In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere di là meglio difendere l'Impero.
Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo. Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro.
Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani, questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee. Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli, gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi, somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi, finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati: certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani.
Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano, quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio, ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio.
S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628 cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore. Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto, sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel 632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani, respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia, nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per sempre perduto le terre al di là del Tauro.
La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana. Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura. E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore: peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava l'Ecthesis o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe potuto astenere dal condannare l'Ecthesis, se quando questo pervenne a Roma, egli non fosse già morto.
La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa, ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco, venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò col non volerlo confermare se prima non approvava l'Ecthesis; ma si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'Ecthesis non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con l'Enotikon.
Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero, sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San Giovanni, nella quale fu poi sepolta.
Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani, ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana, avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe perduto 8000 uomini.
In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale, divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì (642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò, morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di Benevento.