Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano, che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia.

Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago, in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il Corpus Juris, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato. Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno, di grandissimo coraggio.

La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio, che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera, conosciuta col titolo di Storia arcana o anche Anecdota, nella quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi.

Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate, sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale (Institutiones) pei principianti, e formando così quel Corpus Juris, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste raccolte è il Codice (Codex constitutionum), collezione in dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella conosciuta col nome di Digesto o Pandette. In essa la Commissione riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che contenevano i loro pareri sulle Leges e sui Senatus-consulta, di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il Corpus Juris è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico e gloriose tradizioni.

Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi, che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che ne seguì ebbe il nome di Nika (Vittoria), dal motto d'ordine, che avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore, tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita. Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a Teodora ed a Belisario.

L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari, Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse, che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini. Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente onorato il suo nome.

Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero, iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo: reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato (505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora. Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica, intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta.

Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle, ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico, tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono, perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531), uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto i sentimenti romani e ortodossi di lui.

Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5 o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario, che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare, perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore, ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i suoi, ritenendosi sicuro della vittoria.

Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de' suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto; una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del 534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da Belisario.