L'autore s'era proposto di raccogliere e coordinare la gran moltitudine dei racconti, che fanno parte del ciclo di Carlo Magno. E così nei Reali, che son sempre la sua opera principale, compilò la storia della stirpe del grande Imperatore, senza però fare nè una vera storia, nè un vero romanzo cavalleresco. Egli vuol mettere nesso e precisione là dove era confusione deplorabile, corregge la geografia, ordina le genealogie, ma perde con ciò la ingenuità popolare e l'originalità poetica. Sembra che quel realismo italiano tanto ammirato nelle novelle, che restan sempre il racconto più proprio e nazionale della nostra letteratura, predomini anche qui, ed alteri il poema, formando un lavoro che non è certo senza merito, ma di un genere ibrido. Noi qui non abbiamo veramente nè poesia popolare, nè poesia letteraria, ma piuttosto una materia epica, che si va trasformando, e cerca una forma nuova, senza ancora trovarla. Il linguaggio parlato si mescola colle reminiscenze classiche, familiari allora a tutti gl'Italiani; la narrazione ha una riposata solennità quasi liviana, e l'autore vuol riunire dentro i confini d'una macchina ideale ben disegnata e determinata, una miriade di racconti originariamente germogliati con la ricchezza esuberante e disordinata d'una foresta vergine.[229] Queste qualità degli scritti del Mangabotti sono comuni a quelli di centinaia d'altri compilatori in verso o in prosa.
Da quanto abbiamo detto fin qui risulta chiaro, che il giorno in cui i nostri letterati ricominciarono a scrivere in italiano, e, stanchi della retorica di poemi come la Sforziade e la Borseide, s'avvicinarono al popolo, trovarono in mezzo ad esso diffusi, insieme coi Rispetti e le Ballate, racconti come i Reali di Francia, in verso o in prosa. Si diedero allora a rifare anche questi, provandosi a renderli vere opere d'arte. Lasciarono inalterata la macchina generale della narrazione; la divisione in canti; le ricapitolazioni in principio d'ognuno di essi, indirizzate agli «amici e buona gente» dal poeta del popolo, che di ogni canto era costretto a far come un lavoro indipendente. Anche questi nuovi scrittori usavano leggere a brani i loro racconti, non in piazza, ma nelle Corti, nei desinari dei signori, a gente culta, che però voleva divertirsi, ed era stanca della vuota solennità degli eruditi. Spesso i cambiamenti che portavano nel riscrivere quelli che ora chiameremo anche noi poemi popolari, si restringevano solo a ritoccarli, correggerli, ravvivarli nella forma, aggiungendovi nuovi episodî, nuove descrizioni, qualche volta interi canti. In questo ritoccarli però stava l'arte, che infondeva vita là dove mancava, ed arrivava così ad una creazione nuova ed originale.
I personaggi si staccavano dal fondo ancora fantastico e nebuloso, nel quale erano confusi, per divenire vivi e veri; le descrizioni della natura spiravano come un'aura di primavera, avevano un'insolita fragranza; e quelle parti che restavano inalterate nella loro prima e più rozza forma, facevano meglio risaltare la verità, quasi direi, la giovinezza di tutto ciò che veniva presentato sotto nuovo aspetto, animato di nuova vita. Era quasi una improvvisa ribellione contro ogni retorica convenzionale, contro ogni vincolo artificiale; lo spirito italiano si sentiva come chi ritorna a respirar l'aura fresca dei campi e dei monti, dopo essere stato lungamente rinchiuso in un'atmosfera divenuta insalubre. Cercare in questi poemi profondità di sentimenti, uno svolgimento logico di caratteri, un disegno generale e filosofico, è cercarvi quello che non può e non deve esserci. L'autore anzi disordina a bella posta la narrazione monotona de' racconti che trova già compilati, confonde e ricompone a capriccio le fila intricate della vasta tela, per meglio tener desta la curiosità del lettore. L'importante per lui è che egli sia padrone de' suoi eroi, e che essi appariscano sempre ben definiti e vivi nel momento in cui li chiama sulla scena. Egli cerca un ideale diverso dal nostro; non vuole scendere nelle profondità del cuore umano; vuole ritrarre la mutabile realtà di tutto ciò che fugge, passa e si vede. Se torna di continuo a nascondere nel fantastico fondo del quadro i suoi personaggi, ciò è solo per meglio illuderci, per farcene meglio ammirare la verità e realtà, quando di nuovo li avvicina a noi, presentandoli quasi come quei putti del Correggio, che spingono innanzi la testa di sotto a un bosco di fiori, o come quelli che sulle pareti del Vaticano sembrano muoversi fra un laberinto d'eleganti rabeschi. Così segue che, sebbene ci parli continuo di mostri, di fate, d'incantesimi, di bevande prodigiose, la sua narrazione ha pur tale verità, che crediamo leggere la storia d'avvenimenti reali. È però ben naturale, che in questo stato di cose, un perenne sorriso apparisca sulle labbra dell'autore, rallegrato egli stesso dalla illusione e dalla maraviglia che desta ne' suoi lettori, dei quali sembra pigliarsi giuoco, per poi dominarli e commuoverli ancora più profondamente. S'ingannano coloro che vogliono in tutto ciò vedere una satira o una ironia profonda. Credere sul serio a questi personaggi il poeta stesso non può; a lui basta d'esprimere nel suo racconto tutta la varia vicenda della vita, tutte le contradizioni che sono nel suo spirito, in un secolo così pieno d'elementi diversi e cozzanti fra loro; di rapire e di essere rapito dalle proprie creazioni. La sua fantasia, uscita dalle convenzioni classiche ed artificiali, ha finalmente ritrovato tutta la propria libertà nel mondo fantastico in cui sola comanda. Si richiede quindi un temperamento artistico, per gustare tutto il valore di questi poemi, che si godono anche meglio leggendoli a brani, come li avevano letti al popolo i cantastorie, e come li lessero ai loro protettori o amici il Pulci, il Boiardo e l'Ariosto.
