Ma alla morte di Giustiniano si vide subito, che i pericoli da noi qui sopra accennati dovevano crescere non poco. Da una parte minacciava la Persia eterna nemica dell'Impero; da un'altra ripigliavano vigore le popolazioni germaniche, specialmente pel rapido crescere della potenza dei Franchi. Nello stesso tempo gli Slavi s'avanzavano in gran numero verso l'Occidente, e così pure s'avanzavano dall'Asia le popolazioni finniche, mongoliche, tartare, che dovevano portare nel mondo un'altra grande rivoluzione. Sarebbe stato necessario che a Giustiniano succedesse nell'Impero un uomo di uguale o maggiore capacità; ma avvenne, come vedremo, precisamente il contrario. E peggio di tutti si trovava l'Italia. Esausta, disfatta da una lunga guerra, senza speranza di ricevere aiuto da nessuna parte; oppressa da Narsete, che per mancanza di danari vedeva ogni giorno scemare i suoi soldati, essa restava senza difesa efficace in un momento nel quale i barbari ripigliavano forze, e minacciavano d'avanzarsi. La distruzione del regno ostrogoto, il quale si era esteso anche al Norico ed alla Pannonia, lasciava indifesa l'Italia appunto da quel lato di dove le genti barbariche eran sempre passate, e ricominciarono ben presto a passare.
E questo era il momento in cui a Giustiniano succedeva Giustino II, figlio d'una sorella di lui, la quale era nipote di Teodorico. Il nuovo Imperatore dichiarò subito di voler fare grandi economie, il che voleva dire mutar sostanzialmente politica. Egli infatti rinunziò alle grosse guerre, e sospese i sussidi fino allora pagati ai barbari, che si scatenarono perciò nuovamente contro l'Impero, nel quale mancavano ora i danari ed i soldati per difenderlo. Scontentissimo fra tutti era Narsete, il quale si vedeva ridotto all'impotenza nel momento in cui sarebbe stato necessario apparecchiarsi a difendere i confini nuovamente minacciati; nè poteva sperar nulla in Italia. Infatti allora appunto arrivava a Costantinopoli un'ambasceria di nobili romani, venuti per dire all'Imperatore che non era più possibile sopportare il dispotismo di Narsete, il quale aveva ridotto l'Italia a tale che ogni altro governo era divenuto preferibile. Se non si trovava modo di provveder subito, sarebbe stato agl'Italiani necessario gettarsi in braccio ai barbari, che certo li avrebbero trattati meglio. Le cose erano infatti giunte a tale estremità, che vedendo non esser ormai possibile indurre a mutare strada un uomo assai vecchio, usato a far sempre quel che voleva, si dovè finire col richiamarlo nel 567, nominandogli un successore, che ebbe ordine di partir subito.
E qui ha origine una leggenda, che non è ricordata dagli scrittori bizantini, ma si diffuse allora assai largamente in Italia, e fu narrata anche da Paolo Diacono. Secondo questa leggenda Narsete avrebbe ricusato d'obbedire, e l'imperatrice Sofia avrebbe allora esclamato: — Saprò ben io rinchiudere il vecchio eunuco nel gineceo, che è il suo vero posto, costringendolo a filar lana con le donne. — Ed io, così avrebbe risposto Narsete, quando gli furon riferite le ingiuriose parole, saprò filarle una tale matassa, che in tutta quanta la sua vita ella non riuscirà mai a dipanarla. — Aggiungendo poi alle parole i fatti, Narsete avrebbe, per vendetta, chiamato i Longobardi in Italia, inviando, per meglio allettarli, ambasciatori, i quali portaron loro le più belle frutta che il fertile paese produceva. I Longobardi allora, accettando l'invito, si sarebbero mossi, passando le Alpi nel 568. Narsete che, sempre più accecato dallo sdegno, s'era ritirato a Napoli, s'avvide finalmente dell'errore commesso; e quando papa Giovanni III, successo a Pelagio nel 561, lo scongiurò, perchè si movesse a difendere il paese, andò subito a Roma; ma ivi fu sorpreso dalla morte. Il carattere leggendario di questo racconto è troppo evidente perchè vi sia bisogno di dimostrarlo. I Longobardi, come noi abbiam visto più sopra, erano in buon numero già stati in Italia, dove avevano combattuto sotto Narsete, e non avevano quindi bisogno, per conoscerne la fertilità, che egli ne mandasse loro le frutta, le quali poi, massime se spedite da Napoli, si può ben immaginare in quali condizioni sarebbero arrivate. Le ragioni che mossero i Longobardi a passare le Alpi furono ben altre che il dispetto capriccioso d'un uomo, sebbene non sia da escludere affatto, che questo dispetto possa avere contribuito ad agevolar loro la strada, lasciando andar tutto a rovina, senza apparecchiar nessuna difesa.
