Bertarida, la madre dei due re franchi, faceva invano ogni opera per pacificarli fra di loro. A questo fine essa era venuta in Italia, e cercava imparentarli coi Longobardi. Riuscì infatti a concludere il matrimonio fra Carlo e Desiderata, figlia di Desiderio. Si parlava anche d'un matrimonio da concludersi fra Carlomanno ed un'altra longobarda. A tali notizie il Papa, che in questi accordi vedeva un grandissimo pericolo per gl'interessi della Chiesa, una minacciosa rovina di tutti i disegni così lungamente meditati, fu preso da una collera irrefrenabile. Il linguaggio da lui adoperato nella lettera che allora scrisse ai due fratelli era infatti tale che, sebbene essa si trovi nel codice carolino, venne da alcuni ritenuta apocrifa. Chiamava diabolica ogni unione «fra la nobilissima gente dei Franchi e la iniquissima dei Longobardi.» Sembrava credere che i due fratelli avessero già moglie, e quindi che i nuovi matrimoni proposti non potessero esser altro che concubinaggi. E concludeva: «abbiamo posto questa nostra lettera di ammonimento sulla tomba di S. Pietro, celebrandovi sopra la messa, e da questo luogo la mandiamo a voi colle lacrime agli occhi.» Carlo però non aveva moglie legittima, non v'era quindi ostacolo al suo matrimonio con Desiderata, che fu celebrato; ed il Papa si dovè rassegnare al fatto compiuto. A che invero avrebbe potuto giovare l'irritare Carlo e Desiderio? Si aggiungeva che Cristoforo e Sergio erano divenuti sempre più insopportabili, s'erano avvicinati a Carlomanno, e questi aveva mandato presso di loro a Roma il suo ambasciatore Dodone con alcuni militi, il che li aveva resi più audaci che mai. Inoltre dopo la deposizione di Filippo e la uccisione di Valdiperto, essi erano necessariamente divenuti nemici dei Longobardi, e per questa ragione Bertrada potè riuscire a riannodar buone relazioni fra il Papa e re Desiderio, che tornò subito a largheggiar di promesse.
Sotto pretesto d'un religioso pellegrinaggio, il re longobardo con buon seguito d'armati s'avvicinava ora a Roma, per incontrarsi col Papa in S. Pietro, ed aiutarlo contro Cristoforo e Sergio, che erano sempre più minacciosi, e non si lasciarono prendere alla sprovvista (771). Dalla Città e dalla Campagna avevano chiamato i loro amici, radunandoli insieme coi pochi soldati franchi venuti coll'ambasciatore Dodone; e quando il Papa e Desiderio s'incontrarono in S. Pietro, tutto era pronto per la rivolta. Ma neppure il Papa se n'era stato ozioso, avendo dato la direzione della difesa ad uno degli alti ufficiali della Curia, il cubiculario Paolo, soprannominato Afiarta, uomo audacissimo. Questi, senza por tempo in mezzo, quando Stefano III tornava da S. Pietro al Laterano, chiamò il popolo alle armi, e levò il tumulto. Cristoforo e Sergio corsero colle loro genti al Laterano, chiedendo ad alte grida che si desse loro nelle mani l'Afiarta. Ma sfortunatamente per essi quelli che li seguivano, entrati nel Palazzo, non seppero trattenersi dal saccheggiarlo, e penetrarono armati perfino nella Basilica, dove il Papa s'era rifugiato. Che cosa precisamente seguisse allora noi non lo sappiamo. Stefano III scrisse d'aver corso pericolo della vita; ma il giorno dopo andava accompagnato da molti armati e dallo stesso Afiarta, ad abboccarsi nuovamente con Desiderio in S. Pietro. Sembra certo che Cristoforo e Sergio non si spinsero fino a far violenze al Papa, sia che essi non osassero porre le mani sul Capo visibile della Chiesa, nel tempio del Signore, sia che i loro seguaci allora li abbandonassero, o, come è più probabile, che l'Afiarta arrivasse in tempo per resistere. Certo è che il giorno dopo, quando Stefano III era tornato in S. Pietro, caddero ambedue nelle mani dei difensori del Papa, il quale ordinò che restassero nella Basilica fino a notte avanzata, per farli poi, così almeno disse, coll'aiuto delle tenebre, condurre dall'Afiarta più sicuramente salvi in città. Ma invece, quando erano per entrar dentro le mura, sopraggiunsero improvvisamente alcuni manigoldi ivi appiattati, che li malmenarono e cavaron loro gli occhi. Cristoforo fu trascinato nel monastero di S. Agata, dove dopo tre giorni morì; Sergio invece fu tenuto prigioniero nel Laterano, donde poi scomparve. E Desiderio, che era stato il segreto istigatore di queste sanguinose violenze, alle quali non si può credere che rimanesse affatto estraneo il Papa, se ne tornò a Pavia.
