Ulmia, et intortis tantum laudata torallis:[224]
tutte si muovono e vivono nella sua Lepidina.[225] Il Vesuvio, in forma di vecchio, discende dal monte sopra un asino per venire alla festa, e le donne lo circondano. A chi dà un anello da cucire, a chi un fusaiuolo, a chi dice un motto, e tutte fanno a gara intorno a lui ed all'asino, per salutarli con alte e festose grida,
Plebs plaudit, varioque asinum clamore salutant,
Brasiculisque apioque ferum nucibusque coronant.
I medesimi pregi possono notarsi nei due libri degli Amori, negli Endecasillabi, nella Buccolica, e nel poema didascalico, L'Urania, in cui sono mirabili descrizioni della natura. Vi troviamo sempre un singolare impasto di due lingue, l'una viva e l'altra morta, nel quale ambedue sembrano rinascere; e questa varia e ricca unione d'immagini classiche, di bizzarrìe fantastiche, di splendide descrizioni della natura, di sentimenti moderni, tutto mescolato e tutto in fermento nella fantasia dell'erudito, che si trasforma in poeta, ci fa capire come la nuova letteratura nasca dall'antica, e come, in mezzo al mondo classico, con tanta cura evocato, possa sorgere il poema cavalleresco, che pare e non è una contradizione nel secolo degli eruditi.
Qui dovremmo accennare alle lettere politiche di Ferrante d'Aragona, che portano la firma anche del Pontano suo primo ministro, il quale ebbe certo una parte non piccola nel compilarle. Ma, oltre che è ben difficile il determinare con precisione qual fosse veramente questa parte, ci sarà data occasione di parlarne in luogo più opportuno. Per ora ci basti ricordare che anch'esse hanno rarissimi pregi: scritte con verità ed eloquenza, potrebbero stare fra le migliori nostre prose letterarie, se la loro forma italiana non fosse troppo alterata dal dialetto napoletano, che spesso aggiunge forza e naturalezza, ma non può giovare alla unità, nè alla eleganza della lingua.
Accanto al Pontano viveva un altro scrittore, che era nato nel Napoletano, che morì nella seconda metà del secolo XV, e del quale abbiamo un volume di novelle assai notevoli, massime se ricordiamo che quel genere, dopo il Sacchetti, pareva quasi abbandonato. Uomo di mondo e non erudito, ma vissuto in mezzo alla erudizione, egli ci dice di aver voluto imitare, «il vetusto satiro Giovenale, e l'ornatissimo idioma e stile del famoso commendato poeta Boccaccio.»[226] Spesso invoca gli Dei immortali; e Mercurio eloquentissimo Dio gli ragiona degl'inganni fatti dalle donne «al sommo nostro padre Giove, e al radiante Apollo, a noi e agli altri Dei.»[227] Egli, come il Sacchetti, dichiara che vuol raccontare novelle «per autentiche istorie approbate, e certi moderni e altri non molto antichi travenuti fatti.»[228] La sua lingua è molto artificiosa, per la imitazione visibile del latino e del Decamerone; vi si mescolano in buona copia il dialetto napoletano ed il salernitano, che dànno grande vivacità, ma alterano l'italiano, e rendono sconnessa la grammatica di Masuccio, che era nato a Salerno. Il suo brio spontaneo, la sua verità ed evidenza sono tali, che egli sarebbe uno dei nostri classici, se la forma fosse meno scorretta. Tuttavia il suo Novellino, così com'è, ci dà una immagine fedele dei tempi e della Corte di Napoli. Con una grande conoscenza degli uomini e delle cose, con un animo che sembra assai schietto e buono, l'autore sa infondere vita ne' suoi personaggi; sa raccontare con la disinvoltura, la naturalezza ed il sorriso d'un vero scrittore del Rinascimento. Domina in lui un odio profondo contro le immoralità dei preti, i quali egli sferza sanguinosamente, senza perciò essere punto avverso alla religione. Nell'Esordio alla terza novella, che è dedicata al Pontano, di cui esalta le virtù, le quali egli dice macchiate solo dal conversare che esso fa continuo con preti, frati e monache, «atteso che con loro non altro che usurai e fornicatori e omini di mala sorte conversare se vedono.» Tutto ciò non ci maraviglia molto in uno scrittore che viveva nella Corte degli Aragonesi, la quale fu di continuo in guerra coi Papi, ed aveva accolto e protetto Antonio Panormita e Lorenzo Valla. Il vedere però dedicato ad Ippolita, figlia di Francesco Sforza e giovane sposa d'Alfonso II d'Aragona, un libro di novelle assai spesso molto oscene, alcune delle quali sono anche dedicate in particolare a qualche nobile donna, reca certo grande maraviglia, ma è pure un altro segno dei tempi.
