I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che pagavano un canone in natura, continuavano sempre ad ingrossare, annettendosi le terre dei piccoli proprietari vicini. I quali, oppressi dalle tasse e dai debiti, quando non si potevano più reggere, finivano col cedere volontariamente le loro terre al latifondista, per riprenderle in affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, la loro indipendenza; ma trovavano un protettore, che li liberava dalle tasse e dall'usura, e rendeva loro almeno tollerabile la vita. I grandi proprietari solevano avere uffici che in qualche parte li esentavano dalle tasse, e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio loro, e anche de' loro dipendenti. Entrati una volta in questa via, si procedette sempre più rapidamente in essa. Perfino interi villaggi finivano coll'abbandonarsi al latifondista, che pareva già un piccolo sovrano feudale.
Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. I vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti donativi dei fedeli, divenuti anch'essi latifondisti. Le continue immunità e privilegi, da essi ottenuti in numero sempre maggiore, finivano col porli in condizione anche più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a dare in affitto i loro grandi possessi sotto forma di precaria, che era una concessione revocabile della proprietà, con un canone che, per la sua tenuità, dava alla concessione stessa il nome di benefizio.
Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, andavano crescendo di numero e di entità a misura che da una parte s'indeboliva la forza dello Stato, e dall'altra aumentava la potenza della Chiesa. E fin dal secolo VI il latifondista esercitava una specie di giurisdizione non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti. Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa interveniva solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina i grandi proprietari, divenuti capi dell'esercito, assunsero i maggiori uffizi, che venivano trasmessi per eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si connetteva colla proprietà di colui che ne era investito, il quale aveva una duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale civile o militare. In questo modo s'andò formando un'aristocrazia di possidenti, divenuti alti funzionari in conseguenza della loro proprietà, e di funzionari che s'arricchivano in conseguenza dei loro uffici. Essi armarono qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti e gli amministratori, come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano durante le invasioni.
In conclusione, la società romana s'andava decomponendo in una quantità di ricchi potenti, chiamati honesti, clarissimi, nobiles, che disprezzavano la vilissima plebs dei nullatenenti. Nella società germanica invece, la quale non conosceva lo Stato e non aveva idea alcuna d'accentramento, il potere sociale naturalmente cadeva diviso in mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, e divenivano ricchi in conseguenza della conquista. Così cominciò a formarsi quella nuova aristocrazia che si doveva più tardi costituire col nome di feudalismo.
Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al pari che nella laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano le terre in forma di benefizi. Il vario possesso della terra cominciò a qualificare la diversa condizione degli uomini, che è un altro dei caratteri del feudalismo; ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese, s'andarono formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni d'immunità ai vescovi; esentarono da imposte i beni ecclesiastici, dal che derivava naturalmente il divieto agli agenti del fisco d'entrare nel territorio immune.
Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri del feudo, troveremo che essi sono già tutti in formazione nella società romana, dalla quale passarono poi nella germanica, alterandosi sostanzialmente. Nella storia non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e l'avvenire sono sempre costruiti coi rottami del passato.
Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i re barbari si trovava un Comitatus composto dei loro più intimi, i quali non solo vivevano col principe, ma con lui e per lui combattevano. Da essi vennero poi gli Antrustiones franchi, simili ai Gasindi longobardi, e precursori dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, dando terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora anche gli uffici, i quali nella società germanica erano sempre una concessione personale del re. Persino le tasse e l'amministrazione della giustizia mancavano di quel carattere pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio dello Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare derivava dal legame di fedeltà personale verso il re, non già da un dovere verso lo Stato. Tutta la società s'andava così sempre più dividendo in gruppi di protetti e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi che questi nuovi signori minacciavano di divenire più forti di loro, riducendo la monarchia in una confederazione di potenti, stretti al sovrano dal solo vincolo della fedeltà, era troppo tardi per portarvi rimedio.
Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva poi essere il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo tempo i vescovi erano divenuti così ricchi che si crede possedessero un terzo di tutte quante le terre coltivabili nella Francia. E questi loro possessi, colle immunità annesse, promovevano la loro indipendenza non solo politica di fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo Martello fece però sentire su di essi la sua mano potente, iniziando una riforma che fu tra le più notevoli del suo regno. Le necessità della guerra, quella sopra tutto contro i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di remunerare largamente i capi dell'esercito. E senza molti scrupoli, cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo dei loro vescovadi i suoi fedeli, il più delle volte uomini di guerra. Ciò non aveva nulla di strano in un tempo, nel quale i vescovi combattevano alla testa degli eserciti al pari dei grandi signori laici. Spogliò più tardi molte chiese, vescovi e conventi d'una parte considerevole delle loro tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano le spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che sotto di loro combattevano. Così, danneggiando il clero, rese i nobili sempre più potenti ed a lui più affezionati.
Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica gli divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse nemico dei vescovi, spogliatore della Chiesa. Se non che a questa ed alla religione Carlo Martello aveva reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli il danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a termine la guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre da lui fatte in Germania riuscirono a vantaggio della religione. Le battaglie furono colà precedute dalle missioni religiose, che vi fondarono la organizzazione definitiva della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste, da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, come vedemmo, erano già da un pezzo cominciate dalla Irlanda. Le continuarono più tardi i missionari anglosassoni, fra i quali tutti primeggiò Vinifrido, chiamato poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della Chiesa cattolica, che egli pose in relazione con quella di Francia, sottoponendole ambedue all'assoluta autorità del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato da Carlo Martello, spianava in Germania la via alle vittorie di lui, all'assimilazione di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo momento, papa, principe e missionario cooperavano inconsapevolmente a quella unione civile, religiosa e militare, che doveva poi attuarsi col nuovo impero di Carlo Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio fondate nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello assai celebre di Fulda (744). E così per lungo tempo egli continuò, fino a che, credendo d'aver compiuto l'opera sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso dallo spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che non lo lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani della Frisia, dove trovò finalmente l'ambito martirio circa l'anno 754.
Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero per aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. E noi abbiamo già visto come sin dal 739 Gregorio III, minacciato da Liutprando, e sapendo che l'Imperatore non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo Martello, riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si è affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo Martello, che egli ed il popolo romano si volevano separar dall'Impero. Questa affermazione, fatta mezzo secolo dopo dal cosiddetto continuatore di Fredegario, prova in ogni modo quali erano già fin d'allora le idee intorno al dissidio esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire.