Durante questo lacrimabile bellum, come lo chiamarono i cronisti, papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, minacciato dai Longobardi, si rivolse la prima volta ai Franchi. Il 5 ottobre 580[33] secondo alcuni, 581 secondo altri, egli scriveva al vescovo di Auxerre, perchè ricordasse ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da Dio l'obbligo di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se non volevano esporsi alla stessa fine che a questi era certamente fra poco serbata.» E quello che è più singolare, tali pratiche venivano ora secondate dall'Imperatore stesso, presso il quale, in nome del Papa, continuamente insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi Gregorio Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo a Tiberio II, per indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, mandava loro la somma di cinquantamila aurei. E così finalmente i Longobardi vennero a un tratto assaliti con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati dalla guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, vennero facilmente indotti a tornarsene a casa.

È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino chiaramente a delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono poi costantemente in tutta quanta la storia d'Italia. Per opera dei Longobardi la Penisola è già divisa in brani staccati, che non si riesce più a riunire stabilmente fra loro. Il potere civile ed il religioso si trovano in opposizione, e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo Stato che riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata. I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi quella politica, che per due secoli costantemente seguirono, che trionfò ai tempi di Pipino e di Carlo Magno, nè fu mai da essi abbandonata del tutto. In questo momento però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse di nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al suo apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli quali erano le necessitates vel pericula totius Italiae, e le tribolazioni con le quali i Longobardi continuamente affliggevano il Ducato romano, affinchè si mandasse almeno un Maestro dei Militi ed un Duca, non potendo l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a mala pena egli era in grado di difendere le altre province italiane dell'Impero. Questa lettera è notevole anche perchè ci dà la prima menzione ufficiale che abbiamo finora del titolo di Esarca. Nel 585 venne da Costantinopoli Smaragdus o Smeraldo, con buon nucleo di genti, firmo copiarum supplemento. Egli che fu certamente uno dei primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed accortezza a riannodare gli accordi coi Franchi contro i Longobardi.

CAPITOLO II Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei vinti

Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi, i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro. Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori, che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle province occupate dai Longobardi, è assai probabile che si procedesse ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari furono divisi tra i vincitori (populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero, che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa, aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato; a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte anche all'opera personale del re Autari.

Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono, perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li vinse, facendone addirittura strage. Tantaque, dice Paolo Diacono (III, 29) ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque ibi non memoratur.

Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre termine alla disputa oziosa ed incresciosa dei Tre Capitoli, li aveva condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto.

In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava. La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda, egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la richiesta ufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella, secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: — Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5 maggio 589 si celebrarono le nozze.

Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590, che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si trovò a lottare energicamente contro i Longobardi.

Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora i Ducati di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così scriveva, di passare dalle parole ai fatti, enarrata viriliter... peragere.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi. E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco, che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi, senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono, accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata, appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia fidati capitani, dignos duces, i quali non pensassero solo a far prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» Ma non se ne fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano, ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari, il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò di vivere.

Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero. Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano schiavi. Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero trattati assai peggio dei vincitori.