La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò a mettere in evidenza i grandi mutamenti che dovevano seguire a Roma, in conseguenza della nuova politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone dell'Esarcato e della Pentapoli, voleva naturalmente essere anche padrone effettivo del Ducato romano. Infatti a Roma d'ora in poi non si trova più un Duca, perchè il Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto sollevò la nobiltà laica, o sia i Judices de Militia, i quali si trovavano alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta con la nobiltà ecclesiastica, o sia i Judices de clero, i quali, per la nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero voluto comandar essi in Roma. Fortunatamente, il 29 maggio 757, venne consacrato nuovo papa il fratello del defunto, che prese il nome di Paolo I. Questi dovette subito accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si volse perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, come prima soleva farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto contro i nobili, che divenivano sempre più riottosi. Ad essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza al Papa; ed abbiamo la lettera con cui il Senatus atque universi populi generalitas rispondevano «all'eccellentissimo Signore da Dio eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, patrizio dei Romani.» In essa promettevano obbedienza al Papa, che chiamavano «Padre comune.»
Il conflitto principale continuava però sempre ad essere coi Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio era d'un carattere mutabilissimo, che doveva poi essere la rovina sua e del suo regno. Quando i duchi di Benevento e di Spoleto accennavano a ribellarsi a lui, avvicinandosi invece al Papa ed ai Franchi, egli, per mantenere intatta la sua autorità, andò subito con la forza a deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo di ciò il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore Costantino V, detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo a ripigliare l'Esarcato e la Pentapoli. Ma quando s'accorse che per questa via non riusciva a nulla, perchè l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di mala voglia e senza fidarsene, pur lo accolse. In verità anche il Papa si trovava in una difficilissima posizione. Non poteva sperar nulla da Pipino, trattenuto ora nelle guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello stesso tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente s'aggiungeva ora quello religioso a causa delle immagini. Costantino Copronimo, infatti, profittando della tendenza del clero franco, che sembrava essere avverso al Papa non solo nella disputa delle immagini, ma anche in quella sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo politico. Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, finì col restar fedele alla Chiesa di Roma.
Siamo evidentemente in un periodo di transizione, nel quale lo stato delle cose muta ogni giorno, ed ognuno quindi muta la sua condotta politica. Pipino trattava coll'Imperatore, ed era amico del Papa, che scriveva e riscriveva in Francia, perchè lo difendessero dai Bizantini, eretici e nemici di Santa Chiesa. Il Papa, disperato, s'avvicinava ai Longobardi nemici suoi e dei Franchi, i quali da lui e dal suo predecessore erano stati chiamati a combatterli. L'Imperatore cercava d'avvicinarsi ai Franchi, che gli avevano tolto l'Esarcato e la Pentapoli dandoli al Papa, contro cui egli ora voleva spingerli.
Ma il 28 giugno 767 moriva Paolo I, il 24 settembre 768 moriva Pipino, e ciò doveva necessariamente dare origine ad un nuovo e grande mutamento.
CAPITOLO V Nuovi e gravissimi tumulti in Roma — Elezione di Stefano III — Matrimonio di Carlo re dei Franchi con Desiderata — I nemici del Papa sono oppressi — Stefano III muore
La morte di Paolo I fu come il segnale dato ad un nuovo e più violento scatenarsi dei partiti. Si vide allora chiaramente che cosa volesse dire l'aver distrutto affatto l'autorità dell'Imperatore in Roma, nell'Esarcato e nella Pentapoli, senza nulla sostituirvi, lasciandovi padrone il Papa, che era disarmato. Il Ducato romano, che abbracciava presso a poco quella che oggi si chiama la provincia di Roma, è ricordato la prima volta nel Libro Pontificale l'anno 712 (I, 392), e l'Exercitus romanus è già ricordato nel 638 e nel 643 (I, 328, 331 e 395, n. 28). Questo era diviso in scholae, comandate, come già dicemmo, dall'aristocrazia laica, potentissima nella Città e nella Campagna. Alla loro testa era il Duca mandato prima da Costantinopoli, dopo il 727 (I, 404) eletto dall'aristocrazia, scomparso a tempo di Pipino, perchè a capo della Città e del Ducato si pose allora il Papa. Questi si trovava ora combattuto fra l'aristocrazia laica, che comandava l'esercito ed in parte anche le Città, e l'aristocrazia ecclesiastica, che, amministrando la Chiesa ed i suoi vasti possessi, non era certo in Città meno potente della sua rivale. Un conflitto tra l'una e l'altra appariva adesso inevitabile.
