DOCUMENTO XXXII. (Pag. [478])

Lettera dei Dieci al Capitano di Livorno. 10 gennaio 1504 (1505).[944]

Al Capitano di Livorno. Die x ianuarii 1504. — La Excellentia del Gonfaloniere nostro ci ha mostro una tua lettura che tu li scrivi, dandogli notitia delle cose di costà, et della buona et diligente guardia che per te si fa in cotesto luogo, il che ci è suto sommamente grato, perchè in vero non habbiamo al presente chosa che noi desideriamo più che cotesta. Et di tale tua diligentia ci fa assai buona testimonianza, lo esservi stato ropto la carcere, et tractone el prigione sanza che da te o da altri per tuo ordine sia suto sentito, et dipoi sanza essere visto se ne sia per le mura fuggito, in modo che ogni poco meno di diligentia che per te si fussi usata, posseva costì nasciere caso di maggiore importanza e per adventura inremediabile; perchè chi può uscir fuora per le mura senza esser visto, può etiam sanza esser visto entrar drento; et così chi sanza esser sentito può rompere una prigione, può etiam fare delle altre cose più pernitiose, le quali non hanno per adventura bisogno di tanto aiuto, et con mancho strepito si possono condurre. Pertanto noi non restereno mai satisfacti della tua diligentia, infino non intendiamo che tu l'habbi in modo raddoppiata, che costì non si possa muovere una foglia che la non si veggha o non si senta; et perchè noi speriamo che ad questa hora tu harai ritrovato chi è suto autore della roptura della carcere et della fuggita del prigione, voliamo ce ne dia subito notitia, scrivendoci chi furno et di quale compagnia sono et da quali cagioni mossi. Et quando tu non li havessi anchora ritrovati, userai diligentia in cercarli per poterci satisfare in darcene notitia.

Tu accenni, oltre ad di questo, nella preallegata lettera al Gonfaloniere nostro, come haresti da dire altre cose, oltre ad quelle scrivi che ragguardano alla salute di cotesta terra, et sono d'importantia grande; ma non lo fai per esser cose da riferire ad bocha. Donde e' ci pare che in questo caso tu non usi minor prudentia che ti habbi usata diligentia in quel primo; et veramente le cose d'importanza si debbono tener segrete, ma non tanto che per ignoranza di quelle non vi si possa provedere. Et però era bene considerare che tu parlavi di Livorno, et che bisognia parlar chiaro, et le cose d'importanza dirle, maxime scrivendo alla Excellentia del Gonfaloniere in particulare, del quale ragionevolmente doverresti confidarti. Et però se tu hai da dire alcuna cosa, dilla et scrivila larghamente, acciò che vi si possa fare provisione, et che noi non restiamo in aria per li advisi tuoi.

DOCUMENTO XXXIII. (Pag. [486])

Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi Commissario in Maremma. — 6 giugno 1505.[945]

Ad Pierantonio Carnesechi. Die 6 iunii, in Maremma. — Le ultime tue de' 3 et 4 del presente, per essere più copiose di advisi delle cose di Piombino, ci hanno dato alquanto più piacere, et più ci hanno satisfacto che le altre tua; perchè quanto alli advisi, come hiarsera ti si scripse, desideriamo essere tenuti un po' meglio raggualiati; dell'altre cose ne siamo sempre restati cumulatissimamente satisfacti. Habbiamo notato inter alia, in queste tue lettere, come tu ricordi che sarebbe bene, per fare venire in maggiore desperatione e' subditi di quello Signore, et per fare riconosciere lui de' suoi errori, prohibire alli suoi subditi che non potessino venire nel dominio nostro, nè godere el benefitio et commodo traggono delle mulina, come fanno continuamente; et havendo bene discorso et examinata questa cosa, laudiamo assai questo tuo motivo, et lo metteremo ad effecto, quando non credessimo che questo havessi ad essere un principio di zuffa. Et però, pensato ad tucto, voliamo che si tenti una terza cosa; et pare con questo pigliare occasione d'appiccare ragionamento, et intendere et scoprire in parte lo animo di quel Signore, et questo è che tu li scriva una lettera con quella prudentia che tu saprai; et li mostri maravigliarti assai della prohibitione che Sua Signoria ha facta, che non entrino subditi nostri nella sua terra; et che tanto più te ne maravigli, quanto tu non sai indovinare la cagione; et li dirai non havere voluto scrivercene, se prima non intenderai la causa da lui, perchè e' fa tale prohibitione, desiderando che più presto, con rimutare quel suo edicto, noi non lo havessimo hauto ad sapere, che, sappiendolo, noi fossimo forzati ad prohibire anchora noi e' paesi nostri a' subditi suoi. Et lo graverai ad volerci scrivere se si tiene offeso, o si truova in alcuno sospecto d'alcuno nostro, promettendoli essere parato ad iustificarlo con quella facilità che il vero si iustifica; et in questa sententia li scriverai con quella prudentia che ad te occorrerà, et della risposta ci manderai copia.

Quanto alla paga di cotesti conestaboli, qua non si pensa ad altro che alla expeditione d'epsa, et subito si manderà. Noi scriviamo l'alligata ad messere Criacho, per la quale l'imponiamo si transferischa in Cascina, dove voliamo stia per capo di quella guardia, et con la provisione sua ordinaria, et con cento provigionati: nè se li dà più compagnia, per non essere necessario accrescere quivi più guardia. Conforteralo ad risolversi et presto, secondo el voto nostro, monstrandoli che chi vuole bene da questa città, bisogna si lasci regolare et governare ad lei; et non voglia che lei sia regolata da lui; et che questa via è da ire insino in cielo, dove noi siamo per condurlo et presto: quando altrimenti, che sarà male consigliato. Vale.

DOCUMENTO XXXIV. (Pag. [486])

Lettera dei Dieci al Governatore Ercole Bentivoglio. 28 giugno 1505.[946]