Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un regno saldamente costituito. I Duchi cercavano continuamente ed in ogni cosa d'imitare il Re. Giudicavano nel proprio Ducato, ne comandavano l'esercito, facevano anche spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per ordine del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, ed ufficiali che facevano le veci di Gastaldi, ed altri che chiamavano Sculdasci, i quali tutti avevano, più o meno, poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al Re sarebbe di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi riuscirono. Nel Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi regi, ma solo ufficiali nominati dal Duca.

Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere o i Duchi in ispecie risiedevano nelle città o nella campagna. E certo non è difficile trovare molti argomenti per sostenere che risiedevano in città, soprattutto nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio territorio, determinato dalle antiche circoscrizioni romane, su cui si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle così dette Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, aveva il nome di Civitas, ed in essa di certo dovevano risiedere i Longobardi in genere, e i Duchi in ispecie. Ma che risiedessero generalmente dentro le mura delle città, le quali erano ab antico la sede della popolazione romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. Colle invasioni germaniche il centro di gravità fu trasferito nelle campagne. I Tedeschi erano popolazioni rurali, che non conoscevano le città; nei castelli del contado si costituì più tardi il feudalismo, che dette la forma predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari del contado sono dai nostri cronisti continuamente chiamati i Teutonici, i Lombardi.

Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi di cui essi non riuscirono ad impadronirsi, restava sempre il governo bizantino, il che doveva contribuire non poco a far sì che, pel mutuo contatto, si modificassero l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere civile ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del primo restava infatti il Praefectus Praetorio, che risiedeva a Ravenna; a Roma c'era un Vicarius Urbis; a Genova un Vicarius Italiae, e tutti e tre dovevano curare l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano decise da Judices provinciarum eletti dai Vescovi. La Prefettura d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata sempre più restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni brani solamente della Penisola. La Sicilia aveva un suo proprio Prefetto; la Sardegna e la Corsica dipendevano dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di guerra continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile ed il militare si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. Questi, mandati a governare e difendere le province ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso erano non solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre, si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati e indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre più dividendosi e suddividendosi.

La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini rendeva necessario un capo che rappresentasse l'Impero nella Penisola, e nel quale tutti i poteri si riunissero come nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca, cui si attribuiva anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e risiedeva a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato a tutti coloro che conducevano una spedizione all'estero, ed in questo senso potè esser da qualcuno attribuito anche a Belisario ed a Narsete. Ma esso ebbe in Italia un significato, un valore affatto speciale, perchè concesso solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo rappresentava, quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario e Narsete non furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, e con esso governarono. Si è molto disputato per sapere chi fosse il primo Esarca in Italia. La più antica menzione ufficiale di questo ufficio si trova, come già dicemmo, nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data 4 ottobre 584, che alcuni credono di dover mutare in 585. Decio perciò fu di certo Esarca, e prima di lui si ritiene da alcuni che anche Baduario (575-76) avesse quel titolo. A Decio, che governò breve tempo, successe (585) Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano dall'Esarca, che li nominava; ma, separati e lontani gli uni dagli altri, agivano di fatto come indipendenti; e così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo anch'esso una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente perchè in esso governava il rappresentante supremo dell'Imperatore.

In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva dall'Adige alla Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; conteneva Ravenna e Bologna coi loro territori, ed altre città di minore importanza. Accanto ad esso erano la Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli, Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni formavano la Decapoli, secondo altri invece questo nome davasi alla seconda Pentapoli.[34] Nel settimo secolo appartenevano ai Bizantini anche il Ducato di Venezia, parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), il Bruzio (Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con la Riviera. In generale tutte le città della costiera adriatica e mediterranea restarono ai Bizantini, non essendo i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca era mandato a governare Regnum et Principatum totius Italiae, perchè l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole, anche quando non rispondevano più alla realtà. Da principio l'Esarca nominava i Duchi ed i Maestri dei militi, due ufficiali che spesso si confondon tra loro, sebbene in origine questi fossero inferiori a quelli, e più esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi comandava le milizie della città, il Duca quelle di tutto il Ducato. Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche amministrative, e vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati eran divisi in sezioni, nelle quali comandavano i tribuni, che vennero spesso confusi coi Conti, risiedevano nelle città secondarie, e dipendevano dal Duca o dal Maestro dei militi, che risiedevano nelle città principali e comandavano in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di questi Ducati variavano secondo le necessità della guerra. Prima della venuta dei Longobardi ne erano stati già formati parecchi ai confini, verso le Alpi, con soldati limitanei, che in pace coltivavano i campi loro concessi, lasciandoli poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo della difesa. La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è noto, assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi, con la divisione e suddivisione dell'Italia, che per opera loro ne seguì, i confini si moltiplicarono. Essi furono a poco a poco quasi per tutto, perchè ai Bizantini era necessario difendersi per tutto dal nemico. E s'andarono continuamente formando nuovi Ducati, i quali variarono di numero e di estensione, secondo che per le vicissitudini della guerra s'avanzava o si retrocedeva.

