Essendo passati già sei mesi, senza che la fine dell'assedio si vedesse vicina, Carlo pensò d'andare quell'anno (774) in Roma, a passarvi, com'era allora il sogno di tutti i credenti, la Pasqua, che cadeva quell'anno il 2 di aprile. Il Re avrebbe anche avuto a Roma il modo d'accordarsi col Papa sulle grandi questioni politiche, che in conseguenza della guerra presente, dovevano sorgere inevitabilmente. Infatti, conquistato che avesse il regno longobardo, che cosa doveva farne? Non certo restituirlo all'Impero, perchè vi si sarebbe opposto Adriano I, nè egli era venuto in Italia per ciò. Darlo tutto alla Chiesa non avrebbe voluto, nè il Papa, disarmato come era, sarebbe stato in grado di governarlo. Tenerlo tutto per sè, sarebbe stato un mancare alle promesse fatte al Papa, col quale voleva andare d'accordo: per difenderlo e favorirlo egli era venuto in Italia, ed aveva intrapreso la guerra. Era dunque necessario intendersi, ed anche per ciò la sua gita a Roma riusciva assai opportuna.

Quello a cui già da un pezzo miravano i Papi, ed a cui mirava più che mai Adriano, adesso che il regno longobardo era vicino a cadere, trasparisce abbastanza chiaro dalle loro lettere e dalla così detta donazione di Costantino, la quale, sebbene sia un documento falso, compilato in questo tempo appunto da qualcuno della Curia, ha certo un notevole valore storico, perchè scopre chiaramente le mire ambiziose, che da lungo tempo aveva sempre avute la Chiesa. Questa donazione, che vien fuori adesso, ed è ben presto citata dai Papi come un documento autentico, diceva che l'Imperatore, dopo aver concesso al Papa il palazzo Laterano insieme con i più alti onori imperiali, dopo aver riconosciuto la superiorità della Chiesa, e riconosciuto nei prelati e nei cardinali la dignità senatoria, concedeva «la città di Roma e tutti i luoghi, le province e città d'Italia al beatissimo papa Silvestro ed ai suoi successori.» Per quanto vaghe e fantastiche potessero sembrare queste concessioni, risulta sempre più chiaro che i Papi aspiravano a prendere in Italia il posto che l'Impero era costretto a lasciare; e i fatti provano che Adriano I non si contentava più delle sole terre che Pipino aveva tolte all'Impero. Appunto ora gli Spoletini, per evitar di cadere sotto il dominio di Carlo, erano venuti in Roma a fare atto di sottomissione al Papa, giurandogli obbedienza, facendosi, secondo l'uso di quel tempo, tagliare i capelli e radere la barba; ed il Papa aveva accettato, riconoscendo, quasi fosse già loro legittimo signore, il nuovo Duca che si erano scelto. Osimo, Fermo, Ancona e Città di Castello imitarono l'esempio di Spoleto. Che Adriano I però pensasse sul serio di potere in Italia succedere all'Impero ed ai Longobardi, non è facile crederlo. Egli doveva ben capire che, anche avendola, non avrebbe mai potuto, nè saputo governar tutta la Penisola. Il concetto perciò che a Carlo si presentava come più pratico e più facilmente attuabile, era quello di formare nella Lombardia e nella Liguria un regno franco, cedendo al Papa, oltre il Ducato di Roma, l'Esarcato e la Pentapoli, dandogli altrove anche i territori e le proprietà su cui la Chiesa avesse potuto dimostrare d'avere giusti diritti patrimoniali. Tutto questo però non era ancora ben definito nella mente di nessuno; era sempre un argomento fluttuante, aperto alla discussione, che si sarebbe potuta fare a Roma.

