perchè vorrei sapere dove anderà a riparare la navicella della nostra Repubblica. Io m'affido tutto al suo accorto nocchiero; ma il cammino sarebbe assai più facile e certo, se i Fiorentini riaprissero il tempio di Marte.

In tutto questo lavoro troviamo un continuo e singolare contrasto. Non solo, come già notammo, una pungente e qualche volta cinica ironìa trovasi accanto al più profondo dolore per le sventure d'Italia; ma un sentimento assai vivo della unità nazionale, sta di fronte all'amore anche più vivo per la piccola patria fiorentina. L'autore incomincia col deplorare le crudeli ferite che l'Italia riceve dagli stranieri, e vorrebbe saperle guarire; ma l'odio contro Pisa, Venezia e gli altri Stati vicini prorompe subito. Spesso egli ritorna al suo primo e nobile dolore; ma il pensiero con cui il canto si chiude, è rivolto a Firenze, non all'Italia. L'ultimo verso accenna poi all'idea, che da un pezzo agitava la sua mente, di salvare cioè la Repubblica, armandola di proprie armi. Del resto questa lotta di scetticismo e di fede politica, d'ironìa e di dolore sincero, di sentimento nazionale e di municipalismo, trovasi in tutto il Rinascimento italiano; è però meglio che in altri personificata nel Machiavelli, massime in questi anni, nei quali, non potendo egli darsi a studî più serî e prolungati, gettava sulla carta i più intimi suoi pensieri così come venivano.

Questo Decennale Primo fu dato alle stampe solo nel principio del 1506, per opera d'uno dei coadiutori della cancelleria;[710] ne venne poi subito fatta una ristampa illegale, ad insaputa dell'autore, e così circolò subito largamente fra gli amici, letto con grande avidità, a causa delle allusioni contemporanee, senza però esser tale da poter crescere di molto la fama dell'autore. È tuttavia notevole una lettera che il dì 25 febbraio del 1506, gli scrisse da Cascina, dove era a servizio della Repubblica, il signor Ercole Bentivoglio, cui il Machiavelli aveva inviato un esemplare del proprio scritto. Ringraziandolo, lodava prima di tutto l'arte, con la quale in sì piccolo spazio erano raccolti i principali eventi del decennio, senza tralasciarne alcuno che fosse notevole davvero. Lo confortava poi a continuare, «perchè, sebbene questi tempi sono stati e sono tanto infelici, che il ricordarli rinnuova ed accresce a noi altri dolori non pochi, pure ci è gratissimo che queste cose scritte in verità pervenghino a chi verrà dopo noi, sì che conoscendo la mala sorte nostra di questi tempi, non c'imputino che siamo stati cattivi preservatori dell'onore e riputazione italiana.» «Chi non legge la storia di questi anni,» conchiude il Bentivoglio, «non potrà mai credere, come in sì breve tempo l'Italia sia da tanta prosperità precipitata a così grande rovina, alla quale pur troppo sembra correre, come a cosa desiderata, anche tutto il poco che resta, se non ci salva inopinatamente Colui che salvò dai Faraoni il popolo d'Israele.»[711] È certo singolare assai questo serio e severo linguaggio in un capitano di ventura; ma tali erano i tempi, e tale era il presentimento che tormentava allora tutti coloro che pensavano in Italia.

Pare che il Machiavelli si dilettasse in quegli anni d'accoppiare spesso l'ironìa e la satira al quotidiano lavoro degli affari, ed alle severe meditazioni politiche; giacchè è assai probabile che allora appunto componesse anche un secondo lavoro letterario, il quale sfortunatamente andò perduto. Era un'imitazione delle Nuvole e di altre commedie d'Aristofane, intitolata Le Maschere. Tutto quello che ne sappiamo è che la scrisse ad istigazione di Marcello Virgilio, e che pervenne con altre sue carte e lavori nelle mani di Giuliano de' Ricci, il quale non volle copiarla, come aveva fatto di tante altre cose inedite del suo illustre antenato, perchè era ridotta in frammenti appena leggibili, e perchè l'autore «sotto nomi finti va lacerando e maltrattando molti di quelli cittadini, che nel 1504 vivevano.» Dopo di che lo stesso scrittore aggiunge: «Fu Niccolò in tutte quante le sue composizioni assai licenzioso, si nel tassare persone grandi, ecclesiastiche e secolari, come anche nel ridurre tutte le cose a cause naturali o fortuite.» E veramente questo spirito satirico e mordace fu quello che gli procurò molti nemici, molti dispiaceri nella vita; ma l'ostinarsi a ridurre tutti i fatti, massime della storia, a cause naturali, se fu, come osserva con dolore il Ricci, la cagione che ne fece proibire le opere da Paolo IV e dal Concilio di Trento,[712] fu quella ancora che lo condusse ad iniziare la scienza della storia e la scienza politica.

CAPITOLO VIII.

Tristi condizioni dell'Umbria. — Legazione a Perugia. — Pericoli di guerra. — Nuova Legazione a Siena. — Rotta dell'Alviano. — I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti. — Legazione presso Giulio II. — Istituzione della milizia fiorentina.

