Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi.

Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese.

Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli. Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la guerra.

Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria, fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada, occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana.

Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono le porte, e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo ed in largo, senza trovar vera resistenza che a Palermo, dove era una forte guarnigione gota, difesa dalle mura. Belisario allora fece entrare nel porto alcune navi cariche di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi di esse, poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione, che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia fu riconquistata all'Impero. Alla nuova di questi fatti Teodato rimase così impaurito, che già voleva cedere, offrendo addirittura di rinunziare allo Stato, mediante una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto dagl'imperiali in Dalmazia, e subito, mutato animo, non volle più arrendersi. Poco dopo, verso la fine del 535, gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il terreno perduto, entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora fu Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e di accordi con Teodato. Ogni decisione dovette quindi essere inesorabilmente rimessa alle armi.

Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente chiamato d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia e la incapacità di chi governava, era scoppiata una minacciosa rivoluzione capitanata da un tale Stuzza, che pareva volesse formare un principato indipendente, e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse un migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale si trovò in grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; ed egli corse subito insieme con Procopio in Sicilia, per informare di tutto Belisario, che partì come un fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli s'avvicinavano per impadronirsene. La notizia del suo improvviso arrivo bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono subito a cinquanta miglia dalla città, e colà furono raggiunti da Belisario, che con soli 2000 uomini osò affrontarli, e li debellò interamente. Dopo di che, saputo che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente l'ordine in quelle province, era già partito da Costantinopoli, se ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola guarnigione in Siracusa, un'altra in Palermo, passò sul continente.

Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato non solo dal favore delle popolazioni, ma anche dalle diserzioni dei Goti, che incominciarono allora e furono in tutta quella campagna assai frequenti. A Napoli però la guarnigione e la popolazione si mostrarono decise a fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti risoluti a tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati molto a procurare gli approvvigionamenti, fecero ad una delle porte ostinata resistenza. Quel popolo adunque, romano o italiano che dire si voglia, che tanti scrittori presumono spento del tutto, combatteva e contava ancora nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne stava lontano, e non s'indusse punto a mandare gli aiuti urgentemente richiesti. Secondo la leggenda, consultò la sorte in un modo assai singolare. In tre diverse stie pose dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti, di Romani e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà eran morti e metà vivi, avendo però questi perduto le setole; gl'Imperiali invece eran tutti vivi. E ne indusse la disfatta dei Goti e la vittoria degl'Imperiali con la cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero perduto la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale leggenda riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione dei Romani, la quale poi apparisce più volte manifesta nella narrazione stessa di Procopio, sebbene questi, come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli la resistenza fu tale, che Belisario, contro il suo solito, ne fu addirittura sgomento, e pensava di ritirarsi, quando seppe che si poteva, pei condotti dell'acqua, entrare inavvertiti nella città. Ed allora egli mosse da una parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra 600 de' suoi, entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente alle porte, e dopo avere ucciso i soldati che v'erano a guardia, le aprirono. Allora l'esercito entrò, e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario, minacciando pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli 800 Goti che la difendevano.

A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua condotta vigliacca, era giunto al colmo. E quindi radunatisi i Goti nella Campagna, lo deposero, eleggendo in sua vece Vitige, che ben presto trovò modo di disfarsi di lui. Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una figlia di Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il ferro poteva decidere la lite; tutto il resto era inutile. La elezione di Vitige, che Cassiodoro, pomposamente al solito, annunziò a tutti come fatta «per grazia divina e volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,» non fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già un uomo di Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro di sè il primo generale del secolo. Cominciò coll'abbandonare Roma, lasciandovi una guarnigione di 4000 uomini, ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto morale, che avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica capitale del mondo. Questi sarebbe sempre più apparso come il restauratore dell'Impero, e virtualmente padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano aveva tentato muovere contro di lui, per potere così assalire i Goti da tre parti contemporaneamente: dalla Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia meridionale. E quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, senza dover pensare a difendersi da più nemici ad un tempo, cedette loro la Provenza e il Delfinato, pagando anche 2000 libbre d'oro, cose tutte certamente umilianti per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il tempo stringeva.

Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, che pur sembrava essere stato amico di Teodato e di Vitige, lo invitava adesso a Roma; ed egli, lasciata in Napoli una guarnigione di soli 300 uomini, potè avanzarsi per Cassino, favorito al solito non solo dalle popolazioni, ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed il 10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per la Porta Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la Porta Flaminia. E così, dice Procopio, dopo 60 anni di barbarico dominio, Roma tornò di nuovo all'Impero. Belisario s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno sguardo alla Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti, ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che si ponesse mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite 260 anni prima da Aureliano e da Probo, dopo 130 restaurate da Onorio, erano rimaste da quel tempo in poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno di riparazione.

Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più genti poteva, era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, coi quali s'avanzò verso Roma (537). Essendosi avvicinato a Ponte Salario, la piccola guarnigione che Belisario v'aveva posta si sgomentò per modo, che una parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; un'altra si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora sapendosi dell'arrivo d'un così formidabile esercito nemico, erano stati mandati a rinforzarla, incontrate le forze preponderanti dei Goti, dovettero retrocedere. Belisario allora, avvertito del pericolo, corse subito in aiuto, gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una stella, e però i Greci lo chiamavano Phalion, e i Goti, Balan. Non appena questi ebbero riconosciuto il generale nemico, che subito tiravano tutti a lui, che ciò nonostante restò miracolosamente illeso. Dopo essersi dinanzi al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che gl'Imperiali dovettero retrocedere più che di passo fino alla Porta Salaria. La trovarono chiusa, nè vi fu modo di farla aprire, perchè i Romani temevano che amici e nemici sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva; si era sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando egli sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato com'era pel lungo combattere, non fu riconosciuto, e non gli dettero ascolto. Ma neppure in così grave momento si perdè d'animo. Visto il pericolo in cui si trovava, visto che i Goti già gli erano addosso, egli che più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce quale un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi improvvisamente ai suoi, e stringendoli intorno a sè, li condusse ad un ultimo impetuoso ed inaspettato assalto contro il nemico, il quale, credendo che nuovi rinforzi fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare in Città, dove fu clamorosamente accolto.