Infatti Paolo I riposava ancora sul suo letto di morte, quando Toto, duca di Nepi, raccolse nella Campagna più gente che potè, ed insieme coi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, corse a Roma dove fece colla forza nominar papa il fratello maggiore Costantino. Questi era però laico, e quindi il vescovo di Palestrina fu costretto, nonostante ogni sua resistenza, a consacrarlo successivamente chierico, suddiacono e diacono, dopo di che lo proclamarono papa lo stesso giorno 28 giugno 767. Egli restò sulla sedia episcopale solo tredici mesi, che furono pieni di sanguinosi tumulti, perchè contro la sua strana elezione insorse violentemente l'aristocrazia ecclesiastica, la quale era stata da lui privata d'una parte de' suoi ricchi uffici. Essa avrebbe naturalmente dovuto inclinare al partito dei Franchi; ma, non potendo ora sperare nessun aiuto da Pipino, tutto occupato nelle sue guerre, si vide costretta a rivolgersi ai Longobardi, ed ebbe subito il favore di Desiderio. Cristoforo, che era Primicerio nella cancelleria papale, e suo figlio Sergio, che era Secundicèrio, poterono, coll'assenso del Re longobardo, raccoglier gente nel Ducato di Spoleto, ed il 29 luglio 768 si trovarono a Porta S. Pancrazio, dove vennero alle mani cogli avversari, cioè coi capi dell'aristocrazia laica. Questi furono vinti, perchè tra loro c'erano dei traditori, i quali, appena che la lotta si volse in favore del proprio partito, ferirono alle spalle i compagni, che così furono vinti. Passivo, il fratello del Papa, con alcuni de' suoi più fidi, corse in Laterano per salvargli almeno la vita; ma vennero invece tutti presi e tenuti prigionieri. Allora un tal Valdiperto, prete longobardo, che aveva cooperato coi vincitori, raccolse tumultuariamente i suoi amici, e fece eleggere papa un prete Filippo, che fu subito consacrato in Laterano, sedette sulla cattedra di S. Pietro, e benedisse il popolo. Ma questa elezione, fatta esclusivamente a favore del partito longobardo, non poteva piacere a nessuno dell'aristocrazia romana, la quale era insorta solo a vantaggio della propria preponderanza. Essa perciò costrinse subito Filippo a dimettersi, e raccolti gli amici, l'esercito, il popolo, il clero, fece una nuova elezione, che riuscì a favore di Stefano III (1º agosto 768), stato già amico fedele di Paolo I.
