G. Paolo Baglioni non era però contento di viversene tranquillo a Perugia; ma cercava sempre agguati, guerre ed avventure dentro e fuori della città, lasciando governare i suoi parenti superstiti. Unitosi con Vitellozzo, noi lo vediamo andare alla caccia di un tale Altobello da Todi, contro del quale l'odio popolare si scatenò così ferocemente, che molti si ferirono colle proprie armi, per volere ognuno essere primo ad ucciderlo. I Perugini mangiarono la sua carne, secondo che afferma il cronista, il quale aggiunge che uno di essi ne morì d'indigestione; che altri la cercavano invano ad altissimo prezzo, e non potendola avere, per furore di vendetta ponevano nelle vie carboni accesi sul suo sangue.[719] Dopo di ciò il Baglioni si trovò fra i congiurati della Magione; ma questa volta, meno fortunato, dovè presto fuggire innanzi all'idra che s'avanzava. Allora fu capitano di ventura a servizio dei Francesi e dei Fiorentini, e Carlo Baglioni governò pel Valentino in Perugia. Quando però si seppe, nell'agosto del 1503, la morte del Papa, Giovan Paolo lasciò subito il soldo dei Fiorentini, ed insieme con Gentile, che era cugino di Carlo Baglioni, corse armato a ripigliare il proprio Stato. Il dì 8 di settembre fu dato l'assalto; i due cugini Carlo e Gentile vennero alle mani inferociti come due leoni, «mostrandosi la virtù di ciascheduno, e quanta sia la virtù e fortezza che Marte concesse a questa magnifica casa Baglioni, la cui fama per Italia resona.»[720] Il 9 settembre Giovan Paolo era di nuovo signore di Perugia, e tornò al soldo di Firenze; ma con uno o un altro pretesto non prestava effettivo servizio. Chiamato con più insistenza che mai, quando si cominciò a diffidare di lui, propose che dessero a suo figlio una condotta con qualche lancia, sperando così di far credere ad essi che restava fedele alla Repubblica, senza compromettersi coi loro nemici. Ed anche in ciò i Fiorentini s'erano indotti a contentarlo; ma ora che l'Alviano s'avanzava, e sopra tutto dopo la rotta che essi avevano avuta dai Pisani, al ponte a Cappellese, non volevano più restare in questa incertezza. Mandarono quindi parte della prestanza o anticipazione che soleva darsi a chi veniva in campo, ordinandogli d'inviar subito i cavalli leggieri, e seguire senza indugio egli stesso colle genti d'arme, che avrebbe trovato il resto della prestanza. Vedendo che non pigliava il danaro e non partiva, si decisero a mandare il Machiavelli, perchè venisse in chiaro di tutto, se poteva.

Le istruzioni, in data 8 aprile, dicevano, che egli doveva far le viste di prestar fede alle pretese ragioni che avrebbe addotte il Baglioni per scusarsi; ma, «pungendolo poi in qualche parte,» cercare di scoprir le vere, e indagare se operava così solo per migliorare i patti, o perchè s'era addirittura collegato coll'Alviano e cogli altri nemici di Firenze. Il giorno 11 il Machiavelli scriveva, che G. P. Baglioni adduceva, per non muoversi, le macchinazioni fatte contro di lui in Perugia, e l'essere a servizio della Repubblica i Colonna ed i Savelli suoi capitali nemici, aggiungendo, che aveva fatto esaminare da molti dottori perugini i capitoli della condotta, e che gli era stato assicurato non doversi per essi tenere obbligato a servire i Fiorentini. Io gli risposi, continuava il Machiavelli, che da ciò poteva venire più danno a lui che a voi, giacchè se per colpa sua «voi rimanete ora allo scoperto ex improvviso di 130 uomini d'arme, egli era tanti cavalli in Italia fuora della stalla, che voi non eri per rimanere a piè, a nessun modo.» «Ma il suo male invece non era curabile, perchè, se anche voi non vi dolevate di lui, chiunque conosce il suo procedere, e sa la condotta data al figlio a sua richiesta, e la prestanza portata a lui infino a casa,» «lo accuserà d'ingratitudine e d'infedeltà, e sarà tenuto un cavallo che inciampa, che non trova persona che lo cavalchi, perchè non facci fiaccare il collo a chi vi è su, e che queste cose non hanno a essere giudicate da dottori, ma da' signori, e che chi fa conto della corazza e vuolvisi onorare drento, non fa perdita veruna che la stimi tanto quanto quella della fede, e che mi pareva che a questa volta e' se la giuocasse.» «Gli uomini debbono far di tutto per non aversi mai a giustificare; ma a lui seguiva invece di doversi giustificare troppo spesso.» «E così lo punsi per ritto e per il traverso, dicendogli molte cose come ad amico e da me; e benchè più volte li vedessi mutare il viso, mai fece col parlare segno da potere sperare che mutassi opinione.» Il risultato di tutto ciò fu, che il Machiavelli si convinse esservi accordo fra l'Alviano, gli Orsini ed il Baglioni, per tòrre Pisa a' Fiorentini, e fare anche peggio potendo; che il Petrucci di Siena secondava queste trame, e che se tutti in parole professavano amicizia per Firenze, in fatto si armavano. Laonde, ripetuto anche una volta al Baglioni, che pensasse bene a quel che faceva, perchè «questa cosa pesava più che non pesava Perugia,» se ne tornò a casa. Questa Legazione è composta d'una sola lettera, scritta però con molto vigore, con una singolare evidenza, ravvivando col linguaggio più domestico e familiare la dignità diplomatica, il che forma uno dei grandi pregi nella prosa del Segretario fiorentino, aggiunge vivo colorito alla originalità sua propria.[721]