In tal modo i due antichi capi dell'aristocrazia ecclesiastica, che si erano uniti ai Longobardi per poi tradirli, furono abbattuti. Ma papa Stefano, sempre debole e mutabile, s'era liberato da una tirannia, per cadere sotto un'altra. In Roma spadroneggiava ora l'Afiarta col favore del partito longobardo, di che erano scontentissimi i Franchi. Carlomanno infatti aveva favorito Cristoforo e Sergio; e neppure a suo fratello Carlo poteva piacere di vedere in Roma trionfare i Longobardi. Con ambedue i fratelli e con la loro madre Bertarida il Papa si scusava dicendo che tutto era stata colpa dell'ambasciatore Dodone, il quale s'era unito «coi diabolici promotori d'un tumulto, che aveva messo a grave pericolo la sua propria vita in Laterano. Quanto alle violenze usate a Cristoforo ed a Sergio, nel loro rientrare in Città, esse eran seguite contro ogni suo volere, per opera di volgari malfattori, che non si fu in tempo a fermare, perchè erano sbucati inaspettatamente dai loro nascondigli.» La lettera del Papa concludeva facendo le lodi di Desiderio, a cui egli diceva di dovere la propria salvezza, e che già cominciava a mantenere la promessa di restituire le terre usurpate. Ma tutto ciò non era poi vero, come ben presto si vide.
Lo stato generale delle cose mutava ora non poco in Italia e fuori. Carlo, che era stato sempre avverso ai Longobardi, ripudiava la moglie Desiderata, rimandandola al padre, e ciò, come è naturale, apriva fra di loro un abisso. Il 4 dicembre 771 Carlomanno moriva, lasciando un figlio, che aveva solo un anno; ed i Grandi elessero Carlo a successore del fratello, volendo colla unione del regno aumentarne la forza. Il Papa, mutando ancora una volta la sua politica, si allontanava da Desiderio, che non manteneva le promesse fatte, e s'avvicinava a Carlo. Egli era molto irritato contro il re longobardo, perchè quando aveva a lui ricordato gli obblighi assunti, questi gli aveva risposto, che doveva invece essere contento, e ringraziarlo di quanto aveva già fatto per lui, che per opera sua era stato liberato dalla prepotenza di Cristoforo e di Sergio. Tutte queste agitazioni, tutti questi continui e pericolosi mutamenti turbarono assai l'animo debole ed incerto del Papa, già malato del male che doveva condurlo alla tomba. L'Afiarta poi non gli lasciava pace, perchè voleva apparecchiare a proprio vantaggio la nuova elezione; e quindi di suo arbitrio mandava in esilio, faceva mettere in carcere tutti i nobili più avversi a lui ed ai suoi. Finalmente ai primi di febbraio 772 Stefano III moriva, il che dette origine ad un altro grande mutamento in Roma e nell'Italia.
