CAPITOLO VI Roma assediata dai Goti — I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna
Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la storia ricordi. Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo inoltrato del 538, un anno e nove giorni, nel qual tempo Belisario dette prove infinite del suo genio militare e del suo valore. Egli era partito con un esercito di 7500 uomini, oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. Alcune guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle città principali dell'Italia meridionale; e però si trovava adesso, secondo Procopio, con un esercito di soli 5000 uomini, in una città che aveva 12 miglia di circuito. Resistere con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini sarebbe stato impossibile addirittura, senza la cooperazione efficace del popolo romano. E questa cooperazione apparisce ora manifesta dalle parole stesse di Procopio, sebbene egli cerchi al solito nasconderla. Certo nei casi più difficili, nei punti più pericolosi il prode capitano fece assegnamento principale sulle truppe regolari; ma nella difesa delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai. Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque in fretta, ad eccezione di quella parte che, presso la Porta Flaminia (del Popolo), è chiamata Muro torto. Questo era assai forte, e generalmente si credeva che fosse sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno infatti osò attaccarlo.
I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, dinanzi alle principali porte: uno di essi era al di là del Tevere, nel così detto Campo di Nerone. Infiniti furono gli accorgimenti da una parte e dall'altra adoperati in questo assedio. Vitige cominciò col far rompere gli acquedotti, costringendo i Romani a valersi della sola acqua dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini. Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del Ponte Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse dal fiume. Ed i Goti subito mandarono giù per esso lunghe travi, cadaveri d'uomini e d'animali, per intralciare così il moto delle ruote, e corrompere sempre più l'acqua. A questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene attraverso il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a molti altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri mobili, tirate da bovi, che dovevano trascinarle presso le mura, perchè così i soldati potessero salire su queste. Quando però le torri erano vicine alla Porta Pinciana, Belisario ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi i quali, esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della Città, e sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), presso la quale era un doppio muro. Ma quando i Goti, superato il primo, si trovarono ammassati, coi loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che cercavano di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed uscito dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente l'assalto alle spalle e di fronte. Il nemico allora si pose in fuga, abbandonando torri, arieti ed altre macchine d'assedio, che furono bruciate dai Romani. Un altro assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso la tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora di marmo, piena all'esterno di statue, e già ridotta a fortezza. Pareva dapprima che i Goti avessero il vantaggio; ma quando i difensori si videro a mal partito, cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla di 30,000 Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; ma prova in ogni modo che la strage fu assai grande. Belisario scriveva a Costantinopoli, che era stato veramente un miracolo l'aver potuto con un esercito di 5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso era però necessario mandargli aiuti, se non si voleva da un momento all'altro essere esposti ad una catastrofe. Finora s'erano avute le simpatie e l'aiuto dei Romani; ma se questi per le continue sofferenze e i pericoli dell'assedio, per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito?
Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano sempre più gravi. Vitige mandava ordini a Ravenna, che fossero uccisi i Senatori tenuti colà in ostaggio; occupava Porto, cosa che Belisario non potè far prima di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una guarnigione di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu grave danno, perchè da Porto sopra tutto Roma veniva pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora assai meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella Città, e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini validi, divisi in ischiere, furono messi a guardia delle mura; alcuni vennero anche mescolati nell'esercito. Queste schiere mutavano assai spesso di luogo; i nomi di coloro che le componevano venivano riscontrati di continuo; le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto mutate: tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile tradimento, ora che le sofferenze crescevano, e lo scontento cominciava a manifestarsi. Sebbene Roma fosse ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi furono allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a tante calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio di Giano, sperando aiuto dal Dio pagano, stato sempre favorevole ai loro padri. Se non che le porte di bronzo, da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo che si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto.
Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la più parte Unni; e questo aiuto, con la speranza non lontana di altri, avendo rianimato gli assediati, fece subito incominciare una serie di nuove scaramucce che, nonostante la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano procedere subito ad un assalto generale, cui Belisario s'oppose energicamente, conoscendo lo scarso numero delle sue forze regolari. Ma il cieco ardore de' suoi soldati non conosceva adesso misura nè prudenza, e bisognò cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta Pinciana si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, da Porta Aurelia (S. Pancrazio) si facesse un finto attacco verso il campo di Nerone, e ciò solo per impedire che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume, andassero in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva combattere davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar parte a questo finto attacco, non essendo ancora bene educate alle armi, ebbero ordine di restar ferme, contentandosi di tenere in rispetto il nemico col loro numero. Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, come quella che era più disciplinata e non aveva accolto nelle proprie file cittadini inesperti; ma dovette cedere alle insistenze della fanteria, che volle anch'essa prender parte alla mischia. E tutto ciò fu per riuscirgli funesto. Cominciato infatti l'assalto, i Romani s'avanzarono vittoriosi; ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il gran numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. Allora però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, vollero avanzarsi; ma invece d'inseguire il nemico, si dettero a saccheggiarne il campo, dandogli così modo di riordinarsi, di assalirli e metterli in fuga. Quando poi dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu costretta a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano numerosissimi, la fanteria, invece di venirle in aiuto, si dette alla fuga. Fortunatamente i capitani di essa, quelli appunto che avevano insistito per condurla al combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi tennero fronte al nemico fino a che vi lasciarono la vita; ed in questo modo assicurarono la ritirata dei Romani. Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro guardate da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono. Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era corso fece capire quanta ragione Belisario avesse avuta di non volere arrischiare un generale assalto contro un nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi alle ripetute scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose pei Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura eroico.
Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano nella Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè la estensione delle mura era tale, che riusciva assai facile ai Romani chiamar colle scaramucce l'attenzione del nemico in un punto, per potere in un altro liberamente aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537, terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si seppe che un drappello di cento uomini era giunto da Costantinopoli a Terracina, con denaro per dar le paghe ai soldati. Era cosa di somma importanza, e Belisario, per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del Tevere, verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente respinti. Fuori di Porta Pinciana invece la lotta fu accanita, ed i soldati di Belisario dettero prova d'un entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e vi furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo della Tracia continuò a combattere quando aveva un giavellotto infitto nella testa; un altro combatteva del pari, quando una freccia gli era penetrata tra l'occhio ed il naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere; il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre la freccia e salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento al di là del Tevere, per le molte ferite finì col soccombere anch'esso. Tutto questo ci racconta Procopio, il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora nell'assedio arrivavano già al numero di sessantasette.
Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento di guerra, accampò 7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, in un luogo dove s'incrociavano due acquedotti, formando così come un punto fortificato, assai adatto a porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. Certo è che la fame divenne insopportabile; e di nuovo i Romani, spinti dalla disperazione, volevano uscire a combattere per vincere o morire. Ma di nuovo Belisario si oppose energicamente, cercando di calmarli coll'assicurar loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a Napoli Procopio, per vedere quanti ne fossero già arrivati colà; e questi trovò 500 uomini con vettovaglie, che avviò subito verso Roma, con altri che erano già nella Campania.
Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, essa gli fece interrompere il racconto assai prezioso, che finora abbiamo avuto della guerra da un testimone oculare. Siamo quindi poco informati di quello che fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. Pare che, fra le altre cose, andasse a secondare le mene della imperatrice Teodora, che voleva far deporre papa Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio. Questi già da un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi a ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però s'era guadagnato il favore di Teodora, facendole sperare che avrebbe favorito il Monofisismo; e potè quindi, con una lettera dell'Imperatrice arrivare a Roma, dove fu assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò energicamente a favore di lui. La conseguenza fu che papa Silverio venne da Belisario accusato di voler dare la Città ai Goti, e quindi fu deposto. Gli successe Vigilio (537), che tenne ora come sempre una condotta ambigua e mutabile, cominciando col non osservare le promesse fatte all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio, che morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno 538), e la non meno arbitraria elezione di Vigilio seminarono il primo germe di discordia fra Belisario e la Chiesa romana, il che fu poi causa di debolezza pel dominio bizantino in Italia.
Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano già entrati in Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi da Napoli ad Ostia, 2300 uomini sotto il comando del capitano Giovanni e di altri scortavano verso Roma carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite vittoriose da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, stanchi finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, fecero proposte di pace. — Poniamo fine, così dissero a Belisario, ad una guerra che non giova a nessuno, e nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di noi, che in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, nostro capo, a combattere Odoacre, il quale s'era fatto tiranno, ed a prendere in suo nome legittimo possesso del paese. Noi rispettammo le leggi, le istituzioni, la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo ai Romani, che ebbero anche il Consolato. Se dunque abbiamo rispettato i patti e gli ordini dell'Imperatore, che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E chiedevano che i Bizantini si ritirassero, portando pur via la preda che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico fu mandato a punire Odoacre, a restaurare l'autorità dell'Impero, non a farsi signore dell'Italia. Che cosa importava all'Imperatore sostituire un tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un paese, che appartiene all'Impero. —
I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, la Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; ma tutto fu vano. Proposero finalmente una tregua di tre mesi, per potere intanto trattar direttamente a Costantinopoli; e questa fu da Belisario accettata subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti che voleva. E sebbene tutto ciò non fosse giustificato, non fosse legale, Vitige si tacque. Protestò invece, ma senza resultato, quando essendosi egli ritirato da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il suo capitano Giovanni alla testa di 2000 uomini negli Abruzzi, con ordine di stare colà fermo finchè durasse la tregua; ma non appena venisse rotta, fare man bassa su tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli fra i suoi soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi di veder Belisario giovarsi della tregua a tutto suo vantaggio, tentarono con un colpo di mano d'entrare in Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver messo quel paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese facilmente, essendosi la guarnigione ritirata a Ravenna. Alla quale s'avvicinò subito Giovanni, perchè di là, retrocedendo, poteva anche minacciare alle spalle i Goti che erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò per modo che, finiti i tre mesi della tregua, levarono senz'altro l'assedio il 12 marzo 538, cioè trecento settantaquattro giorni dopo averlo cominciato; e bruciati i loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario non poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli e dar loro una vera battaglia; ma li assalì quando passavano il Tevere, ponendoli in gran disordine, sì che molti ne affogarono.