Su questo grande avvenimento, come è naturale, molto si discusse e molte teorie si esposero. Carlo, secondo alcuni, fu proclamato imperatore dal Senato e dal popolo romano; secondo altri invece lo elesse e consacrò il Papa; secondo altri ancora l'Impero fu conseguenza della conquista. Causa prima fu però sempre riconosciuta la volontà di Dio, di cui gli uomini sono strumento passivo. Il fatto vero è che l'Impero non fu conseguenza di nessuna teoria, ma resultato inevitabile di una storica necessità. La Chiesa aveva bisogno d'essere difesa e protetta; il Papa perciò aveva chiamato i Franchi, e con le sue mani, di propria iniziativa, in nome del Signore, incoronò Carlo. Ma, dopo averlo incoronato, si era inginocchiato dinanzi a lui. Chi dunque era superiore l'Imperatore o il Papa? Questo è ciò che solo l'avvenire potrà decidere. Per ora è il Papa che ha creato l'Impero, della cui protezione ha bisogno. La Chiesa, separatasi da Costantinopoli, è dentro il nuovo Impero, alla testa del quale si trova Carlo, a cui la posterità dette il titolo di Magno. Di fatto sin d'ora egli solo veramente comanda, perchè solo ha la forza.
Ma l'Impero era di sua natura universale, e quindi non poteva essere che uno solo, quello cioè d'Oriente, la cui sede si trovava a Costantinopoli. L'Impero che in passato venne chiamato d'Occidente, non era stato che un episodio passeggiero ed effimero già da lungo tempo scomparso. Erano infatti decorsi tre secoli, dacchè gli ambasciatori d'Odoacre e di Augustolo avevano deposto le insegne imperiali nelle mani di Zenone, dicendogli che l'Occidente non aveva bisogno di un proprio imperatore, bastando a tutti quello di Costantinopoli, di cui l'Italia, sede primitiva, era sempre parte integrante. Il nuovo Impero franco, adunque, pur essendo conseguenza d'una storica necessità, non aveva nessun fondamento giuridico. E forse anche perciò Carlo aveva desiderato di proceder cauto circa il tempo ed il modo della proclamazione. Tuttavia il momento che Leone III aveva scelto era stato assai opportuno. Il re franco aveva allora vinto tutti i suoi nemici, aveva fortemente costituito ed esteso il proprio regno; il Papa, riconosciuto innocente, era tornato sulla cattedra di S. Pietro più autorevole che mai. Il giorno della incoronazione era stato quello a tutti sacro della nascita di nostro Signore, della redenzione cioè del genere umano. Sul trono di Costantinopoli, come abbiam visto, si trovava una donna, e questa donna era un mostro, che non poteva far paura a nessuno. Ciò non ostante, il grande avvenimento ora compiuto era pieno di equivoci e di pericoli, dei quali si dovevano sentire le gravi conseguenze. Per ora l'autorità morale del Papa ne era cresciuta a dismisura.
Dopo una dimora di cinque mesi, nell'aprile 801, celebrata la Pasqua, e lasciato a Pipino l'incarico di continuare la guerra contro Benevento, Carlo se ne tornò a Pavia dove pubblicò alcune altre leggi, che aggiunse a quelle dei Longobardi, ed assunse il titolo di «Serenissimo Augusto, coronato per divino volere, reggente l'Impero dei Romani, e per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi.» All'Italia superiore egli lasciò una propria autonomia, senza annetterla alla Francia, considerandola piuttosto come una sua conquista personale. Invece dei Duchi pose dei Conti, che scelse fra i Longobardi, e che erano, come già dicemmo, meno potenti e più sottomessi, con territori meno estesi. L'unità e la forza del governo, la fusione dei vinti e dei vincitori fecero allora un grande progresso. I Gastaldi, non più necessari, si mutarono in semplici amministratori, e dipesero dai Conti, che rendevano giustizia, non più di propria autorità come i Duchi, ma per delegazione del sovrano. L'eribanno, o la convocazione dell'esercito, appartenne al solo Imperatore che andò ognor più limitando il potere dei Duchi, per mezzo dei Missi dominici, i quali presso i Franchi divennero una istituzione regia di primaria importanza, e per mezzo di essi l'Imperatore vegliava su tutta l'amministrazione. Nei giudizi egli giudicava come vero sovrano, anche secondo equità, quando mancava una speciale disposizione di legge. Questa facoltà che in parte era concessa ai duchi longobardi, non l'avevano i conti franchi.