A trenta miglia di distanza dalla Città, presso il lago di Bracciano, Carlo incontrò i primi dignitari mandati dal Papa. Ad un miglio di distanza dalle mura incontrò le Scholae della milizia, gli studenti con rami d'ulivo, tutta una moltitudine che s'avanzava cantando inni religiosi, portando in mano grandi croci, come s'era usato nel ricevere l'Esarca. Appena che Carlo li vide, discese da cavallo, ed andò a piedi sino a S. Pietro. L'antica chiesa, che la tradizione diceva costruita per ordine di Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai più bella, pel suo carattere veramente originale. Si trovava fuori delle mura, le quali ancora non circondavano il quartiere vaticano, che era come un sobborgo della Città. La vasta basilica a forma di croce aveva cinque navate, la principale delle quali finiva con un abside semicircolare. Alla chiesa s'arrivava traversando un atrio spazioso a forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento così della chiesa come dell'atrio, si trovava alcune braccia più in alto della piazza. Vi si ascendeva per una scala larga quanto la facciata o muro esterno. Le novantasei colonne, nonchè i mattoni coi quali erano state costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino anfiteatro di Nerone, e da altri edifizi pagani: si vedeva una grande varietà di sagome, di capitelli, di colonne. E questo gran tempio cristiano, composto coi frammenti di tempii pagani, sembrava sfavillar da lontano, perchè il tetto era formato da tegoli di bronzo dorato, tolti anch'essi dagli antichi tempii di Roma e di Venere. Nell'interno i diversi colori dei mosaici e delle pitture davano a quella chiesa una solenne e severa varietà, che armonizzava col sentimento religioso assai più del S. Pietro moderno, che sembra quasi un'immensa galleria. Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune delle quali anch'esse tolte ai tempii pagani, e adattate ad uso cristiano. A tutto ciò s'aggiungevano ricchi broccati, veli a trapunto, lamine d'oro e d'argento. Nel mezzo della croce era la Confessione dell'Apostolo, rivestita d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne di onice a spira, con un centinaio di lampade e candele, le quali ardevano giorno e notte. Ivi erano tutti i giorni prostrati in ginocchio migliaia di fedeli d'ogni sesso ed età, d'ogni condizione sociale, venuti da tutte le parti del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma era un tempio unico veramente, che poteva dirsi il centro religioso del mondo.

In cima della scala d'ingresso, circondato dal clero, da numeroso popolo, il Papa sin dal mattino aspettava il Re, che nel vederlo cadde in ginocchio ai piedi della scala, ed in ginocchio ne salì gli scalini, baciandoli l'un dopo l'altro. Giunto che fu dinanzi alla porta, il Papa lo baciò, e poi strettagli la mano, traversato con lui l'atrio, lo condusse nel tempio fino alla Confessione, dove il clero ed i cantori intonarono il versetto: «Benedetto chi viene in nome del Signore». Quel giorno stesso, sabato santo, 1º di aprile, Re e Papa, circondati da nobili franchi e romani, scesero nella Confessione, dove era la tomba di S. Pietro, e si giurarono mutua fedeltà. Dopo di che andarono a S. Giovanni in Laterano, dove il Re assistette al battesimo amministrato dal Papa. Il giorno seguente, era la Pasqua, ed il Re ascoltò la messa solenne, celebrata in S. M. Maggiore dal Papa. Il terzo giorno, che era la prima festa di Pasqua, vi fu gran banchetto; il quarto venne solennizzato in S. Pietro, dove colle lodi del Santo furono celebrate quelle del Re; il quinto in S. Paolo.