LIBRO TERZO I LONGOBARDI
CAPITOLO I Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia e loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi e sua morte — Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il Papa si rivolge la prima volta per aiuto ai Franchi (580)
I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo il loro storico Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che portavano, sono ricordati da Velleio Patercolo, che li dice più feroci della germanica ferocia. Si trovavano allora presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran movimento di barbari, che s'avanzarono verso il sud, e furono respinti da Marco Aurelio nella guerra dei Marcomanni (178-79). Per tre secoli dipoi non se ne sente più parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene quando esso si disciolse. È un fatto però che ben poco sappiamo di certo sulla loro origine. Paolo Diacono ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende, dalle quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. Di là, per la ristrettezza del luogo, un terzo di essi si sarebbero mossi verso il sud, sotto la guida di due fratelli, Ibor e Aione, della famiglia dei Gungingi o Gugingi. Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro primo re, cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che dovrebbe essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, altri due re, sotto il secondo dei quali sarebbe divenuto onnipotente Audoino, quello stesso che mandò aiuti a Narsete, quando questi venne la seconda volta in Italia. Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa la leggenda e comincia veramente la storia.
I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al di là del Danubio; al di qua, nella Pannonia, erano i Gepidi, per lungo tempo loro acerrimi nemici. E quest'odio crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti dai Longobardi, s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate le loro forze, profittarono della guerra che ferveva tra i Bizantini e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. Giustiniano allora, secondo la politica tradizionale di Costantinopoli, incitò contro di essi i Longobardi; e già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo, dimostrò il suo valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar tenzone Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto a mensa Alboino, per vestirlo poi delle armi dell'ucciso suo figlio. Ma vi mancò poco che non si venisse alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo ucciso da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora un altro de' suoi figli, alludendo ad una specie di ghette o fasciature di tela, che i Longobardi portavano alle gambe, avrebbe lor detto con disprezzo: — Voi siete come cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un Longobardo risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai che calci sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa di tuo fratello, sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E si sarebbero subito sguainate le spade, se il Re non fosse personalmente intervenuto, in nome delle sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi di Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino tornò trionfante a casa, e verso il 565 successe al padre, come re dei Longobardi.
Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e sembrava godere anche il favore dell'Impero. Se non che i Gepidi, valorosi al pari dei Longobardi, erano in numero maggiore, ed una guerra di sterminio pareva divenuta fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei Longobardi, era sin dalla seconda metà del secolo quinto apparsa sul Caspio una gente nuova, che portava il nome di Avari, ed era della stirpe medesima degli Unni. Favoriti da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi fini, avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno, avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove ricevevano un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi ed Avari si trovarono ora a contatto in una regione che, desolata da continue guerre, non potendo nutrirli, li teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi fra di loro. Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto, negò sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero non doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, profittando della occasione, propose loro che s'unissero a lui per combattere i Gepidi. Dopo averli disfatti, egli diceva, noi saremo più al largo in questo paese desolato, e volendo, potremo più facilmente occupare altre terre dell'Impero.
Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse l'impresa d'Italia, e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, assicurarsi le spalle, altrimenti sarebbe difficile rendersi ragione dei patti che stipulò allora cogli Avari. Ad essi infatti i Longobardi promettevano di cedere metà delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo dei loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare le terre da essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle solo nel caso che essi fossero tornati ad occuparle. I Gepidi quindi si trovarono di fronte a due nemici. Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla politica orientale di far sì che i barbari si consumassero fra di loro, se ne stette più che altro a guardare, lasciando credere che avrebbe coi suoi tenuto a bada gli Avari. Allora i Gepidi si spinsero con grande impeto contro i Longobardi, sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla testa de' suoi, li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo loro re, tagliandogli la testa, e facendo poi del teschio una tazza, per servirsene, secondo l'uso barbarico, nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva però, come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua vittoria fu piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, certo è che d'ora in poi la storia non si occupa più di loro. Immensa fu la preda, grandissimo il numero dei prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le bandiere del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, della quale Alboino s'invaghì per modo che volle sposarla, non ostante la grande ripugnanza che ella mostrava d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene da poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia di Clotario re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate senza indugio. Dopo di ciò Alboino si volse all'impresa d'Italia.
A lui non poteva essere ignoto che questo paese era adesso senza difesa. Parecchie città importanti avevano insufficientissime guarnigioni, altre l'avevano a mala pena un po' più numerose; solamente Pavia era in grado di fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e scontente non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, dei quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi avanzi dei Goti disseminati per la Penisola, erano naturalmente per unirsi ai primi barbari che avessero passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già richiamato, se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con la sua caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore Longino, già arrivato, ma con pochissime genti, si dovette chiudere in Ravenna. Le porte d'Italia erano dunque aperte al nemico.