Carlo si occupò anche dell'ordinamento giudiziario, che presso i barbari serbò lungamente le tracce della sua origine. Dapprima ognuno si faceva giustizia da sè; poi la giustizia venne amministrata dal popolo; più tardi ancora dal sovrano, che rappresentava lo Stato. Nel Medio Evo prevalse un sistema misto. Il popolo partecipava all'amministrazione della giustizia insieme col Re, che giudicava solennemente, circondato dai Grandi della Corte, e dai suoi giudici palatini, dinanzi alle assemblee popolari, chiamate placita, che per delegazione potevano essere presiedute dai Conti. Accanto al sovrano o al suo delegato v'erano magistrati che dirigevano queste assemblee, e conoscevano bene le consuetudini. A poco a poco il popolo cominciò a non intervenire regolarmente ai placita; e le leggi scritte che vennero aggiunte alle consuetudini, o furono sostituite ad esse, erano meno facilmente conosciute. Divenne allora necessario nominare magistrati temporanei periti nelle leggi e capaci di formulare le sentenze. Questi magistrati furono da Carlo resi permanenti, e vennero chiamati Scabini. Erano eletti nei placita in presenza del Conte; e i Missi dominici ne approvavano la nomina quando li trovavano idonei.
La forma generale della società e del governo franco differiva molto dalla longobarda, specialmente nel suo maggiore accentramento, nella maggiore autorità politica, militare e giudiziaria del sovrano. Pei Franchi non c'era differenza tra il patrimonio dello Stato e quello del Re. Curtis regia, Palatium publicum, Res publica erano una sola e medesima cosa: il sovrano poteva concederli in beneficio o anche donarli. Le terre demaniali, e quelle confiscate che per mancanza d'eredi venivano al demanio, facevano parte anch'esse del patrimonio regio. Il Re dava l'amministrazione di tutto ciò a suoi ufficiali, che non erano indipendenti come i Gastaldi longobardi; ovunque e sempre la sua forte individualità aumentava la sua morale e materiale potenza.
La continua e febbrile attività di Carlo si manifestava in mille modi diversi. Forte, alto, bello della persona, facondo e valoroso, con occhi vivacissimi, sempre instancabile, egli era non solo un capitano ed un uomo di Stato di primissimo ordine, ma anche un gran promotore di opere pubbliche, come furono generalmente tutti i grandi sovrani. Nel 793 lo vediamo occupato ad esaminare la proposta d'un canale, che avrebbe dovuto congiungere il Reno ed il Danubio, impresa gigantesca, superiore alla capacità di quei tempi e che solo ai nostri giorni potè essere eseguita. Molti canali, strade, ponti, tra cui uno grandissimo sul Reno a Magonza, furono da lui costruiti. E così pure molte chiese, fra le quali è celebre, pel suo tesoro, le sacre reliquie e le memorie, quella che anche oggi è continuamente visitata dal forestiero in Aquisgrana, e venne costruita a similitudine della chiesa di S. Vitale in Ravenna. Ma la più parte di questi edifizi è ora scomparsa, nè a Carlo, non ostante i suoi lodevoli sforzi, riuscì di fermare la decadenza dell'architettura. Quello che dà un'altra prova della sua varia attività e del suo alto intelletto, si è l'osservare come, sebbene egli fosse così poco culto, che imparò assai tardi a leggere, nè mai riuscì a scrivere con facilità, e sebbene fosse di uno spirito e di un carattere essenzialmente germanico, fu anche uno dei più grandi promotori della cultura greco-romana. Quando appena la guerra gli lasciava un momento di riposo, noi lo vediamo nello stesso tempo legislatore, giudice supremo, iniziatore di opere pubbliche, e gran Mecenate, circondato di dotti, con piena intelligenza di quella cultura, che non possedeva, ma di cui comprendeva tutta l'importanza.