In Firenze ora si spingevano innanzi, a tutta possa, le cose della guerra, per essere pronti alla difesa contro i minacciati pericoli. Si sparse in quei mesi la voce che Luigi XII era morto, e subito si diceva che l'Alviano, aiutato non solo dagli Orsini e dai Vitelli, ma dai Veneziani, dallo stesso Consalvo di Cordova e dal cardinale Ascanio Sforza, si sarebbe avanzato per rimettere i Medici in Toscana, e poi cacciare i Francesi da Milano, dove avrebbe nella persona del cardinale ristabilito il dominio degli Sforza.[722] Tutte queste voci però svanirono qual fumo al vento, quando si seppe che il re di Francia non era morto, e che nel maggio moriva invece Ascanio. Non per questo l'Alviano si fermava; ma i suoi disegni si restringevano alla Toscana, come s'era sin dal principio sospettato, tanto che alcuni in Firenze fecero persino la strana proposta di dargli una condotta, e così farla finita. Quantunque non pochi cercassero di sostenere un tale partito, esso non poteva riuscire accetto a nessun uomo prudente, perchè contrario alla dignità della Repubblica, ed anche assai pericoloso, sapendo ognuno che l'Alviano e gli Orsini desideravano il ritorno dei Medici. E quindi, colla elezione dei nuovi Dieci, tutti gl'intrighi andarono a monte, prevalendo invece la proposta di fare una condotta di 300 uomini d'arme col marchese di Mantova, come capitano generale. Ma anche qui le trattative andarono in lungo, e sebbene il 4 maggio si spedisse il Machiavelli per concludere, non si venne a capo di nulla, affacciando il Marchese sempre nuove difficoltà.[723]

Le gravi cure dei Fiorentini perciò non diminuivano, ma invece crescevano ogni giorno. Anche il signore di Piombino sembrava ora unirsi ai nemici di Firenze, e si parlava del prossimo arrivo colà di 1000 fanti spagnuoli; laonde al commissario Pier Antonio Carnesecchi fu dato ordine d'andare a vedere un poco quale fosse il vero stato delle cose.[724] Ranieri della Sassetta, altro venturiero nemico di Firenze, si recava in Piombino, ed il Machiavelli, in data del 28 giugno, scriveva di nuovo al Carnesecchi, che sembra fosse alquanto incerto e prosuntuoso, che si tenesse in forze da quel lato, e se la intendesse bene col governatore Ercole Bentivoglio. «Il che non ti si è ricordato per diffidarsi di te, nè per parerci che' e' panni tuoi non sieno finissimi, e per questo volere che tu ti vesta con quelli d'altri;» «ma perchè egli è prudente, ha ai suoi ordini tutte le nostre forze, e quindi bisogna pure in ogni modo intendersela con lui.»[725] Lo stesso giorno fu scritto al Bentivoglio, esponendogli i dubbî che avevano i Dieci sul procedere del signore di Piombino, incerto sempre tra Pandolfo Petrucci e i Fiorentini, diffidente di questi e di quello. «Si era rivolto a Consalvo, il quale dicevasi avesse mandato 800 fanti spagnuoli per farli pagare agli altri, e intanto sbigottire con essi Firenze. Se tutte queste notizie,» concludeva la lettera, «non sono certe, è certo l'arrivo degli Spagnuoli, onde bisogna in ogni modo stare in guardia.»[726] Si pensò quindi d'inviare un ambasciatore a Consalvo stesso, e sebbene il Soderini desiderasse mandarvi Niccolò Machiavelli, trovò ne' Consigli tale opposizione, che fu eletto invece Roberto Acciaiuoli. Il Machiavelli ebbe allora un'assai più modesta commissione presso il Petrucci in Siena, il quale era noto avversario dei Fiorentini; eppure avvertiva ora delle mene dell'Alviano contro di essi, coi quali proponeva di fare alleanza, offerendo 100 uomini d'arme per l'impresa di Pisa, e 50 di più l'anno seguente. La cosa pareva assai strana, e si voleva quindi indagare che intenzione egli veramente avesse.