La nuova elezione, che venne finalmente riconosciuta valida, non potè calmare gli animi, perchè i vincitori, prima che il nuovo Papa fosse consacrato (7 agosto), vollero far vendetta della elezione di Costantino. Ad alcuni dei suoi fautori vennero, secondo il crudele costume bizantino, cavati gli occhi, e strappata la lingua. La turba inferocita corse poi alla casa in cui era stato rinchiuso il già decaduto Papa, e copertolo d'insulti, lo menarono, a cavallo sopra una sella da donna, in un monastero. Di là il 6 agosto fu condotto alla basilica laterana, dove i vescovi ivi radunati lo deposero solennemente, facendogli strappare il pallio e levare i calzari pontifici. Poco dopo, tiratolo fuori del convento, i suoi nemici gli cavarono gli occhi lasciandolo quasi esanime nella strada. La stessa sorte toccò ad altri. Non fu risparmiato neanche il prete Valdiperto, perchè avendo egli di suo arbitrio fatto eleggere Filippo, che era stato deposto, si temeva che, messosi d'accordo coi suoi compagni longobardi, volesse ora vendicarsi. Per questa ragione quelli stessi che poco prima erano stati suoi partigiani, lo cercarono adesso a morte; nè gli valse l'essersi rifugiato in S. Maria dei Martiri (Panteon), dove teneva strette in mano le sacre immagini, sperando così di salvarsi. Lo trascinarono con violenza nel campo del Laterano, dove anche a lui cavarono gli occhi, in conseguenza di che morì poco dopo di cancrena alle occhiaie. Stefano III non fece nulla per opporsi a queste iniquità; nè basta a scusarlo il dire che, quando avesse voluto, difficilmente sarebbe riuscito ad impedirle.
Nell'aprile 769 venne radunato in Roma un Sinodo, per prendere le misure necessarie ad evitare che nelle future elezioni si rinnovassero gli scandali, e vi intervennero anche dodici vescovi franchi. Ma neppure questo Sinodo procedette pacificamente. Il misero ex-papa Costantino già accecato, jam extra oculos, fu chiamato a dichiarar come mai avesse osato farsi eleggere, essendo laico. Rispose che aveva dovuto cedere alla forza del popolo tumultuante, e chiese perdono de' suoi peccati. Ma nel giorno seguente, avendo osato aggiungere a sua scusa, che prima di lui v'erano pure stati a Ravenna e Napoli vescovi eletti, sebbene laici, vi fu nel Sinodo uno scoppio irrefrenabile d'indignazione. Gli troncarono la parola in bocca, ordinando poi che fosse dagli assistenti preso a ceffoni e cacciato via. Furono bruciati il decreto della sua elezione e gli atti del suo pontificato. Stefano III, i vescovi, il clero, i cittadini presenti nella basilica pregarono in ginocchio, facendo penitenza per aver tollerato un Papa così irregolarmente eletto, e accettato da lui la comunione. Fu inoltre, sotto pena d'anatema, proibito di far mai più salire al pontificato un laico. Venne anche deliberato, che non potesse in nessun caso essere eletto chi non era diacono o prete cardinale, e che non fosse lecito a nessuno portare armi nel luogo della elezione, la quale d'allora in poi doveva esser fatta solo dai cardinali, dai primati della Chiesa, e dai chierici di Roma, restandone escluso il popolo, che insieme coll'esercito avrebbe solo acclamato il nuovo eletto.
A far sempre più peggiorare le tristi condizioni della Città, contribuiva adesso non poco lo stato delle cose all'estero. Dopo la morte di Pipino infatti il regno franco era rimasto diviso fra i suoi due figli Carlomanno e Carlo, i quali subito furono in grave discordia fra di loro. Questa discordia toglieva al Papa ogni speranza d'aiuto da parte dei Franchi, e cresceva l'audacia dei nobili romani, specialmente di Cristoforo e di Sergio. Essi avevano fatto prima deporre Costantino, poi Filippo; avevano fatto eleggere Stefano III, e si credevano perciò in diritto di dominarlo, di farla in tutto da padroni. Nella lotta tra Carlomanno e Carlo parteggiavano pel primo, che li favoriva a dispetto del Papa, il quale mal tollerava la loro prepotenza. Questa discordia dei due principi franchi divideva gli animi anche in Italia, perchè bastava dichiararsi avverso ad uno di essi, per avere subito il favore dell'altro. E così venivano non poco alimentati i partiti in tutta la Penisola, ma sopra tutto in Roma ed in Ravenna. In quest'ultima città lottavano fra di loro i diversi aspiranti alla sedia arcivescovile, i quali andavan d'accordo solamente nel volerla rendere sempre più indipendente dal Papa, e ciò anche ora che l'Esarcato era stato a lui concesso da Pipino.