[415]. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 210.
[416]. Il signor Nitti (op. cit., vol. I, pag. 67 e segg.) pubblica, a questo proposito, una lettera che si trova fra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 49) senza indirizzo, senza data e senza firma. Egli, pur notandovi «il disordine delle idee e la eccezionale verbosità,» la crede del Machiavelli perchè autografa. Io, per le ragioni che dirò in Appendice, doc. XII, dove la ripubblico riscontrata sull'originale, non la credo di lui. Osservo intanto che fra le carte del Machiavelli sono più lettere o scritti non suoi, di sua mano copiati, per obbligo d'ufficio o per altre ragioni. Un esempio ce ne ha già dato il nostro documento IV.
Nel giugno 1501 fu preso ed esaminato un tale Piero Gambacorti, che aveva servito i Pisani. Anche il suo processo, che trovasi nell'Archivio fiorentino, è scritto in parte di mano del Machiavelli. Interrogato come andò la cosa di Stampace, disse che i Pisani credevano tutto perduto: «ogni uomo si abbandonò, et tutto il sabato et mezza la domenica Pisa stette vostra.» Egli se ne andò, perchè non vi vedeva rimedio; diversi soldati et conestabili s'apparecchiavano a partire; «ma veduto che i vostri non seguivano la vittoria, si tornò ai bastioni et alle mura.» Domandato se credeva che Paolo Vitelli avesse tradito, rispose che non poteva affermare il tradimento, poteva bene affermare che Pisa stette un giorno e mezzo nelle mani di lui. Che anzi lo aveva in Faenza detto a Vitellozzo, il quale rispose, che non sapevano allora in che termini si trovassero i nemici; che credevano aver fatto abbastanza pigliando Stampace, e la volevano fortificare per prendere poi la città; «et che la natura di Pagolo era di volere risparmiare e' suoi fanti, et «nolli mettere ad pericolo.» Alcuni degli atti di questo processo, vennero pubblicati dal Passerini nelle Opere (P. M.), vol. III, pag. 73 e seg. Ma neppur questi noi porremo fra le Opere del Machiavelli (sebbene scritti in parte di sua mano), perchè egli di veramente suo potè mettervi poco o nulla.
[417]. Opere, vol. II, pag. 380. Intorno all'anno, in cui fu scritto questo Discorso fatto al Magistrato dei Dieci, qualche dubbio può nascere appunto dall'essere diretto ai Dieci, che nel 1499 non furono eletti. Pure, leggendolo, riesce assai difficile metterlo in altro anno, perchè accenna al fresco esempio dei Veneziani, che avevano abbandonato i Pisani, i quali si trovavano «non accettati da Milano, discacciati dai Genovesi.» Ora il fatto dei Veneziani seguì nella fine del 1498, e verso la fine del 1499 in Milano erano già entrati i Francesi. Oltre di che, se i Dieci non furono eletti nel 1499, il loro ufficio non fu soppresso, ma solo per alcuni mesi sospeso. Essi vennero rieletti verso la fine del 1500, e intanto la loro cancelleria aveva continuato sempre a trattar come prima gli affari della guerra, e così era continuata come prima la serie dei loro protocolli e dei registri.
[418]. Nardi, I, 209. Tra i Sonetti del Pistoia (Torino, Loescher, 1888) se ne trova uno (334), che incomincia:
Pur tornò Italia al Duca di Milano.
Chi negarà ch'el non sia un Dio in terra?
Chi farà senza lui pace e guerra?
Chi dirà ch'el non abbi il mondo in mano?
[419]. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 209-10.