Se il Baglioni era un tiranno della scuola del Valentino, il Petrucci non era uomo di guerra, ma uno di quelli che s'impadronivano allora del potere quasi unicamente con l'accortezza e l'astuzia, come i Medici, non senza di tanto in tanto ricorrere al sangue. Era suo consigliere e segretario Antonio da Venafro, che di poco conosciuti natali, fu prima professore nello Studio di Siena, e giudice delle Riformagioni; poi, mescolandosi nella politica, s'arricchì, e co' suoi consigli aiutò assai efficacemente il Petrucci a farsi tiranno. La potenza di costui, cominciata a consolidarsi nel 1495, quando, tornando Carlo VIII da Napoli, lasciava a Siena alcune lance francesi, si andò rafforzando negli anni successivi colla morte de' suoi più temuti rivali, i quali furono in un modo o nell'altro assassinati, aiutandolo sempre il Venafro co' suoi consigli. Cacciato dal Valentino, che lo chiamava il cervello dei congiurati della Magione, dove infatti aveva inviato il Venafro come uno dei più abili ad ordire la trama, era tornato coll'aiuto francese e col favore di tutto il popolo. Questo gli si era affezionato, perchè lo vedeva uomo d'ingegno, e perchè gli oppositori erano peggiori di lui, il quale, una volta sicuro di sè, cercò d'esser mite e giusto nel governare. A ciò si aggiungeva, che l'odio universale contro il Valentino destava nel popolo una simpatia assai naturale verso un uomo che, quasi per miracolo, era scampato vivo dalle mani di lui. Il Petrucci non ostante continuò sempre ad aver mano in tutti gl'intrighi, desiderando esserne stimato come l'autore principale. In mezzo alle nuove complicazioni che nascevano ora, si destreggiava con grandissima accortezza, e mentre si dimostrava amico di Firenze, da cui certo poteva ricevere molti danni, cercava avvicinarsi anche ai nemici di essa, vedendo che la cattiva fortuna di Francia aumentava la loro forza, e rendeva sempre più potenti gli amici di Spagna.

Le istruzioni, in data 16 luglio 1505, dicevano al Machiavelli: «Tu chiederai consiglio sul da fare, e allargandoti su questa materia, la rivolterai per tutti i versi, regolandoti, secondo che procederà il discorso, con quella prudenza che fu sempre tua, per arrivare a conoscere quale sia l'animo di quel signore.»[727] Ed il 17 egli scriveva da Siena, che il Petrucci voleva stringere accordo con Firenze, senza punto impegnarsi a far desistere l'Alviano dalla sua impresa, proponendo che si dovesse prima indebolirlo, isolandolo dai Vitelli, «perchè, essendo di natura fiera e senza rispetti, trovandosi ora armato e senza Stato, poteva far qualche colpo disperato; e l'Italia era piena di ladri, usi a vivere di quel d'altri, onde molti per predare gli sarebbero corsi dietro.»[728] Da più lati però l'oratore veniva messo in diffidenza, ed assicurato che Pandolfo Petrucci era nemico di Firenze e del Gonfaloniere, andava d'accordo con Consalvo e con l'Alviano, era l'autore di tutti i movimenti che ora seguivano, «e teneva il piè sempre in mille staffe, in modo da poternelo trarre a sua posta.»[729] Sicchè, quando egli e Antonio da Venafro, «che è il cuore suo e il caffo degli altri uomini,» tornarono a proporre che si facesse prima l'accordo, per pensar poi ad isolare l'Alviano dagli altri, il Machiavelli, temendo che volessero così compromettere sempre più la Repubblica, chiedeva invece che si venisse prima ai fatti, cominciando «a por piè in su queste faville.»[730]