CAPITOLO VI Elezione di Adriano I — Condanna e morte dell'Afiarta — Discesa di Carlo re dei Franchi in Italia — Disfatta dei Longobardi, assedio di Pavia — Carlo va a Roma, dove passa la Pasqua del 774
L'Afiarta riuscì a fare in modo, che la nuova elezione procedesse rapidamente e senza tumulti, non però a fare scegliere un papa quale a lui sarebbe convenuto. Sulla cattedra di S. Pietro saliva infatti Adriano I (772-95), uomo saldo nella fede religiosa, e di carattere fermissimo, che, a differenza del suo predecessore, non esitava mai. Quando infatti arrivarono a lui gli ambasciatori di Desiderio, facendo al solito larghe promesse in nome del loro signore, egli rispose, che non poteva prestar fede a chi aveva sempre mentito al Papa defunto. Tuttavia, siccome essi insistevano, e non volendo Adriano mancare del tutto all'usanza ed alle convenienze, mandò a Pavia ambasciatori il notaio Stefano, e Paolo Afiarta. Arrivati però che essi furono a Perugia, dovettero fermarsi, avendo saputo che Desiderio, già mutato animo, s'era impadronito di Faenza, di Ferrara e Comacchio, dopo di che le sue genti correvano liberamente per l'Esarcato, e minacciavano Ravenna, di dove l'arcivescovo chiedeva aiuto al Papa. La vedova di Carlomanno s'era in questo mezzo rifugiata coi figli presso Desiderio, il quale, per odio a Carlo, l'aveva accolta sotto la sua protezione, e voleva che il Papa facesse lo stesso, che anzi ne consacrasse i figli. Ma Adriano «si mostrò duro come adamante;» mandò anzi una seconda ambasceria a Pavia, per far nuovi rimproveri al re longobardo, ed indagare più precisamente l'animo di lui.
In questo mezzo l'Afiarta, avendo compreso quanta era l'avversione del Papa per lui e pei Longobardi, aveva cercato di mettersi d'accordo con Desiderio. Questi voleva avere un abboccamento con Adriano, sperando, mediante nuove lusinghe, di poterlo tirare alle sue voglie; e l'Afiarta promise di condurglielo, «anche se fosse stato necessario trascinarlo con una corda al collo.» Aveva però fatto i conti senza l'oste, giacchè appena giunto a Rimini, venne arrestato dagli agenti dell'arcivescovo di Ravenna, che ne aveva ricevuto ordine dal Papa. Il quale, essendo deciso a farla finita colle prepotenze dell'Afiarta, aveva richiamato quasi tutti coloro che da questo erano stati esiliati, e fatti uscir di carcere quelli che aveva imprigionati. Ordinò inoltre una severa inchiesta, per sapere che cosa fosse mai avvenuto di Sergio. E fu scoperto che, otto giorni prima della morte di Stefano III, in sul far della notte, quel disgraziato era stato, per ordine dell'Afiarta e di altri, condotto sull'Esquilino, presso l'Arco di Gallieno, dove l'avevano ucciso e sepolto. Il cadavere venne infatti trovato con i segni ancora visibili delle percosse, e col capestro alla gola. I complici del delitto, appena scoperti, o fuggirono o vennero esiliati. Gli atti del processo furono mandati a Ravenna, perchè anche l'Afiarta venisse giudicato, e, se colpevole, punito della stessa pena. Ma l'arcivescovo, che era ardente partigiano dei Franchi, e però anche più del Papa nemico dell'Afiarta e dei Longobardi, lo fece condannare a morte, sentenza che venne subito eseguita. Il Papa se ne mostrò assai scontento, perchè egli che era fermo, non voleva appunto perciò apparire eccessivo.