L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante dell'Imperatore, così per la stessa ragione s'ingeriva nelle cose ecclesiastiche. Esso presumeva di dover ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava i vescovi, sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. Da un tale stato di cose sorgevano, come era naturale, cause infinite di conflitti; e non solamente con Roma. A Costantinopoli si temeva sempre che l'Esarca volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi infatti ci s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere, favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar direttamente dall'Imperatore, o confermandoli quando il popolo cominciò esso ad eleggerli. E ne seguì non solo che i Ducati bizantini s'andarono sempre più separando gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre più l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne a Venezia, a Napoli, a Roma ed anche a Ravenna, come vedremo.

Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse che a Roma non vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei militi. Nel 592 invece Roma aveva già un suo Maestro dei militi che ne difendeva le mura, e nel 625 l'Exercitus Romanus (che nel 640 è ricordato la prima volta dal Libro Pontificale) assisteva ufficialmente alla elezione del Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa obbligo alle popolazioni del Ducato di difendere colle loro armi contro i Longobardi le mura della città, la quale sembra così già avviarsi ad una propria autonomia. Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni romane, e che degli antichi municipi non fosse rimasta traccia alcuna. L'antica Curia, si è mille volte ripetuto, era ridotta a riscuoter tasse, che i Decurioni dovevano pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle. L'appartenervi non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile, che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario esilio; nè dopo il 625 essa si trova più ricordata nei documenti. Nella stessa Italia bizantina, dove la legge romana era in pieno vigore, l'amministrazione municipale, si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo e di ufficiali quasi governativi come il Curator ed il Defensor. Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, tutto sarebbe stato assorbito dalla Curtis regia, dai Duchi, dai Gasindi, più tardi dai Vescovi. Ma sono teorie ed ipotesi ora in gran parte abbandonate da coloro stessi che una volta le sostenevano con grande ardore. Se tutto ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire in che modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare le popolazioni italiane, in gran numero raccolte nelle città. Di queste popolazioni essi dovevano pure occuparsi, ne avevano bisogno, perchè esse esercitavano i mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque fosse poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non dire impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi avessero potuto impedire che, almeno di fatto e per consuetudine, continuasse fra gl'italiani a vivere una qualche parte della giurisprudenza e delle istituzioni romane. Esse avevano create fra di loro un gran numero di relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano affatto l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che seguì a tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi con le istituzioni e con la legge romana, la totale scomparsa del Municipio sotto il loro dominio, renderebbe inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia, a Roma ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste più o meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo qui anticipare la discussione d'un argomento, che si presenterà più tardi con assai maggiore insistenza ed evidenza.

CAPITOLO IV Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma — L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio I e di Agilulfo — S. Colombano

Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove. Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa, cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. La statua che oggi si vede è però del 1740.

Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa fu il 3 settembre 590 consacrato col nome di Gregorio I, rimanendo per quattordici anni sulla cattedra di S. Pietro, fino cioè al marzo del 604. In lui v'era il doppio carattere d'un uomo contemplativo e ardentemente religioso, unito a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due qualità che sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che pur si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. Questo doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, alcuni dei quali, come i Dialoghi, le Omelie e i libri morali ci mostrano l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad uno scopo pratico, come son quelli che danno regole per la liturgia. Queste regole furono lungamente osservate: la messa si celebra anche oggi in gran parte secondo le norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole di quel canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici libri delle sue Epistolae sono un monumento davvero immortale per la sua vita e per la storia dei tempi. In esse impariamo a conoscere con sicurezza il carattere nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il secondo fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, il suo ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse divenuto il primo personaggio del secolo, che guidava non solo la Chiesa, ma la politica italiana, e in parte quella anche dell'Europa. Dovette occuparsi d'amministrare l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in tutta Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza il valore, che si fa da alcuni ascendere ad una estensione di 1800 miglia, con una rendita di 7,500,000 lire. E di questo denaro, che gli dava una gran forza, si valeva per aiutare non solo i conventi, il clero, la Chiesa; ma in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri. Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, di un affetto, di una cura singolare per l'interesse dei contadini. E oltre di ciò egli fa in esse una costante guerra ai Longobardi; anima le popolazioni italiane alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine, invitando qualche volta il clero stesso a prendere le armi. Tutto questo suo ardore operoso, fervido, giovanile si manifesta in mezzo ad un mondo che sembra da ogni parte cadere in rovina, e nel quale egli sta sempre fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa in Dio e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile pel bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli scrive, i campi desolati e deserti, le città vuote, il Senato è morto, il popolo più non esiste, la spada pende sul capo di coloro che sono rimasti: noi siamo in mezzo alla rovina del mondo.» Eppure non cede, non piega, non si scoraggia mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo il Patriarca di Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere il titolo di patriarca ecumenico, che spettava solo al Papa, capo della Chiesa universale. E, come per contrasto, continuava sempre a portare il titolo già assunto di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare fino a che non ebbe ottenuto la vittoria.