Il 21 luglio si venne ancora più alle strette, dichiarando il Petrucci con lungo ragionamento, che, nonostante il suo buon volere, non poteva solo e senza previo accordo opporsi all'Alviano, e fermare quei movimenti. «Non era già vero che lui avesse in questo caso la briglia e gli sproni; perchè gli sproni non ci ebbe mai, e la briglia tira quanto può.» Invano il Machiavelli replicava tutte le ragioni suggerite dal suo ingegno, chè l'altro, ben fermo nel suo proposito, cercava aggirarlo con strani consigli e notizie contradittorie. E però egli scrisse ai Dieci: «Per fargli capire che intendevo bene quegli aggiramenti, dissi che queste pratiche mi facevano in modo confuso, che io dubitavo non dare la volta avanti me ne ritornassi. Ora si sentiva che Bartolommeo d'Alviano veniva coi danari e fanti di Spagna, ed ora invece che Consalvo gli era contrario e l'avrebbe fermato; ora che era pronto a passare, ed ora che limosinava aiuto; ora che era d'accordo col Papa, ed ora che erano nemici; ora che era d'accordo con Siena, ed ora che i suoi soldati predavano i cittadini senesi. Pertanto io desideravo che Sua Signoria mi rilevasse questa ragione.» E Pandolfo, senza punto confondersi, rispose: «Io ti dirò come disse il re Federico ad un mio mandato in un simil quesito, e questo fu, che io mi governassi dì per dì, e giudicassi le cose ora per ora, volendo meno errare, perchè questi tempi sono superiori a' cervelli,» aggiungendo che l'Alviano li secondava, perchè «uomo da dare in un tratto speranza e timore ai suoi vicini, mentre che sarà così armato.»[731] Ed in questo tenore continuò fino all'ultimo il Petrucci, il quale era tale, dice il Machiavelli, «che per guardarlo in viso non si guadagna nulla o poco.» La sera del 23 il Petrucci gli fece leggere una lettera, che avvisava avere Consalvo ordinato all'Alviano di non alterare le cose di Toscana; e chiedendogli l'oratore che cosa ne pensasse, rispose: «La ragione vorrebbe che l'Alviano obbedisse e restasse fermo; pure gli uomini non sempre seguono la ragione, quindi potrebbe invece muoverlo la disperazione.» «E benchè di quelli che si muovono per disperati, de' quattro, tre capitino male, tamen sarebbe bene che questa disperazione egli non l'usasse, perchè non si può muovere una cosa, non se ne muova mille, e gli eventi sono varî.» Perciò era bene che i Fiorentini provvedessero.[732] Nè ci fu verso di cavarne mai nulla; sicchè, dopo un colloquio avuto col Venafro, cui disse di avere da un pezzo in qua veduti molti «ridere la state e piangere il verno,»[733] il Machiavelli se ne tornò a Firenze più confuso di quel che ne fosse partito.

Non c'era dunque che apparecchiarsi alla guerra, e i Dieci richiamarono in ufficio il prode commissario Giacomini, inviandogli la patente il 30 luglio, con ordine di mettersi subito d'accordo col governatore sul da fare; e nello stesso tempo davano coraggio al commissario Carnesecchi in Maremma, assicurandolo che non v'era immediato pericolo.[734] Ben presto però dovettero ricredersi, dolendosi con lui stesso che già l'Alviano fosse presso a Campiglia, e cominciasse ad assalire «avanti che la testa nostra sia fatta. Ma ci pare che la tela sia ordinata in modo che, per la prudenza vostra, si potrà rassettare ogni cosa.» E promettevano solleciti rinforzi.[735] L'Alviano sapeva di non poter far nulla contro la voglia di Consalvo, il quale non voleva che i Fiorentini pigliassero Pisa, ma neppure che fossero direttamente assaliti, perchè erano compresi nella tregua firmata in Francia, e aveva mandato pochi fanti spagnuoli in Piombino, solo acciò si tenessero pronti ad ogni possibile evento. L'altro adunque, sebbene avesse con sè il favore ed i segreti aiuti del Baglioni e del Petrucci, non aveva ancora potuto deliberare un disegno di guerra. Avrebbe bene accettata una condotta dai Fiorentini, per far poi a suo modo; ma questo non sembrando ormai possibile, restò fino al 17 luglio in Vignale, luogo del signore di Piombino, ed ora s'apparecchiava ad entrare in Pisa, donde poteva assai danneggiarli. Circa la metà di agosto, infatti, il Giacomini faceva sapere che i nemici s'avanzavano, e che egli era deciso di venire a giornata; al che i Dieci rispondevano, rimettendo il giudizio di tutto in lui e nel governatore: «Osservassero però che se l'entrata dell'Alviano in Pisa era pericolosa, più pericolosa assai poteva essere una zuffa, in cui si dovesse tutto vincere o tutto perdere.»[736]