Il primo che fra questi poemi possa veramente chiamarsi un'opera d'arte, è il Morgante Maggiore del fiorentino Luigi Pulci, nato nel 1431. Questo lavoro è un rifacimento d'altri più antichi. I primi ventitrè canti riproducono, ora più ora meno fedelmente, uno di quei poemi che i cantastorie leggevano al popolo, ed in esso si narravano le avventure d'Orlando. Gli ultimi cinque raccontano, invece, la rotta di Roncisvalle, e sono rifacimenti di altre due compilazioni popolari, intitolate La Spagna. Tra l'una e l'altra parte del Morgante passano venticinque o trenta anni; sicchè i personaggi che nella prima erano giovani, sono nella seconda divenuti vecchi, cosa della quale l'autore non si dà gran pensiero.[230] Nè egli si perita punto, specialmente nella prima parte, di andare così fedelmente dietro al suo modello, correggendone o modificandone appena le ottave, da sembrare un vero plagiario.[231] Tuttavia sono questi semplici e leggerissimi tocchi di mano maestra, quelli che mutano un'opera volgare in un'opera d'arte, dànno ai personaggi vita e rilievo, lasciano da parte gli artifizî retorici, per condurci in presenza della natura. Di tanto in tanto però egli abbandona affatto il suo originale, e abbiamo, per esempio, le 275 ottave che narrano l'episodio di Morgante e di Margutte, in cui risplendono tutto lo spensierato scetticismo e la ricca fantasia e la mordace ironia del Pulci.[232] Questo poema, che ad ogni passo rompe il filo principale della narrazione, sembra ritrovare la propria unità solo nella sempre chiara, definita, evidente precisione de' suoi varî ed inesauribili episodî. È un singolare turbinìo d'eventi: scene pietose, ridicole, maravigliose, allegre. Gli elementi che formavano la cultura di quel secolo, Paganesimo e Cristianesimo, scetticismo e superstizione, ironia ed entusiasmo artistico per le bellezze della natura, coesistono tutti, e senza bisogno di sforzo per mettersi d'accordo, sembrano essere in armonia fra loro, perchè il solo scopo del poeta sta nel riprodurre la irrequieta mutabilità degli eventi nella natura e nella realtà della vita. Il Pulci è un impareggiabile novellatore; la sua ironia cade, come quella dei novellieri, sui preti e sui frati, qualche volta anche sulla religione stessa,[233] ma sempre in modo da far poi capire che egli non vuol punto rinnegarla, intende anzi rispettarla. L'antichità non gli è ignota, e penetra nel suo lavoro, quantunque manchi nell'originale che egli imita; la sua musa è, nonostante, essenzialmente popolare:
Infino a qui l'aiuto del Parnaso
Non ho chiesto nè chieggo....
Io mi starò tra faggi e tra bifulci,
Che non dispregin le muse del Pulci.
La sua forma è difatti così popolare, che spesso manca di lima, e quando si scolorisce, non cade mai nel retorico, ma piuttosto nel volgare. La spontaneità di questa forma ha più di tutto contribuito alla fama del Morgante, scritto a richiesta di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo dei Medici, alla cui tavola veniva letto, nelle fuggevoli ore dei lieti desinari.
Il Pulci, che rideva sempre, passò pure giorni molto tristi, perchè il fallimento di suo fratello Luca involse anche lui. Nè gran fatto gli valse l'amicizia di Lorenzo, di cui era intimo ed affezionatissimo, perchè restò sempre, anche nella più grande familiarità, un cortigiano protetto. L'aiutava invece un'indole allegra che mai non si smentiva. Lontano da Firenze, per non cadere in balìa di creditori ai quali egli personalmente nulla doveva, nelle sue lettere a Lorenzo si doleva dell'infausta stella, che lo aveva destinato ad esser sempre preda degli altri. «Pure i ribelli, ladri, assassini ho visto a' miei giorni venire costì, essere uditi, avere qualche termine al morire.» Solo a me tutto è negato, nulla concesso. «Se mi sforzeranno a questo modo, senza udire la mia ragione, io verrò costì in su la fonte a sbattezzarmi, dove fui in maledetta ora e punto e fato et augurio indegnamente battezzato, che certo io ero più tosto destinato al turbante che al cappuccio.»[234] E prometteva che quando sarebbe nella Mecca, manderebbe a Lorenzo versi in lingua moresca, e dall'inferno gliene manderebbe altri per mezzo di qualche spirito.[235] «Non permettere,» gli diceva poi, «nel colmo della tua felicità, che i tuoi amici siano come cani ributtati e straziati. Io però ho paura che quando non mando versi, tutto quello che ti scrivo in prosa, venga da te mal volentieri letto e subito gettato via.»[236] Lorenzo era sempre lo stesso uomo, proteggeva tutti, ma non aveva gran cuore per nessuno, neppure per quelli che come il Pulci erano stati suoi compagni d'infanzia, e lo amavano quale fratello. Più tardi però l'autore del Morgante fu da lui inviato a trattare presso le Corti d'Italia faccende di qualche gravità, ed anche allora le sue lettere non smentiscono punto l'indole propria dell'autore, paiono anzi più di una volta brani del suo poema ridotti in prosa.