(1505-1507)

Verso la fine del 1504 le cose sembravano avviarsi assai male per la Repubblica. Bartolommeo d'Alviano s'era partito scontento da Consalvo di Cordova, e dicevasi volesse tentare qualche impresa per suo conto nell'Italia centrale. I Vitelli, gli Orsini, il signore di Piombino e quello di Siena lo secondavano; ma quel che era peggio, pareva che anche G. P. Baglioni, sebbene capitano dei Fiorentini, fosse con lui d'accordo. Questi se ne stava a Perugia, senza rinnovare la condotta scaduta, ed alle lettere che essi gli scrivevano,[713] rispondeva evasivamente, o non rispondeva affatto. Le cose non procedevano bene nè a Livorno nè a Pisa,[714] ed alla fine del marzo 1505, incontrandosi sul fiume Osole, al ponte a Cappellese, e venuti fra loro alle mani buon numero di Pisani e di Fiorentini, questi ebbero una vera disfatta, dovuta quasi esclusivamente alla negligenza dei loro capi. Di tale rotta, com'è naturale, la Repubblica si dolse amaramente,[715] e dopo aver mandato danari al campo per riordinarlo, pensò ad assicurarsi per l'avvenire. Ma prima di tutto fu mandato Niccolò Machiavelli a Perugia, a fin d'indagare quale fosse veramente l'animo del Baglioni.

È difficile farsi un'idea dello stato d'anarchia in cui trovavasi allora tutta l'Umbria, specialmente Perugia, e del modo con cui in questa dominavano i Baglioni. Era uno stato di guerra continua. Le città vicine erano tutte piene de' suoi esuli, fra i quali primeggiavano gli Oddi, che di tanto in tanto tornavano per sorpresa, ed insanguinavano ferocemente le strade. Quando Alessandro VI, cacciato dalla paura di Carlo VIII, andò a Perugia nel 1495, pensò profittare dell'occasione, e propose ai Baglioni che facessero qualche gran festa, col segreto intendimento di pigliarli nella rete tutti in una volta. Ma Guido Baglioni rispose, che la più bella festa sarebbe stata di fargli vedere il popolo armato sotto il comando de' suoi parenti, che ne erano i condottieri. Allora, dice il cronista Matarazzo, Sua Beatitudine capì che Guido «aveva sale in testa,» e non insistè più oltre. Non era appena partito il Papa, che i Baglioni combattevano per le vie di Perugia, alcuni di essi ancora in camicia, per essere stati improvvisamente assaliti dagli Oddi, i quali, entrati di notte in città, li avevano cercati a morte nelle case, fin dentro i proprî letti. Più di cento furono i cadaveri sparsi per le vie o impiccati alle finestre: il sangue corse a fiumi, e ne bevvero, secondo che afferma il medesimo cronista, i cani ed anche un orso domestico, che girava per le strade.[716] Finalmente i Baglioni restarono vittoriosi.

Dopo due anni venne il cardinale Borgia, mandato da Roma a mettere ordine nell'Umbria. Tutti si dichiaravano obbedienti all'autorità del Sommo Pontefice; ma aggiungevano essere pronti piuttosto a spianare al suolo la loro città, che rinunziare alle vendette. Laonde il cardinale scriveva essergli impossibile concludere nulla, se non gli mandavano genti d'arme per combattere «contra questi demonii, che non fugono per acqua santa.»[717] Partito il cardinale, senza aver nulla concluso, seguì una guerra tra i Baglioni stessi, divisi per gli odii di Guido e Ridolfo fratelli. I giorni della state del 1500, nei quali si celebravano le feste per le nozze di Astorre figlio di Guido, furono quelli appunto in cui si venne alle mani. I Varano di Camerino cominciarono la strage, uccidendo molti dei Baglioni, prima che avessero tempo di svegliarsi. Giovan Paolo che fuggì, dopo essersi difeso colla spada, fu creduto morto, e Grifone Baglioni trionfava pel sangue sparso de' suoi parenti. La madre lo maledisse e lo respinse dalla casa, in cui s'era ritirata coi figli di Giovan Paolo. Ma dopo poco, questi entrò in città, alla testa d'uomini armati, che aveva raccolti fuori delle mura, e si sentirono le grida di Grifone pugnalato nella piazza. A mala pena la desolata madre fu in tempo per accorrere colla moglie a vederlo spirare. Gli assassini si ritirarono, compresi di rispetto, ed il figlio, obbedendo, strinse «la bianca mano de la sua giovanile matre,» in segno di perdono ai nemici, e spirò. Il suo cadavere fu messo nella stessa bara, in cui era stato ventiquattro ore innanzi Astorre da lui fatto uccidere, in quei giorni in cui se ne celebravano le nozze. Così G. P. Baglioni rimase signore di Perugia per la distruzione dei suoi, e passò trionfante davanti all'arco innalzato a celebrare gli sponsali del cugino, e su di esso si leggeva l'iscrizione poco prima composta dal Matarazzo. Questi, dopo averci data la minuta narrazione dei fatti sanguinosi, conclude dicendo, che «Perugia non si potrà più chiamare augusta, ma angusta, et, quod peius est, combusta.» Pure egli va in estasi quando parla dei Baglioni, quando descrive il terrore che ispiravano a tutti, e la fama che di loro correva nel mondo. Ogni volta che uno di essi comparisce coll'elmo in testa e la spada in pugno, è sempre per lui un nuovo San Giorgio, un nuovo Marte, e la città doveva essere superba delle loro prodezze.[718] Questi erano i tempi!