I Fiorentini avevano in campo 550 uomini d'arme e 320 cavalli leggieri, oltre poca artiglieria, e qualche migliaio di fanti. Di questi un cento uomini d'armi erano a Cascina, gli altri a Campiglia ed a Bibbona, centro principale delle loro forze. Quelle dell'Alviano non erano minori, e quindi lo scontro poteva essere aspro e decisivo. Il 14 venne al Giacomini l'avviso che il nemico s'avanzava, ed il mattino del 17, in sul far del giorno, che già era vicino, ordinato a battaglia: i Fiorentini lo affrontarono alla Torre di San Vincenzo, e cominciò subito la zuffa. Le fanterie che erano, a quanto si diceva, pagate coi denari del Petrucci, furono rotte al primo scontro, e poi subito detter l'assalto gli squadroni di Iacopo Savello e Marcantonio Colonna, di fronte ai quali cominciarono a piegare tutte le genti dell'Alviano. Questi allora si fece innanzi coi suoi 100 uomini d'arme, e guadagnò terreno; ma sopravvenuto dall'altro lato Ercole Bentivoglio col grosso delle forze fiorentine, la vittoria fu sua, e l'artiglieria finì di sbaragliare il nemico. Il combattimento non durò più di due ore, nel qual tempo l'Alviano, assai abile capitano, ma quasi sempre sfortunato, dopo la totale disfatta de' suoi, ferito nel viso, a mala pena scampò con 8 o 10 cavalli nel Senese. I Fiorentini presero da 1000 cavalli, grandissimo numero di carri, di prigionieri, e videro l'esercito che li minacciava, come per incanto scomparso: la gioia fu universale nella Città.[737]

Ma questa vittoria riuscì a loro assai poco utile, per la troppa fiducia in cui vennero delle proprie forze. Il Giacomini aveva reso conto della rotta data al nemico, senza aggiungere altro; il Bentivoglio, invece, che era tenuto generalmente più capace a far disegni di battaglie che ad eseguirli, proponeva d'assaltare Pisa senza metter tempo in mezzo, dando poi ancora qualche colpo a Siena ed a Lucca.[738] Il Gonfaloniere allora s'infatuò appunto nel pensiero d'assaltare e prendere subito Pisa, profittando del caldo della vittoria. Invano s'opposero i cittadini più prudenti e i Dieci, facendo osservare che non si avevano forze, e che si correva un gran rischio, essendo gli Spagnuoli in Piombino. Questi erano pochi, è vero, ma altri ne potevano d'ora in ora arrivare, imbarcandosi, se non s'erano già imbarcati, a Napoli. Alcuni parlavano pure d'un campo formato o da formarsi in Livorno. Certo il Gran Capitano s'era assai adirato, e chiamato a sè l'Acciaiuoli, aveva fatto grandissime minacce ai Fiorentini, i quali avevano, diceva egli, promesso di lasciar stare per ora almeno la città di Pisa, la quale egli farebbe in ogni modo difendere da' suoi soldati. Ma il Soderini rideva di ciò, affermando che in otto giorni l'impresa sarebbe compiuta.[739] Tenuta dai Dieci una Pratica assai numerosa, la sua proposta non fu approvata; ma egli portò la cosa negli Ottanta e nel Consiglio Maggiore, dove volle spuntarla e la spuntò, riuscendo il 19 agosto a far votare 100,000 fiorini per correre senza indugio all'assalto.