Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne però a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio era divenuto assai impopolare per la severa disciplina che voleva nell'esercito. Gli Avari gli avevano nel 600 proposto che riscattasse per danaro 12,000 prigionieri, i quali erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente ricusato, li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo contro di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine all'esercito di passare il Danubio e svernare al di là del fiume, lo scontento arrivò a tale che ne scoppiò una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca, il quale manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. Nel novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, dopo averne fatto trucidare i figli sotto gli occhi stessi del padre. Siccome poi si doveva subito occupare della guerra persiana, così concluse la pace cogli Avari, richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra anche in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto con cui riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora gli scrisse una lettera nella quale, augurandogli ogni prosperità, diceva, «che gli angeli stessi del cielo avrebbero cantato un inno di lode al Signore,» per la nuova elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per quanto Foca aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo scopo costante, unico, supremo, a cui Gregorio Magno tutto sacrificava, pure il congratularsi della elezione d'un tal mostro non era scusabile in nessun modo. Bisogna tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei tempi, massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto si diceva con frasi altosonanti. Nè si può con certezza affermare, che quando il Papa scrisse quella lettera, avesse già avuto sicura e precisa notizia del sangue innocente con tanta crudeltà versato.

Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la ferrea volontà del Papa esercitava per mezzo della regina Teodolinda, cattolica e donna d'alti sensi, la quale lasciò gran nome di sè, e grandi opere pubbliche, sopra tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando Agilulfo fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato verso la fine del 602. Alcuni sostengono che si convertisse anch'egli; ma certo è solamente che si dimostrò assai favorevole ai cattolici. Del resto siamo già al principio della generale conversione dei Longobardi, la quale si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però che Agilulfo continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente gli si dimostrasse perciò sempre più avverso. Dopo aver preso Monselice, il re longobardo andò oltre verso Ravenna; e par certo che, in questa occasione, il Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca. Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di questi non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già pronti i loro dromoni (navi rapide) per metterli in mare, e servirsene solamente a proprio vantaggio. Si direbbe, che i Pisani fossero già ordinati in una qualche specie di municipale indipendenza, volendo e potendo deliberare da sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque sia di ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli Avari, assalì ed abbattè Cremona; prese Mantova di cui demolì le mura, e lo stesso fece di altre città, fino a che Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal settembre del 603 all'aprile 605.

In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le malattie di Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi dalle sue lettere, era anche andata sino all'ultimo crescendo sempre la sua prodigiosa attività. Non cessava mai di raccomandare a tutti che si provvedesse alle sorti della misera Italia, adoperandosi costantemente per essa: e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. L'anno 600 egli scriveva: «In undici mesi appena qualche volta la gotta mi ha lasciato levare di letto. La mia vita è divenuta tale che aspetto come un benefizio la morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale, ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» Una delle ultime lettere fu scritta nel gennaio 604, poco prima di morire, per mandare abiti e coperte ad un vescovo assai povero che pativa il freddo; e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. Poco dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, ed era sepolto in S. Pietro.

In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome Giovanni.

Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese. Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria, devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale; poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri, che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a casa sua.

Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo Rex totius Italiae; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia.

Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa. Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò. Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani. Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti, che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che Gregorio I esercitò sempre su tutti.

CAPITOLO V Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — L'Ecthesis — L'editto di Rotari

L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu il re legislatore dei Longobardi.

Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che secondo alcuni era chiamato Lemigius Thrax (611-616), ed a questo un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito un altro esarca.