Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani, è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno? Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse credere che i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo? E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine, dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano, e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti, nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i Longobardi in nessun modo si regge in piedi.

NOTA

Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i Longobardi.

I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur (II, 32). I Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli altri (reliqui), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo delle loro entrate (tertiam partem suarum frugum), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte che il reliqui troppo evidentemente si riferisce a nobiles, come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisi per longobardos hospites, perchè la hospitalitas era una relazione che passava fra il proprietario romano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei coltivatori della terra era patronus, non hospes.

L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, metà dei loro averi, omnem substantiarum suarum medietatem, Paolo Diacono aggiunge: Populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur (III, 16). Le parole populi adgravati fecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui, nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat (Ibidem). I popoli aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice.

Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di rendite (frugum), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei più autorevoli), la quale, invece di per hospites partiuntur, dice, hospitia partiuntur: non sarebbero cioè stati divisi i populi nè le rendite, ma le terre stesse, hospitia. Più di questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per fargli dire quello che a noi piace.

CAPITOLO III Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino

Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, della forma di governo, che ebbero fra di noi i Longobardi, perchè se mai una volta, come alcuni pretesero, il filo della tradizione romana si spezzò del tutto in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni romane sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che sotto il loro dominio. Non solamente esso durò su di noi più a lungo di ogni altro dominio barbarico; ma è certo che gli Ostrogoti lasciarono in vigore le leggi e le istituzioni romane, i Bizantini non ne avevano altre essi stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano invece avuto assai minore contatto coll'Impero, col quale s'erano messi in aperta guerra, per cacciarlo addirittura dall'Italia. Avendo però da lungo tempo abbandonate le loro antiche sedi, vagando sotto forma più o meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur essi aver serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. E quelle che ora avevano, non potevano dirsi naturalmente, esclusivamente svolte dalle antiche, che di necessità erano state profondamente alterate dalle nuove condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano avuto con altri popoli. Rimase tuttavia costante in essi la loro tendenza disgregatrice, la incapacità di costituirsi in una forte unità. Questo fu causa del disordine continuo in cui vissero; rese loro impossibile arrivar mai alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la totale rovina del regno.

Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, nè del tutto elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava la elezione fatta dai suoi capi, la quale soleva essere circoscritta nella cerchia d'una stessa famiglia o parentela. Qualche volta il popolo trasmetteva ad altri la facoltà di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari, si dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un marito, che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei Longobardi. Questi era il capo civile e militare della nazione; comandava l'esercito, amministrava la giustizia in compagnia di assessori, che di volta in volta sceglieva. Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi grandi, formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea popolare, perchè decidesse se riproducevano esattamente le consuetudini. Il Re poteva anche di sua autorità emanare ordini o decreti, i quali, coll'andare del tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano, andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello che soprattutto determinò il carattere di questa monarchia, fu la sua divisione in Ducati, i cui Duchi, nominati dal Re a vita, erano specie di Vicerè indipendenti, piuttosto che veri e propri ufficiali regi. Essi tendevano a rendersi non solo sempre più indipendenti, ma anche ereditari; e qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del Friuli, di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse il titolo di Dux gentis Langobardorum, quello di Benevento divenne addirittura un vero e proprio sovrano autonomo ed ereditario. Tutto questo non poterono tuttavia riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi alla propria autorità. Di qui un conflitto permanente, che fu causa di rivoluzioni continue, della morte violenta di molti Re, e produsse la debolezza continua del regno, che non si riuscì mai ad organizzare fortemente. Ed in più di due secoli di dominio, di violenze e di prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare gl'Italiani, finirono coll'essere essi romanizzati, formando coi vinti un popolo solo.

Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali regi, chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva revocarli. Essi amministravano la Curtis Regia, cioè i beni della corona nei Ducati, nei quali erano mandati. Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano il proprio ufficio, facevano anche da giudici e capi militari. Aumentare il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante dei Re, perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità propria, di dare una qualche organica unità al regno. E però, coll'andare del tempo, nelle terre nuovamente conquistate, cercaron sempre di porre Gastaldi invece di Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di familiari o cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso aumentando. Ma quel che è più, v'era un Consiglio di Duchi, del quale naturalmente non facevano di regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i quali, massime in principio, erano sempre romani.