Ma più importante di tutti fu il sesto giorno, 6 aprile, quarta festa di Pasqua. Il Papa usciva di città, in solenne processione, e s'incamminava nuovamente col Re a S. Pietro, dove prese a scongiurarlo perchè volesse adempiere interamente le promesse fatte da Pipino, e da lui confermate. Allora, secondo il Libro pontificale, che è la fonte quasi unica che qui abbiamo, Carlo si fece leggere la donazione fatta da Pipino a Quierzy, la quale venne da lui e dai suoi Grandi riconfermata. Ordinò poi che venisse trascritta dal suo cappellano e notaio, nuovamente impegnandosi a concedere le terre in essa menzionate, facendone anche più specificatamente designare i confini, che si trovano infatti ripetuti nel citato racconto. Questa carta di donazione, che noi più non abbiamo, sottoscritta dal Re, dai suoi vescovi, abati, duchi e conti, fu messa sull'altare di S. Pietro; poi dentro la sacra Confessione; e finalmente venne data al Papa con solenne giuramento che sarebbe osservata. Una seconda copia, di mano dello stesso notaio Eterio, fu, a maggiore solennità e sicurtà, messa nella Confessione, là dove era il corpo di S. Pietro, sotto gli Evangeli, che ivi si solevano baciare: una terza restò nelle mani del Re. Questa narrazione ci è data dal Libro pontificale, nella vita di Adriano I, il cui autore dice d'aver visto coi propri occhi l'atto di donazione. Ciò nondimeno, sulla esistenza di esso e su tutto il racconto si sono fatte dispute infinite, che hanno dato origine ad una intera letteratura: si è parlato di falsificazioni, d'interpolazioni, e simili. Il resultato della lunga disputa è stato però, che oggi si presta fede allo scrittore della vita d'Adriano: le divergenze sorgono piuttosto sul modo d'interpetrare le sue parole.

Secondo lui adunque l'atto di donazione dava al Papa l'Esarcato, nella sua più antica e vasta estensione. Non ricordava espressamente la Pentapoli, ma par certo che intendesse d'includervela; aggiungeva poi i Ducati di Spoleto e di Benevento, la Toscana intera e la Corsica, la Venezia e l'Istria. Così il nuovo regno che Carlo avrebbe serbato esclusivamente per sè, si sarebbe ridotto in assai angusti confini nell'Italia settentrionale, ed il Papa sarebbe divenuto padrone di quasi tutta l'Italia centrale e meridionale, con una parte anche della settentrionale. È certo però, che i confini delle terre concesse al Papa, al di fuori del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, sono indicati in un modo assai indeterminato. E bisogna concludere, che o s'intese accennar solamente ai beni patrimoniali che la Chiesa affermava di possedere nelle altre province, ed il cui possesso credeva di poter documentare; o se si volle veramente promettere in queste un vero e proprio diritto di sovranità, siffatte promesse non furono certo mantenute. E ciò potè essere avvenuto non perchè il Re avesse mutato animo, o avesse voluto ingannare; ma perchè ben presto dovette accorgersi che il Papa non era in grado di conservare neppur quello che gli era stato già concesso. In ogni modo, anche volendo, nel 774 era assai difficile determinare con precisione quello che gli si sarebbe veramente potuto dare. Da una parte le pretese del Papa crescevano ogni giorno; e da un'altra si trattava di conceder quello che si doveva ancora conquistare. L'incertezza ne seguiva perciò come necessaria conseguenza, ed apriva la porta a molte discussioni, a cui solo l'esito finale della guerra poteva porre un termine.

Tra la fine di maggio ed i primi di giugno, re Carlo, fatta a Roma un'assai breve dimora, se ne tornava a Pavia, che dopo avere già resistito circa otto mesi, dovette finalmente arrendersi. E qui la leggenda viene di nuovo a mescolarsi colla storia. Si narra che una figlia di Desiderio, innamoratasi di Carlo, gli facesse, per mezzo d'un proiettile spinto attraverso il Ticino, pervenire una sua lettera, e che dalla risposta avuta s'accendesse vieppiù nel suo amore. Furtivamente allora prese le chiavi della città, che erano sospese al letto del padre, e di notte aprì la porta al nemico. Quando però ella andò incontro a Carlo, venne dai cavalieri franchi, che furiosamente s'avanzavano, calpestata ed uccisa. Tutto questo sembra significare, che Pavia s'arrese non solo per la fame e per le malattie, ma ancora per le discordie interne dei Longobardi. Il re Desiderio fu condotto via, con la moglie e la figlia, in Francia, dove morì oscuro monaco. Il valoroso Adelchi s'era già, per la resa di Verona, che alcuni vorrebbero avvenuta dopo quella di Pavia, rifugiato a Costantinopoli. Tutte le altre terre longobarde, nell'alta e nella media Italia, cedettero l'una dopo l'altra. E così può dirsi colla caduta di Pavia caduto il regno dei Longobardi, che era durato più di due secoli.

