Il Codice fiorentino segnato E, B, 15, 10 è l'autografo; ma in esso si riscontrano altre due mani, una delle quali ritroviamo anche nel Priorista Ricci, che si trova nella stessa Nazionale di Firenze, ed è segnato B, A, 9, p. 2, n. 1. Vi sono poi alcune note marginali di Scipione de' Ricci. Delle due copie fiorentine, una è il Codice Palat. 815 (già 21, 2, 692), l'altra, che pare una copia di esso, ha le indicazioni: Bº, Ri, 5, 1, 16, e II, II, 334. — Il Tommasini (La Vita e gli Scritti di N. Machiavelli: Torino, Loescher, 1883) ha dato di tutti questi Codici un indice copioso con molti estratti e confronti.
[367]. Sono le prime fra le lettere pubblicate del Machiavelli. Fra le Carte del Machiavelli, conservate nella Biblioteca Nazionale di Firenze, in sei cassette, si trova una lettera, che discorre d'un altro patronato della famiglia, ma non è firmata, e, sebbene sia autografa di Niccolò, parla di lui come di terza persona. Vedi Appendice, doc. IV.
[368]. Così apparisce da un documento citato dal Nitti, Machiavelli nella vita e nelle opere: Napoli, 1876, vol. I, pag. 39. Quest'opera rimase interrotta col I vol., che arriva solo fino all'anno 1512, prima cioè che il Machiavelli incominciasse a scrivere le sue Opere. Il cardinale perugino era Giovanni Lopez, spagnuolo.
[369]. Il breve Elogio del Giovio incomincia: «Quis non miretur in hoc Macciavello tantum valuisse naturam, ut in nulla vel certe mediocri latinarum literarum cognitione, ad iustam recte scribendi facultatem pervenire potuerit...?» E più oltre: «Constat eum, sicut ipse nobis fatebatur, a Marcello Virgilio, cuius et notarius et assecla publici muneris fuit, graecae atque latinae flores accepisse quos scriptis suis insereret.» Elogia doctorum virorum, auctore Paulo Jovio: Antuerpiae, 1557, pag. 192-93. Da queste affermazioni inesattissime, come segue troppo spesso al Giovio, hanno origine quelle che altri molti ripeterono poi.
[370]. «Seppe di greco e di latino a perfezione,» dice il Passerini a pag. X, del Discorso da lui premesso alle Opere (P. M.); ma lo dice senza provarlo, e senza neppure toccare delle osservazioni fatte in contrario da scrittori autorevolissimi.
[371]. Storia di Firenze: ediz. L. Arbib: Firenze, 1843-44, vol. I, pag. 266.
[372]. Nel suo Codice più sopra citato (E, B, 15, 10, pag. 23, e nel Palat. 815, pag. 8-10) egli dice infatti che le parole del Giovio non hanno nessun fondamento; che il Machiavelli non fu mai notaio di Marcello Virgilio, ma Segretario dei Dieci; che il brano di lettera latina da lui scritta nel dicembre 1497, prova come egli sapesse il latino. Quel brano, egli aggiunge, è solo un'ottava parte dell'intero, il resto essendosi perduto perchè lacero il foglio. Ed in quel tempo Niccolò Machiavelli «appena aveva cominciato a conoscere, non che a praticare e conversare con Virgilio.» Il codice Palatino, sebbene disponga i documenti con ordine diverso dall'autografo, ne è però, come dicemmo, copia fedele. In fine di esso si legge infatti: «Il presente volume da me Marco Martini, in quest'anno 1726, è stato copiato dall'esemplare del signor abate Corso de' Ricci, quale esemplare fu copiato da Giuliano de' Ricci dagli originali di Niccolò Machiavelli, e questa copia da Rosso Antonio Martini, mio fratello, è stata collazionata coll'esemplare suddetto di Giuliano de' Ricci.» Le stesse parole trovansi anche nell'altra copia già ricordata, ma vi furono poi cancellate, il che ci riconferma nell'opinione che la seconda derivi dalla prima, sia cioè copia di copia.
[373]. Così almeno si può argomentare dall'avergli i parenti affidato la difesa dei loro diritti nell'affare di Santa Maria della Fagna, e da qualche altro incarico di simile natura, che assunse assai più tardi. Suo padre potè facilmente iniziarlo in questi studî, intorno ai quali però non troviamo nessuna notizia sicura nelle opere del Machiavelli, nè altrove.