Presso di lui troviamo fra gli altri Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi; uomo di varia cultura, che conosceva il greco, e scrisse parecchie opere in prosa ed in verso. Caro a Rachi ed a Desiderio, fu prima nella Corte di Pavia, poi in quella di Benevento; assistè alla rovina del regno longobardo, e si ritirò frate benedettino a Monte Cassino. La sua famiglia dovette essersi mescolata nelle congiure contro Carlo, giacchè un suo fratello, come già vedemmo, fu tenuto dal Re in dura prigionia. Questo indusse Paolo, che sapeva in quanta stima l'Imperatore tenesse i dotti, a scrivergli e perorare la causa del fratello. Dopo di che andò egli stesso alla Corte, dove fu assai bene accolto, vi restò negli anni 783-86, e par che la sua preghiera fosse esaudita. Ma l'amore della patria lontana lo richiamava, e se ne tornò a Monte Cassino, dove scrisse la sua Storia dei Longobardi. Per mezzo di altri dotti, che vennero in Francia o che vi erano nati, Carlo potè fondare nel proprio regno molte scuole, la principale delle quali soleva risiedere nel suo Palazzo in Aquisgrana, e spesso lo seguiva con la Corte nelle sue peregrinazioni. Essa fu diretta da Alcuino, nato in Inghilterra, dove venne educato nella scuola di York, in cui fioriva quella cultura, che dall'Irlanda era passata nell'Inghilterra. In essa il dotto Inglese acquistò la conoscenza della filosofia e dei classici latini, pei quali ebbe grande ammirazione. Carlo lo conobbe in Italia, e lo invitò subito in Francia, dove Alcuino andò con alcuni suoi compagni, e fu ivi l'iniziatore della grande scuola, che diresse, e che era una specie di Accademia, alla quale il Re soleva assistere coi suoi figli. Vi s'insegnavano il Trivio, il Quatrivio, la Teologia; e i suoi principali componenti, assumevano nomi greci, romani o biblici. Re Carlo era chiamato David, Alcuino ebbe il nome di Flacco, il suo compagno Angilberto quello d'Omero, e così gli altri. Dal 782 al 796, Alcuino rimase alla testa della scuola, la quale promosse grandemente la cultura non solo in Francia, ma anche in Europa. Ed il Re, fra le altre non poche elargizioni, concesse a questo suo dotto e fido consigliere la ricchissima abbazia di S. Martino, nella quale esso finalmente si ritirò e potè scrivere molte delle sue opere. Parecchi altri furono i dotti che vissero nella Corte di Carlo. Eginardo, nobile dell'Austrasia (770-844), ebbe anch'egli dono di ricche abbazie dal sovrano, di cui scrisse la vita; e fu autore di Annali preziosi per la storia del tempo. Angilberto, nobile della Neustria, dopo avere avuto vari figli, si fece ecclesiastico e divenne autore di poesie e di opere storiche. Altri non pochi nobili furono da Carlo incitati a coltivar le lettere, e fondarono scuole nelle loro città episcopali. Questo glorioso sovrano promosse la cultura non solo nelle lettere, ma in tutte quante le possibili manifestazioni; anche la musica ed il canto furono da lui protette. Si occupò della revisione dei manoscritti della Bibbia, e della sua diffusione, come della diffusione delle opere dei SS. Padri. Persino la scrittura sotto di lui migliorò, e prese una forma nuova, che si chiamò carolingia.
La costituzione dell'Impero franco fu il fatto capitale, centrale di tutto quanto il Medio Evo. Esso strinse temporaneamente in una forte unità paesi e popolazioni assai diversi, promosse la fusione dei vinti e dei vincitori, dei Teutonici e dei Romani, dello spirito germanico e della cultura greco-romana; favorì, temporaneamente almeno, l'accordo dello Stato colla Chiesa, la quale fu da Carlo colmata di favori. Egli cercò costantemente di proteggerla e di migliorarne la costituzione, presumendo assai spesso di vegliare anche alla purità della fede. Fuori d'Italia egli nominò i vescovi, e cercò da per tutto tenerli d'accordo fra di loro, col Papa e coi Conti, valendosi a ciò dei Missi dominici, i quali, appunto perchè dovevano provvedere alla giustizia ed alla religione, solevano esser due, uno laico, l'altro ecclesiastico.
Ma tutto questo grande organismo dell'Impero, se era un fatto storico e necessario, era anche l'opera personale di un uomo di genio: doveva perciò, in parte almeno, cadere insieme con lui. Dopo la morte di Carlo infatti, i suoi successori, come tante volte era seguito tra i Franchi, furon subito tra di loro in guerra. E questa guerra, per la vastità dell'Impero, e per gli elementi così diversi di cui esso era composto, divenne anche più aspra. Una società nuova s'era andata formando, nella quale il diverso spirito nazionale dei vari popoli cominciò a reagire, a manifestarsi irresistibilmente, decomponendo la temporanea unità formata dal genio militare e politico di Carlo. In Italia l'Impero non andò oltre il Garigliano, ivi essendosi fermata la conquista vera e propria. Il ducato di Benevento riuscì a salvare la sua indipendenza, e quindi colà sopravvisse per qualche tempo ancora la società longobarda. È da questo momento infatti che l'Italia meridionale comincia ad avere una storia separata e diversa assai da quella di tutto il resto della Penisola. Oltre di ciò la Chiesa e lo Stato, il Papa e l'Imperatore ben presto si trovarono fra di loro in lotte aspre e violenti, che contribuirono non poco a indebolire sempre più la nuova società, formata dall'Impero franco, la quale s'andò, con la costituzione del feudalismo, sgretolando in mille gruppi secondari. In mezzo al feudalismo ed in opposizione con esso si formeranno e sorgeranno rigogliosi i nostri Comuni, i quali saranno il primo resultato della fusione di due popoli e di due società, iniziata dall'Impero, e daranno origine alla civiltà moderna. Ma prima che i Comuni riescano a costituirsi, bisogna che l'Europa e l'Italia percorrano ancora un nuovo periodo di profondo dolore, di grande disordine e quasi di anarchia.