CAPITOLO VII Formazione del regno franco in Italia — Congiure e ribellioni contro il Papa, che chiede aiuto a Carlo — Questi torna in Italia, e celebra in Roma la Pasqua del 781

Carlo, che era giunto appena alla età di circa trentadue anni, ed aveva da ogni parte assicurato il suo vasto regno, reso vastissimo dalle conquiste, prese ora il titolo di re dei Franchi, re dei Longobardi e patrizio dei Romani. La sua cancelleria cominciò nei pubblici atti a computare gli anni del regno dalla presa di Pavia, e così fecero anche i privati: il nome dell'Imperatore di Costantinopoli fu in questi documenti come dimenticato. Il nuovo regno dei Franchi nell'alta Italia si estese al di là dell'Isonzo fino all'Istria; ma la supremazia di fatto esercitata da Carlo si allargò a tutta l'Italia centrale. Spoleto che aveva giurato obbedienza al Papa, se ne allontanò, per sottomettersi a Carlo. Il duca di Benevento, Arichi, continuava però a farla da sovrano indipendente; quello del Friuli s'era sottomesso assai di mala voglia, ed aspettava una qualche occasione per ribellarsi. In ogni modo il titolo di Patrizio dei Romani assunto da Carlo non era più un semplice ornamento, ma cominciava ad acquistare un valore reale, perchè egli era divenuto davvero il protettore e difensore della Chiesa. Infatti anche le province più esplicitamente proprie di essa giurarono a lui fedeltà. Par che egli si serbasse il diritto di decidere le condanne capitali, togliendole alle autorità ecclesiastiche; più di una volta infatti lo vediamo sedere pro tribunali, e giudicare nella stessa Roma. Con grande accorgimento non assunse però mai il titolo di re d'Italia, ma quello solamente di re dei Longobardi; e non volle aggregare alla Francia neppur quella parte d'Italia, che ritenne per sè. Ne formò come una provincia separata, quasi un regno autonomo, cui lasciò le antiche istituzioni e gli antichi Duchi: in qualche luogo pose, invece del Duca, un Conte. A Pavia però cominciò subito ad ordinare un'amministrazione nuova, pigliando per sè i beni della corona longobarda, una parte dei quali dette ad alcuni conventi in Francia, il che si potrebbe dire un principio di assimilazione.

Ad un tratto re Carlo fu costretto a ripassare improvvisamente le Alpi, per correre a domare la ribellione dei Sassoni, contro i quali vinse nel 775 una grande battaglia, dopo di che tornò, come vedremo, in Italia a sottomettere il duca del Friuli; ma dovette di nuovo traversare le Alpi, per continuare contro i Sassoni quella lotta, che pareva non dovesse aver mai fine. Sebbene però la resistenza loro e degli Alamanni fosse oltre ogni dire ostinata, gli uni e gli altri, come popolazioni più omogenee, finirono coll'essere assimilati ai Franchi. Lo stesso non potè mai seguire degl'Italiani, che resistettero assai più debolmente e furono più facilmente domati. Durante i due secoli vissuti insieme, Longobardi e Romani s'erano fusi in un popolo solo, e quindi v'era una generale e persistente ripugnanza degli uni e degli altri contro i Franchi, soprattutto poi nei Duchi ed in genere nella classe governante. Nè meno profonde erano queste antipatie nelle terre occupate ancora dai Bizantini, i quali, essendo irritatissimi per ciò che era stato loro tolto dai Franchi, si sforzavano in ogni modo di seminare nelle popolazioni odio contro di essi. Tutto ciò fu causa di grandi disordini, cui se ne aggiunsero, come inevitabile conseguenza, altri di natura diversa, ma non meno gravi.