Il Gervinus nel suo lavoro, Florentinische Historiographie, più sopra citato, si ferma lungamente e con qualche esagerazione a determinare i danni che vennero, secondo lui, agli studî ed all'ingegno del Machiavelli dal non aver esso conosciuto la lingua e la cultura greca. Invece il prof. Triantafillis, prima in un suo lavoro intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875); poi in un altro sulla Vita di Castruccio Castracani del Machiavelli, pubblicato nell'Archivio Veneto, crede di aver vittoriosamente provato che questi conoscesse il greco, e si valesse degli autori greci, leggendoli nell'originale. I due lavori del Triantafillis mettono certo in chiaro, che il Segretario fiorentino si valse molto di alcuni scrittori greci; ma non bastano, secondo noi, a provare che li studiasse nella lingua originale, e non già nelle traduzioni. Il torto principale del Triantafillis sta nell'aver creduto che basti esaminare il Lexicon bibliographicum dell'Hoffmann, e quando in esso non si trovi citata una qualche traduzione, già fatta al tempo del Machiavelli, di un autore greco, del quale egli si valse, possa concludersene senz'altro, che la traduzione non c'era, e che l'autore fu dal Machiavelli studiato nell'originale. È evidente che questo metodo non può condurre ad un resultato sicuro, perchè moltissime furono le traduzioni fatte in quel secolo, che restarono inedite, e possono quindi essere ignote a noi. Di qualcuno infatti degli autori, di cui il Triantafillis crede che non vi fossero allora traduzioni, se ne trova nelle biblioteche di Firenze più d'una, e nulla vieta di credere che il Machiavelli di queste o d'altre, che noi non conosciamo, si fosse valso. Il signor Triantafillis si ferma ancora lungamente a provare, che il dialogo Dell'ira o dei modi di curarla è quasi una traduzione di Plutarco, senza però occuparsi punto di esaminare se l'opinione degli scrittori i quali autorevolmente affermarono che quel lavoro non è del Machiavelli, sia fondata. Oltre di che, nella Laurenziana trovasi (come apprendo dal prof. E. Piccolomini, che ho più volte consultato in questa questione) un'antica traduzione appunto di quell'opuscolo di Plutarco, attribuita a Coluccio Salutati, della quale il Machiavelli potrebbe in ogni caso essersi valso. I due lavori del prof. Triantafillis adunque, per quanto sotto altri aspetti lodevoli, non mutano lo stato della questione, e non ci rimuovono dalla nostra opinione, che del resto è quella più generalmente accettata. Si potrebbe qui aggiungere come il Ricci, nel suo Priorista, ricordi che il Machiavelli compose un ragionamento, in forma di commedia, il quale andò poi perduto, ed era intitolato: Le Maschere. In esso l'autore imitava, ad istigazione di M. Virgilio, le Nuvole ed altre commedie di Aristofane, facendo amara satira di molti suoi contemporanei. Questo fatto però non potrebbe dare un argomento in favore della tèsi sostenuta dal prof. Triantafillis, perchè si tratta solo di una generica imitazione, per la quale bastava una qualsiasi illustrazione o comento, fatto in iscritto o a voce dallo stesso M. Virgilio o da altro professore dello Studio fiorentino. Diamo in Appendice (doc. V) una lettera che ci ha indirizzata a questo proposito il nostro amico prof. E. Piccolomini. — Il signor G. Ellinger ha poi pubblicato un suo lavoro: Die antiken Quellen der Staatslehere Machiavelli's: Tübingen, 1888. In esso si discorre dei molti autori antichi dei quali il Machiavelli si valse nelle sue opere politiche. Ne riparleremo.
[374]. Questo si cava dall'esame dei Registri della Repubblica nell'Archivio fiorentino. Le legazioni ed istruzioni ad ambasciatori dal 1499 al 1512 sono talora in nome dei Signori, tal'altra dei Dieci, o anche degli uni e degli altri. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 105). Alle lettere dirette alla Signoria, spesso per delegazione rispondevano i Dieci. Secondo lo Statuto del 1415 (stampato nel 1781, colla data di Friburgo, vol. II, pag. 25 e seg.) essi potevano nominare sindaci, procuratori, ambasciatori, cursori, ecc.; non però destinare ambasciatori al Papa, Imperatore o ad un re o regina, senza il consenso dei Priori e Collegi, ai quali più specialmente tali nomine spettavano. Generalmente si richiedeva anche l'approvazione del Consiglio.