In ogni modo adesso il partito dei Longobardi era in Roma sgominato, ed il loro capo Afiarta non poteva più dar noia a nessuno. Desiderio faceva gravi minacce al Papa, che non si voleva accordare con lui; e subito dopo occupava l'Esarcato, entrava nella Pentapoli, e tra la fine del 772 e i primi del 773 era già in via verso il confine del Ducato romano. Adriano però non se ne stava inerte; ma raccoglieva gente dalla Campagna, dalle province, e dalle città, per esser pronto alla difesa. Nello stesso tempo scriveva, sollecitando aiuto da Carlo, che allora era spinto a venire in Italia anche da alcuni Grandi longobardi nemici di Desiderio. Ben presto infatti gli ambasciatori franchi arrivarono a Roma con la notizia che Carlo aveva deciso di passare le Alpi. E però, quando Desiderio era giunto a Viterbo, i messi del Papa, che aveva ripreso animo, si presentarono a lui, intimandogli di ritirarsi sotto pena d'anatema. Ed il re longobardo, saputo che i Franchi s'avanzavan davvero, si ritirò. Carlo, come già aveva fatto Pipino con Astolfo, prima di venire alle armi, anch'egli avanzò proposte di pace al re longobardo, promettendogli 14,000 soldi d'oro, se restituiva al Papa le terre promesse. Ma nessun accordo fu possibile.
Nella primavera del 773 i Franchi s'avanzarono perciò di nuovo verso l'Italia, divisi in due eserciti. Uno, che prese la via di Monte Giove, oggi Gran S. Bernardo, era comandato da Bernardo, figlio di Carlo Martello e zio di re Carlo. L'altro s'avanzò pel Cenisio, condotto dal Re in persona, che, arrivato alla Chiusa di S. Michele, tentò nuovamente d'indurre Desiderio a cedere colle buone. Ma fu tutto invano, e si dovè venire a battaglia. E qui più d'una leggenda altera la storia in modo, che resta assai difficile scoprire il vero. Si narra che il passaggio delle Alpi era così fortemente chiuso da un grosso muro, costruito dai Longobardi a propria difesa, che i Franchi, sgomenti, volevano ritirarsi, quando, per divina volontà, i nemici si dettero invece a precipitosa fuga. Un'altra leggenda dice che ciò avvenne, perchè alcuni dei capi longobardi tradirono. Una terza narra che, quando re Carlo si trovò nella impossibilità di andar oltre, un giullare longobardo si presentò a lui, offrendosi d'indicargli un sentiero sconosciuto, pel quale poteva passare inavvertito. E così i Franchi, discesi nella pianura, avrebbero preso il nemico alle spalle, ponendolo in rotta. Si sarebbe allora chiesto al giullare che compenso voleva, ed egli, salito sopra un colle, e dato fiato al suo corno, avrebbe chiesto che fin là dove il suono s'udiva, il terreno fosse suo. E gli fu concesso. Ma lasciando da parte queste ed altre leggende, noi possiamo dir solo che tra Franchi e Longobardi vi fu una battaglia, vinta certamente dai primi, della quale però non sono conosciuti i particolari. Sembra che, mentre re Carlo combatteva di fronte i Longobardi, l'esercito comandato da Bernardo, avanzatosi rapidamente per una via poco conosciuta, li prendesse alle spalle, ponendoli così in fuga precipitosa. Desiderio allora si ritirò a Pavia per difendersi, e suo figlio Adelchi si chiuse in Verona, dove si era rifugiata anche Gerberga, la vedova di Carlomanno, coi figli.
Carlo s'avanzò subito coll'esercito, occupando varie terre importanti, fra cui Torino e Milano. Poi mise l'assedio a Pavia, che poteva resistere a lungo. Adesso lo scopo della guerra non era più, come a tempo di Pipino, di far restituire le terre alla Chiesa. Carlo non voleva venire a patti, faceva ai Longobardi addirittura una guerra di sterminio, per annientarne la potenza, ed impadronirsi di tutto il loro regno. Prevedendo che l'assedio, già regolarmente cominciato, dovesse andare in lungo, fece di Francia venir la moglie Ildegarda, e compiè parecchie secursioni, occupando altre città, che s'arresero senza resistere. Fra queste fu anche Verona; e caddero allora nelle sue mani Gerberga e i figli, che finirono in un convento. Adelchi invece riuscì a scampare, e dopo essere rimasto qualche tempo a Salerno, se ne andò a Costantinopoli.