Dai Dialoghi del Pontano e dalle Novelle di Masuccio non occorre un gran salto per passare ai poemi cavallereschi, un altro dei generi di letteratura proprî di questo secolo. Veramente erano nati in Francia, e parrebbero in tutto contrarî al genio nazionale dell'Italia. La Cavalleria s'era infatti poco o punto diffusa tra noi; il feudalismo era stato combattuto ed in grandissima parte distrutto; alle Crociate avevamo preso una parte secondaria; Carlo Magno, eroe nazionale della Francia, era fra noi un principe straniero e conquistatore. E questi sono tutti elementi sostanziali, per la formazione del poema cavalleresco. Lo scetticismo religioso, cominciato assai presto in Italia, contrastava anch'esso coll'indole di poemi fondati principalmente sulla guerra dei Cristiani contro gl'Infedeli. Ed il maraviglioso che ne costituisce l'essenza, neppure era adatto all'indole degl'italiani, ammiratori sempre della bellezza classica. Passati da uno stato di decadenza ad una nuova forma di civiltà, essi non avevano avuto la selvaggia e vigorosa giovanezza, in mezzo alla quale era stato creato quel mondo d'eroi, le cui avventure impossibili, i cui caratteri fantastici si mutano e confondono continuamente fra loro. Tuttavia questi poemi francesi, come si diffusero rapidamente in tutta l'Europa feudale, così vennero anche fra noi, e si propagarono assai più largamente che non si crederebbe.
Prima ancora che sorgesse la nostra letteratura, quando nel Settentrione d'Italia molti scrivevano provenzale o francese, avemmo una serie di poemi cavallereschi, compilati da Italiani in un francese italianizzato o in un italiano infranciosato. Nel Mezzogiorno, invece, quei racconti furono portati dai Normanni, e nel Centro della Penisola si diffusero per mezzo di scritti italiani e di poeti vaganti. Ma quegli eroi, nati e cresciuti in una nebbia fantastica, che non era punto adatta alla nostra indole, trovarono fra noi, specialmente nell'Italia centrale, un terreno poco favorevole, e quasi si dileguarono dalla nostra letteratura, per rifugiarsi nelle capanne del contado o nei tugurî del popolo, quando sorse sull'orizzonte il sole della poesia di Dante. In molti lavori del Boccaccio, nei Trionfi del Petrarca, anche nella Divina Commedia, troviamo spesso reminiscenze, che riconfermano come quei poemi fossero sempre assai diffusi nel popolo. Paolo e Francesca ricordano nell'Inferno la lettura che, nei tempi felici, avevano fatta insieme degli amori di Lancillotto; e quando il Sacchetti racconta del fabbro che sciupava, nel recitarli, i versi di Dante, dal quale veniva perciò aspramente rimproverato, egli aggiunge: e così, se volle, dovè invece cantare di Tristano e di Lancillotto: segno evidente che questi racconti erano allora giudicati più adatti alla fantasia popolare anche in Firenze. Quando poi i dotti cominciarono a scrivere in latino, i poemi cavallereschi sembrarono risorgere fra noi da un temporaneo letargo, ed insieme coi Rispetti, gli Strambotti, le Canzoni, le Laudi e le Rappresentazioni, fecero parte di quella letteratura che, come già vedemmo, fu chiamata popolare. Così largamente e così profondamente infatti si diffusero, che ancora oggi il cantastorie napoletano racconta d'Orlando e di Rinaldo ad un popolo estatico, e nella campagna toscana i Maggi, che si rappresentano la primavera, dinanzi ai contadini, pigliano dai medesimi poemi i loro soggetti. Alcuni di questi Maggi e di questi racconti sono composizioni recenti; ma altri non pochi sono addirittura del secolo XV. Allora se ne scrisse un numero sterminato, ed erano letti con l'avidità stessa, con cui oggi si leggono i romanzi. Gl'Italiani non creavano nuovi poemi, nè ripetevano materialmente gli antichi; ma di questi facevano compilazioni in verso o in prosa, e più in prosa che in verso, spesso molti riunendone in uno, e formando così come grandi repertorî di novelle fantastiche, che i cantastorie, il più delle volte essi stessi autori, andavano leggendo al popolo delle città e delle campagne, che li ascoltava con insaziabile avidità. La così detta Cronaca di Turpino, ed in generale il ciclo di Carlo Magno forniscono la materia principale dei racconti italiani; ma il ciclo del re Arturo e della Tavola Rotonda vi ha pure una grandissima parte.
Il più grande di questi compilatori, che può bastare a darci un'idea degli altri, visse nella seconda metà del secolo XIV e nella prima del XV. Egli è Andrea dei Mangabotti da Barberino in Val d'Elsa, che chiama Firenze la mia città, perchè colà visse e fu educato. Di un'attività senza pari, scrisse non solo i famosi Reali di Francia in sei libri, ma ancora l'Aspromonte in tre libri, la Storia di Rinaldo in sette, la Spagna in uno, la Seconda Spagna in uno, le Storie Narbonesi in sette, Aiolfo in un libro lunghissimo, Ugone d'Avernia in tre, e finalmente Guerino il Meschino, che, sebbene continui i fatti narrati nell'Aspromonte, forma un lavoro a sè, la cui popolarità, di poco inferiore a quella dei Reali, dura anch'oggi. Tutti questi lavori sono scritti in prosa, salvo alcune parti dell'Ugone d'Avernia.