Il 20 maggio 1472 scriveva da Fuligno, come era stato in Roma «a visitare la figliuola del dispoto della Maremma, volsi dire della Morea.... Descriverò adunque brevemente questa cupola di Norcia, anzi questa montagna di sugna, che noi visitammo, che non credevo ne fussi tanta nella Magna, non che in Sardigna. Noi entramo in una camera, dove era parato in sedia questo berlingaccio, et avea con che sedere! almeno ti prometto.... Due naccheroni turcheschi nel petto, un mentozzo, un visozzo compariscente, un paio di gote di scrofa, il collo tralle nacchere. Due occhi che sono per quattro, con tanta ciccia intorno e grasso e lardo e sugna, che 'l Po non ha sì grandi argini.»[237] Questa forma tutta popolare è nelle poesie del Pulci assai più ne' suoi sonetti, che correggono la maniera troppo volgare e spesso anche plateale del povero barbiere Burchiello, nella cui bottega, secondo che egli stesso ci dice,
La poesia combatte col rasoio.
Il Pulci scriveva allora gareggiando con Matteo Franco, col quale scambiava ogni sorta di piacevolezze, di oscenità, d'insolenze, per mero passatempo, riducendo i sonetti ad una specie di dialogo in versi, cercando e trovando quella spontanea semplicità, divenuta ora il bisogno irresistibile della nuova letteratura.[238]
A questi facili scrittori di sonetti popolari, che al loro carattere comico, buffo e satirico univano quel gergo toscano proprio del Burchiello, se ne potrebbero aggiungere altri non pochi. Ricorderemo solo il più noto fra di essi, Tommaso Cammelli, che fu chiamato il Pistoia, dalla città dove nacque (1440), in assai umile condizione. A lui disse la musa:
Di tutto quel che vedi fai sonetti.
E continuamente ne scrisse, continuamente tutti gliene chiedevano, in ogni più futile occasione,
Come s'io avessi i versi in un sacchetto.
In questi sonetti il Pistoia descrive i particolari più minuti, più insignificanti, spesso anche più indecorosi della sua vita vagabonda e misera. Noi lo vediamo percorrere le varie Corti d'Italia, andare da Ferrara a Mantova, da Mantova a Milano, altrove, facendo più o meno il poeta cortigiano e buffone, attaccando gli emuli, ridendo di tutto e di tutti, lamentando la sua miseria, questuando, lodando coloro da cui spera danaro o protezione, per schernirli poi quando la ruota della fortuna gira contro di essi. Quello che dà a lui una speciale importanza, e costituisce l'indole propria de' suoi sonetti, è che egli ci ha in essi lasciato quasi un gazzettino politico dei tempi in cui visse, ricordando, giorno per giorno, tutto ciò che avveniva in quegli anni fortunosi davvero per l'Italia. Il Papa e i Cardinali, Carlo VIII e i Francesi, Firenze, il Savonarola, i Medici, Pisa, Venezia, i re di Napoli, tutti sono ricordati, per essere lodati quando si trovano in alto, derisi, sferzati quando cadono in basso. E sebbene queste sue descrizioni o piuttosto rapidi accenni riescano qualche volta assai vivi, sì che la desolante miseria d'Italia, che egli pur freddamente deplora, apparisce evidente, tuttavia, in mezzo a tante sventure, ad una catastrofe che avvolge e trascina la intera Penisola, di rado esce dal suo petto un accento di vero, profondo dolore, una scintilla di nobile, alta poesia. Egli è stato definito quale anello di congiunzione fra il Burchiello ed il Berni. Se però il suo riso è la manifestazione d'uno spirito arguto e satirico, che vede sempre il lato comico della vita, quel ridere continuo, anche quando vi sarebbe materia di pianto, disgusta. Troppo spesso v'è nei suoi versi qualche cosa di cinico e degradante, che opprime. Il Pistoia è un poeta popolare, che frequentando le Corti, ne ha preso tutta la corruzione, senza quella raffinatezza di modi e di forme, che, esteriormente almeno, la correggeva.[239]
Per comprendere quanto più basso da quel che era stato una volta, fosse moralmente e politicamente disceso lo spirito italiano, basterebbe paragonare i versi del Pistoia con quelli d'Antonio Pucci, il poeta popolare del secolo XIV. Animato sempre dalla speranza che 'l giglio di Fiorenza avanzi, questi cantava,
A morte e struggimento de' tiranni,