Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. L'aver dovuto passare le Alpi nella fine di autunno, il crudo inverno della Francia, le continue opposizioni che alcuni dei Grandi avevano fatte alla guerra, erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed alterarne la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo mezzo appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, a quanto pare, di Astolfo, uscito improvvisamente dal convento di Montecassino, era venuto in Francia a perorare presso il fratello la causa longobarda. Il che aumentò lo sgomento del Papa, ed irritò non poco anche Pipino, il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse ridestare nei figli di suo fratello la speranza di succedere al trono paterno. Ma che cosa poteva mai fare un frate contro l'autorità del Papa, e contro la forza del Re, che ormai era padrone di tutto il regno riunito? Carlomanno infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo morì. Anche i suoi figli dovettero prendere la tonsura.
Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e durante la malattia gli apparvero, secondo la leggenda, S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo, che gli promisero guarigione perfetta, a condizione che facesse erigere un nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio 754 non solamente l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande accortezza e perseveranza del Papa. In questa stessa chiesa egli consacrava ed incoronava Pipino e la moglie Bertrada, consacrava anche i due figli Carlo e Carlomanno. Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato già coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio per ordine del Papa? A che fine ripeter la cerimonia? Non solamente la consacrazione per mano propria del Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura la dinastia. Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, egli imponeva ai Grandi franchi di non mai più eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso da altri lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo i diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano avanzare i figli di Carlomanno.
Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette anche il titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, perchè questo era un titolo dato solo dall'Imperatore a grandissimi personaggi come Odoacre, Teodorico, gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a Pipino, senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto che questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, quando lo aveva inviato a chiedere la restituzione delle terre all'Impero. Arrivato però il Papa in Francia, e conosciuto lo stato vero delle cose, mutato animo, decidendosi a prendere esso in Italia il posto dell'Impero, avrebbe creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il titolo di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, ma soleva darsi solo a chi aveva già un altissimo ufficio; ed il Papa lo dava a re Pipino come a difensore della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi chiamato indistintamente Patrizio o Difensore della Chiesa.
CAPITOLO IV Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore Astolfo — Desiderio re dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione di Paolo I e sua morte
Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, Pipino raccolse l'esercito per l'impresa d'Italia, non senza fare un ultimo tentativo di risolvere pacificamente la gran lite, promettendo ad Astolfo anche buona somma di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa il loro Re; li accompagnava il Papa col suo cappellano, con l'abate Fulrado di S. Dionigi, e con altri prelati. Passato il Cenisio, alle Chiuse presso Susa, vi fu uno scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza del luogo non potè spiegare le proprie forze, e fu così fieramente battuto, che la disfatta venne attribuita a miracolo.
Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben presto assediato e costretto a venire a patti, che furono: restituire Ravenna e diverse altre città, con la promessa di non più molestare il Ducato romano, dando in garanzia quaranta ostaggi. E questi patti, secondo il Libro pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una pagina scritta. Le terre così ottenute vennero da Pipino cedute al Papa, che ormai senza più esitare cercava di sostituirsi in Italia all'Imperatore. Più volentieri, più risolutamente che mai lo faceva adesso che questi aveva radunato un sinodo (753), il quale condannò il culto delle immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, Astolfo, dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non solamente violò i patti, senza ceder più nulla a nessuno; ma s'avanzò col suo esercito nel Ducato romano, saccheggiando perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756 egli era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli aprivano le porte, e non gli davano nelle mani la persona stessa del Papa, avrebbe messo i cittadini a fil di spada.
Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, con solenni ambascerie, descrivendo le «stragi e le iniquità dei nefandissimi Longobardi». L'ultima di queste lettere era indirizzata al Re ed ai suoi figli, in nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e profani erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, finiva invocando il pronto aiuto del popolo franco, eletto da Dio a difesa della Chiesa. Ogni indugio diveniva adesso una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto rendere stretto conto a Dio.
Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera del 756 mosse di nuovo per la stessa via contro Astolfo, che, abbandonato l'assedio di Roma, durato già tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò l'esercito contro i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero una nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino Pipino s'incontrò con un ambasciatore che veniva da Costantinopoli, e che si provò a persuaderlo di restituire all'Impero le terre indebitamente occupate dai Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era venuto in Italia a far la guerra «per nessun interesse mondano, in favore di nessun uomo; ma per amore di S. Pietro e venia de' suoi peccati.» Dopo di che andò all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette ben presto arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione di guerra ed un annuo tributo, dovette cedere un maggior numero di città, e dar nuovi ostaggi. Il Libro pontificale dà la lista di queste città, comprendendovi Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino ed il mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola e Ferrara non vi sono comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato e della Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado fu allora incaricato d'andare personalmente, con buon numero di soldati franchi, a prendere la consegna delle città, facendosi dare le chiavi, e per maggiore sicurezza anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione «a S. Pietro, alla Santa Repubblica romana, ed a tutti i successivi pontefici». Questa donazione scritta fu messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si trovava ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando egli scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, i Papi cominciarono a chiedere assai di più.
In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino s'era ritirato in Francia, Astolfo moriva. Egli era stato un sincero cattolico, aveva fondato chiese e conventi, e se aveva portato via dalla Campagna romana reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle chiese del suo regno: tuttavia era stato in lotta continua col Papa. Valoroso in guerra, seguì anch'egli, come la più parte dei re longobardi, una politica capricciosa ed inconseguente, che lo condusse nella seconda parte del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi una minaccia di guerra civile, a causa della successione. Rachi uscì dal convento di Montecassino, per tentar di succedere al fratello; ma ebbe a competitore Desiderio duca di Toscana, che, mediante larghe promesse al Papa, ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene nel suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti di Desiderio, e le molte promesse che aveva fatte alla Chiesa; pregava perciò anche lui di volerlo favorire e d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si trattava adesso, diceva il Papa, di condurre a compimento la bene incominciata impresa, facendo restituire a S. Pietro ed alla Chiesa anche le terre che prima di Astolfo avevano fatto parte dell'Esarcato e della Pentapoli. Non era possibile governare quel paese, tenendo separate popolazioni che assai lungamente erano state unite. «Ora, così concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, divoratore del sangue dei cristiani, e che, mediante l'aiuto vostro e dei Franchi, è successo Desiderio, uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo di spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare con lui a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a farci riavere le proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.»
È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice attuazione delle antiche promesse fatte da Pipino, ma di nuove domande. Il Papa chiedeva l'Esarcato e la Pentapoli nella loro primitiva ed assai più vasta estensione; chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente occupate dai Longobardi o dai Bizantini. Il momento pareva opportuno per attuare ciò che Desiderio gli aveva fatto sperare in compenso dei grandi servigi a lui resi per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide, che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia di mantenere le sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto Faenza e Ferrara, non dette più altro. Stefano II però fu dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757, liberato dal dolore di questo crudele disinganno.