esclusivamente a Romani. Le province restarono sotto Judices da lui nominati, che amministravano la giustizia. A Ravenna c'era un Prefetto del Pretorio, a Roma un Vicarius Urbis. Il Senato serbava l'antico splendore ufficiale, senza l'antica autorità. Esso non legiferava ora nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi vere e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre una nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, ai quali erano annessi doveri e diritti. Ed accanto a Teodorico s'andò formando, per forza inevitabile delle cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi goti, i quali facevano parte del suo seguito, lo circondavano e consigliavano sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava l'ordinamento municipale con a capo i Duumviri, ed insieme con essi, quasi come regi ufficiali, erano il Defensor, che sorvegliava l'amministrazione, ed il Curator, che s'occupava della finanza. La Curia continuava ad essere destinata più che altro a riscuoter tasse.
Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una continuazione dell'Impero, ed una istituzione germanica; era formata cioè di due società diverse, che restavano sempre separate, ma che pure s'andavano vicendevolmente modificando, per la vicinanza e contatto in cui si trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un sogno: una delle due doveva inevitabilmente, prima o poi, soccombere, cedere all'altra. Teodorico non creò nessuna nuova istituzione; nulla anzi di veramente nuovo egli fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione della finanza e della giustizia. Il Goto intanto restava sempre fuori dell'amministrazione, non era cittadino romano, nè tale poteva esser fatto dallo stesso Teodorico. Era un forestiero, che formava l'esercito, di cui i Romani non potevano come tali far parte: questi avevano diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica. Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva quindi militare e straniero, sebbene Teodorico fosse stato nominato Patrizio e Console, adottato come figlio dall'Imperatore che lo aveva mandato. Era uno stato di cose assai pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di finzioni, di forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano alla sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò durare a lungo. Tuttavia il primo periodo di questo regno assicurò alle popolazioni alcuni anni non solo di pace, ma anche di prosperità.
Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la giustizia, fu tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» Molti esempi s'adducono della sua giustizia, della sua tolleranza religiosa, la quale qualche volta par degna di un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle lettere scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si può a nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno può essere costretto a credere contro sua voglia.» (II, 27). Non solo rispettò i cattolici, ma adorò solennemente in Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi sono gli edifizi e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria impronta. Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi sono gli splendidi mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la sua tomba di stile romano, coperta da un gran monolite. Altre opere pubbliche fece a Verona ed in molte città dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di Roma; prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria, il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il prezzo del grano scemò grandemente, e l'Italia cominciò a bastare a sè stessa, cosa che da lungo tempo non succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti belle, per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono del pari le lettere. Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante un valore incontestabile, hanno pur molti difetti nella forma ampollosa e retorica, quelli di Boezio, del quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore una fama ben meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire tutto ciò all'opera esclusiva, all'azione diretta e personale di Teodorico: fu piuttosto conseguenza indiretta del suo governo. La pace da lui assicurata all'Italia, l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali romani contribuirono non poco a fare per qualche tempo prosperare il paese. Ma non era una civiltà nuova che nascesse; era l'antica società e l'antica civiltà che risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla barbarie.
Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, che Teodorico stesso finì coll'impensierirsene assai. Ed era naturale, perchè diveniva sempre più evidente la diversità grande, irreconciliabile, che per sangue, tradizioni, lingua, costumi, religione, passava fra Goti e Romani. Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava in un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale di un impero teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza di un imperatore, cui diceva di volere obbedire, era e voleva essere re indipendente dei Goti, che lo avevano levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo di Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta col Papa, a questo ed al Re conveniva essere buoni amici, proteggendosi a vicenda contro le pretese di Costantinopoli. Il giorno però in cui Papa e Imperatore si fossero intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire gravissimo.
Ma anche senza di ciò, la questione politica era per sè stessa molto pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. Seguendo il vecchio sistema bizantino di rivolgerli gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva facilmente ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui appunto, aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse ben presto il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, essendo chiaro che non poteva fare sicuro assegnamento su Costantinopoli, dove non si era punto disposti a riconoscerlo in modo definitivo. Possedendo egli già la Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, s'avanzò nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di Sirmio, dove era stato in passato un Prefetto del Pretorio, e che era la prima stazione dei barbari, quando dal Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere da quel lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico s'impadroniva di quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. E dette nel 508 occasione ad un assalto improvviso di navi bizantine contro le coste dell'Italia meridionale, dove esse riportarono, come dice uno scrittore del tempo, «una disonesta vittoria di Romani contro Romani.» Era sempre la stessa perenne contradizione, che si riproduceva. Le lettere di Teodorico riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il mondo, totius orbis praesidium. Da lui egli desidera essere riconosciuto, da lui ha imparato a reggere i Romani. Il suo governo altro non vuole, altro non può essere, «che una copia dell'unico e solo Impero, unici exemplar Imperii. Come si potrebbe separare da voi uno che da voi è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, che hanno sempre formato un sol corpo, non è possibile. Un solo volere, un solo pensiero è quello che deve animare tutto il regno romano, romani regni unum velle, una semper opinio sit» (Variae, I, 1). E mentre che colla penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, quando si trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, vedeva in ben altro modo lo stato delle cose, e mirava ad una politica assai diversa, se non addirittura opposta. Egli voleva allora comandare in Italia come un principe affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore, che perciò da un momento all'altro poteva decidersi ad assalirlo o a farlo assalire da altri barbari. Questo suggerì a Teodorico il pensiero d'imparentarsi, ed allearsi con i barbari della Gallia, della Spagna, dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una specie di confederazione, quasi d'Impero barbarico di Occidente.
Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a Trasamondo re dei Vandali; una figlia ad Alarico II re dei Visigoti, i quali a lui ed ai suoi erano affini; lo avevano aiutato a vincere Odoacre: essi occupavano la Provenza, gran parte della Gallia, della Spagna, ed avevano la loro capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede presuntivo del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. Era un regno assai vasto, travagliato allora da interne dissensioni, delle quali profittarono ben presto i Franchi. Questi fin d'allora procedevano rapidamente alla formazione di un nuovo Stato barbarico più vasto e forte degli altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi al Cattolicismo, ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana. Teodorico sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui ebbe la figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere figli maschi era ciò che lo rendeva sempre più ansioso d'assicurare la successione e la stabilità del proprio regno.
Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire era Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, di delitti d'ogni sorta, riuscì a disfarsi de' suoi nemici, de' suoi parenti e rivali. Vinse i Burgundi, che divennero suoi dipendenti; si volse contro i Visigoti che sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne poi non solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello anche dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console onorario, mostrando così di volerlo opporre a Teodorico. E però questi, dopo che ebbe fatto invano ogni opera per impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i Visigoti, si decise a muover loro guerra, quando vide che assediavano Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono quindi le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi arrivò in tempo per liberare la città, che validamente si difendeva. I Franchi uniti ai Burgundi ebbero poi una rotta, nella quale, secondo Jordanes, che sempre esagera le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne per sè, come appartenente all'Italia; ma anche di quella parte della Spagna e della Gallia che era dei Visigoti, e che egli governò in nome d'Amalarico giovanetto, suo nipote, figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord della Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte di Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; e così per qualche tempo non fu più pericoloso all'Italia.
Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto del Pretorio, ed un Vicarius Urbis. A quest'ultimo scriveva, raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un Romanus Princeps poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica libertà, adottate i costumi romani, vestimini moribus togatis, abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico è chiamato victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae natus, custos libertatis et propagator romani nominis.[30] È sempre la ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione. Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina del regno ostrogoto.
Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'Henoticon, dichiarando eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di lui.