[382]. Il Nardi dice che la condotta di Paolo e Vitellozzo, consigliata dal Moro, fu fatta d'accordo col re di Francia «ed a soldo comune del detto Re e del popolo fiorentino.» Storia di Firenze, vol. I, pag. 173.

[383]. Questa Orazione trovasi nella Biblioteca Laurenziana, Plut. LXXXX, cod. 29: Oratio pro eligendo imperatore exercitus Paullo Vitellio, et dandis illi militaribus imperatoriis signis. In essa l'oratore accenna a pericoli che aveva corsi recentemente, forse nei casi del Savonarola: Scitis enim omnes quantis vitae periculi his diebus iactatus sim, quantoque metu coactus sim fugere presentem ubique mortem, quam nescius ipse mecum forte trahebam.

[384]. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 176.

[385]. Di questo don Basilio abate di San Felice in Piazza, e poi vicario generale dei Camaldolesi, il Machiavelli dice nei suoi Frammenti storici: Cuius fuit summa manus in bello, et amor et fides in patriam. Opere, vol. II, pag. 366.

[386]. Vedi le Storie di Firenze del Nardi e del Guicciardini. Quanto alla somma che dovevano pagare i Fiorentini ai Veneziani, il Nardi dice 100,000 ducati in 12 anni, il Guicciardini 150,000 in 15 anni. Il Diario del Buonaccorsi ha qui una lacuna, e l'autografo, che è nella Riccardiana, ha una nota, la quale dice, che l'autore sospese il lavoro per essere stato sei mesi assente da Firenze. Osserviamo che questo basterebbe a smentire, se pur ve ne fosse bisogno, l'opinione di chi volle attribuire il Diario del Buonaccorsi al Machiavelli, che allora certo non fu sei mesi assente. Ma di ciò più oltre.

[387]. La lettera dei Dieci, che dà la commissione al Machiavelli, in data 24 marzo 1498 (stile fiorentino), e trovasi fra le Legazioni, nelle Opere a stampa, è generalmente preceduta, per errore, da un'altra del novembre 1498, la quale, come si osserva giustamente nella edizione (P. M.), inviava colà Niccolò Mannelli, non il Machiavelli.

[388]. Secondo la riforma del 2 dicembre 1494, i Dieci duravano in ufficio sei mesi. (Archivio fiorentino, Provvisioni, reg. 186, a c. 4). Per deliberazione del Consiglio degli Ottanta (11 maggio 1495), l'elezione doveva esser fatta nel Consiglio Maggiore. Secondo la riforma del 27 aprile 1496 (Provvisioni, reg. 188, a c. 16 e segg.), fu stabilito che i «Commissarî, così generali come particolari nel dominio, si eleggano nel Consiglio degli Ottanta, sulla proposta dei Dieci, che presenteranno 10 nomi da porre a partito.» In caso urgente potevano anche di propria autorità mandare in campo un Commissario per quindici giorni, e procedere poi alla regolare elezione, la quale, come è naturale, assai spesso confermava in ufficio quello già mandato dai Dieci. Questi potevano inoltre prorogare il tempo dell'elezione fino a sei mesi, mantenendo intanto nell'ufficio il Commissario da essi inviato. E qui nascevano molti abusi, giacchè, per favorire gli amici, si mandavano d'urgenza commissarî, quando l'urgenza non v'era; si confermavano poi di quindici in quindici giorni, e finalmente si cercava di farli eleggere dal Consiglio. Oltre le nomine dei «commissarî e rettori dei luoghi,» i Dieci deliberavano le condotte per le milizie, e le spese della guerra, cose tutte che potevano aprir la porta ad altri abusi.

[389]. Vedi Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 202 e segg., e Nardi, op. cit., vol. I, pag. 189-91. Questo secondo scrittore, a pag. 184, nel parlare delle strettezze della Repubblica, racconta d'un Lorenzo Catucci, il quale offerì ad essa in dono mille fiorini, e cinquemila in prestito, per cinque anni, purchè «gli fosse conceduto il beneficio dello Stato per le Arti minori.» La sua domanda fu respinta, ma, venuto il giorno in cui il beneficio si poteva legalmente concedere, il Catucci fu messo a partito per le Arti maggiori, ed ottenne così gratuitamente più di quello che aveva chiesto per danaro. Ciò prova che allora esistevano ancora virtù repubblicane a Firenze.

Una provvisione del 31 maggio 1499 (Archivio fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 191, a c. 10t) stabilisce nuove norme per l'elezione dei magistrati, giacchè occorrendo allora, per ottenere la maggioranza legale dei voti, radunare più volte il Consiglio Maggiore, molti si stancavano e non andavano alle adunanze. Si deliberò quindi che tutti coloro i quali ottenevano il voto della metà più uno dei presenti, venissero imborsati, e fra di loro decidesse poi la sorte. Quanto ai Dieci, venne sospesa ogni deliberazione, fino a che gli Ottanta non avessero, con due terzi dei voti, dichiarato se volevano che un tale ufficio continuasse o no.

[390]. È singolare che il Nardi, contemporaneo e fedele storico, la dica (op. cit., vol. I, pag. 34) sorella del Moro, quando ella stessa, nelle sue lettere ai Fiorentini, lo chiama il nostro barba, cioè zio.