Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale, dove i Bizantini in buon numero occupavano molte terre, e rendevano sempre più difficile il fornire Roma di vettovaglie. Partendo, egli non poteva, per mancanza di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente; cominciò quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera nefasta e di vera barbarie, ricevette una lettera di Belisario, che gli fece una profonda impressione. «Non sai tu dunque, questi gli scriveva, che le ingiurie fatte a Roma, sono ingiurie ai trapassati, ai posteri; sono una vera profanazione? Vuoi tu rimanere nella storia come il distruttore, piuttosto che come il preservatore della più grande e magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, restò da tali parole siffattamente colpito, che smise la mal cominciata demolizione, e parti senz'altro pel Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i Senatori, ordinando che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. Lasciò sui monti Albani una piccola guarnigione, come a guardar da lontano la desolata Città, in cui sperava di tornare ben presto, dopo aver vinto i Bizantini. Questo racconto può sembrare una leggenda; è certo però che da una parte Totila non aveva modo di tenere occupata la Città eterna, e da un'altra il fascino grandissimo che essa esercitava ancora sui barbari era sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere a tutti un delitto contro gli uomini e contro Dio. Si aggiungeva poi che Totila non voleva romperla addirittura coll'Impero, e chiudersi così ogni possibilità di nuove trattative.

Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane affatto abbandonata, restando, così almeno si narra, addirittura deserta. E Belisario, lasciata una piccola guarnigione in Porto, respinti i pochi Goti che, scesi dai monti Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e si pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla Campagna, ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo per riparare i guasti portati ad esse. Mancavano però gli operai capaci di rimettere a posto gli usci delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che Totila, avuta notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro a gran passi. Tre volte infatti diede l'assalto; ma fu sempre respinto ed inseguito, fino a che si ritirò a Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far rimettere gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi a Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della guerra bizantina, terzo della seconda campagna.

I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni nel Settentrione, dove si trovavano ancora i Franchi venuti in loro aiuto, essi occupavano la Venezia, e s'erano avanzati nell'Italia centrale, che tenevano quasi tutta, ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e Spoleto. Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, sebbene anche colà non mancassero Goti, disseminati in diversi punti, qualcuno dei quali strategicamente importante. Certo per gl'Imperiali riusciva di grande vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali, Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era paralizzata dal disaccordo persistente con Giovanni; nè l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così corsero ancora due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro che accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, con vantaggio dei Goti, i quali perciò andavano ripigliando nuove terre, fra le altre Rossano e Perugia. Belisario era quindi in uno stato di sconforto disperato, tanto che sua moglie Antonina si decise a partire per Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui i necessari aiuti, mediante la protezione che aveva sempre avuta di Teodora; ma, arrivata colà, trovò invece che questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo far altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 era da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze accumulate nella guerra, ma con la sua antica gloria molto offuscata, giacchè nulla d'importante aveva potuto concludere in questa seconda campagna d'Italia. E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella prima. Egli restò a Costantinopoli, sempre onorato, ma senza mai più avere, per dieci anni continui, il comando dell'esercito.

Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e nella Tracia, cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando la stessa città di Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, che era già vicino ai 77 anni, e s'era per modo spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse di nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. Questi aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti lo avevano assai fiaccato; pure, senza esitare, corse alle armi, raccolse alcuni de' suoi veterani e parecchi contadini; formò così un piccolo esercito, e con un nuovo miracolo d'audacia, di accortezza e di valore strategico, respinse un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti sul campo di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, sopraffatto dalla puerile o per dir meglio senile gelosia, lo richiamò, preferendo accordarsi definitivamente col nemico mediante danaro, piuttosto che ottenere una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica gloria del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo accolto dal popolo come un trionfatore, ma restò poi sempre lontano dagli affari e dal comando dell'esercito. Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono di cospirazione contro lo stesso Imperatore, il quale da capo lo privò d'ogni suo avere, ponendolo anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni mesi dopo, forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso capitano trovò finalmente pace nella tomba, circa nove mesi prima che morisse l'Imperatore, da lui così fedelmente servito. La leggenda, secondo la quale egli avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo limosina, Date obolum Belisario, si formò tra i secoli XI e XII; ma di essa nulla sanno i contemporanei, i quali tacciono quasi affatto degli ultimi suoi anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato, si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni di Cappadocia, che realmente finì limosinando, non però cieco.

CAPITOLO IX La disputa dei Tre Capitoli — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto

La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la fine, anzi si può dire il fallimento della politica estera di Giustiniano. Da ogni parte infatti i barbari sembravano ora avanzarsi di nuovo. Più di tutti orgogliosi e sicuri del loro avvenire parevano i Franchi; la fortuna di Totila sembrava anch'essa rapidamente risorgere. In Roma v'era una guarnigione di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto pagati, privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano ucciso il generale Conon, che sembrava voler come Bessa, in mezzo alla comune calamità, far guadagno colla vendita del grano. Li comandava ora Diogene, stato già della guardia di Belisario, e che alla testa de' suoi aveva respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la Città, fino a che alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire senza mai avere le paghe, la tradirono al nemico, aprendo la Porta S. Paolo, per la quale esso entrò, facendo strage della guarnigione. Diogene si salvò con parte de' suoi; altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati di Totila (549), che si mostrò generoso verso di loro, giacchè si riteneva omai sicuro di vincere, e cercava perciò di vivere in armonia colla popolazione romana. Diverse città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a lui come fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se non venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia ed Ancona. Egli pensò quindi d'andare verso il sud, prendere le isole, e colla flotta rendersi padrone del mare, per interrompere le comunicazioni degl'Imperiali con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò in Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna.

Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di provvedere con energia alla guerra, se non voleva addirittura rinunziare all'Italia. Sfortunatamente però egli, già assai vecchio e più o meno invaso sempre da una manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente immerso nella teologia, che per essa trascurava i bisogni più urgenti della guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione d'essere il sostenitore della vera fede, il restauratore della unità non solo dell'Impero, ma anche della Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono mai ad andar pienamente d'accordo sul concetto fondamentale della suprema autorità religiosa. Nelle cose della fede il Papa non poteva ammettere nè superiori, nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i servigi che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, che faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, dal Senato o dall'esercito, ma direttamente da Dio, sebbene riconoscesse la superiorità del potere spirituale sul temporale, riteneva che l'uno e l'altro dovessero metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, dei sacerdoti e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, così egli scriveva, è rivolta ai veri dogmi di Dio, alla onestà del clero.» Condannava perciò gli eretici e le dottrine eterodosse; non voleva riconoscere valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma solo a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, che ne sanzionava e promulgava le deliberazioni. A tutto ciò Roma non poteva mai consentire.

Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano s'era da un pezzo stranamente esaltato per la scoperta che era stata fatta d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze in cui era caduto il Concilio di Calcedonia, e voleva avere la gloria di correggerli: a tal fine si chiudeva assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere ardentemente con preti e con frati. La questione di cui da qualche tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei Tre Capitoli o sia tre punti controversi. Essa era molto oscura, molto intricata, e senza grande valore teologico; ma aveva per lui anche una importanza politica. Ora come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia con Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, suscitava la discordia in Oriente, dove, come in Egitto, numerosissimi e passionati erano i seguaci della dottrina monofisita, fieramente avversata dalla Chiesa romana. La nuova controversia versava sulle dottrine di tre vescovi orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le avesse notate. Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa disputa, facesse sperare all'Imperatore che, avendo quei tre vescovi aspramente combattuto la dottrina monofisita, il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. E Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i tre vescovi avessero veramente errato, ne fu come infatuato, ed «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», anatemizzò i Tre Capitoli, invitando i Monofisiti a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta (544 e 551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. Il suo decreto non gli guadagnò punto i Monofisiti, e suscitò invece una viva opposizione in Occidente, dove si vedeva in esso un'offesa all'autorità del Concilio di Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i tre vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano stati rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un secolo. A che dunque turbare adesso le loro ceneri? La disputa sollevata era per lo meno inopportuna, e senza pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva pensare ad altro, e non voleva in nessun modo recedere.

Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il quale, per gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di S. Pietro, era stato chiamato a Costantinopoli, dove pareva che fosse fra l'incudine ed il martello. Se infatti condannava i Tre Capitoli, destava un vespaio in Occidente; se non li condannava, si poneva in lotta coll'Imperatore. E finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la condanna dei Tre Capitoli. Ma quando vide la fiera tempesta che si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano non teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi in aperta opposizione con l'Imperatore. Non intervenne nel Concilio ecumenico, del quale egli stesso aveva suggerito la convocazione, anzi protestò contro di essa (553). Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente i Tre Capitoli; e ne seguirono disordini, nei quali fu in pericolo la vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato gravi violenze, venne confinato in un'isola del Mar di Marmara. Dopo sei mesi finalmente, stanco delle patite calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal della pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna dei Tre Capitoli. Potè allora ripartire per l'Italia; ma appena che fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio del 555.

Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità dei Papi, che anche in questi anni di debolezza e di patite violenze, si ottennero per essa dall'Impero nuove e notevoli concessioni. Nel 554 infatti era stata pubblicata quella Prammatica Sanzione, che sanzionando definitivamente il diritto giustinianeo in Italia, concedeva al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali cittadini; nei pesi e nelle misure si dovevano osservare le norme fissate dai Vescovi e dal Senato. E tutto ciò dopo molte altre concessioni fatte anche prima. Sin dal 546 era stato deciso che il clero doveva esser giudicato dai soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai giudici ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così come una specie di tribuno della plebe: a lui era affidata la cura dell'annona, degli edifizi pubblici, degli acquedotti. Di certo tutte queste concessioni erano fatte ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità dell'Impero cominciò a decadere, ed essa potè sempre più affermare la propria indipendenza spirituale, una uguale indipendenza si estese naturalmente anche all'esercizio di quelle temporali facoltà che, senza riflettere alle inevitabili conseguenze, le erano state concesse. L'Impero aveva dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva poi combatterlo. E la Prammatica Sanzione che poneva come il suggello a tali e tante concessioni, era stata pubblicata da Giustiniano, come in essa è detto esplicitamente, per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio che egli aveva così maltrattato, così umiliato!