Il Machiavelli venne spedito in campo a portare gli ordini al Giacomini ed al Bentivoglio, che fu nominato capitano generale.[740] Il 24 egli era di ritorno a Firenze, dove faceva conoscere quello che occorreva al campo, e ponevasi con ardore a spingere innanzi i necessarî provvedimenti. Si ordinarono fanti in tutto il territorio; se ne assoldarono in Bologna, in Romagna, e perfino in Roma, dove vennero pagati 575 Spagnuoli, che erano liberi, non per servirsene, ma solo per impedire che andassero in aiuto dei Pisani. Si comandarono marraiuoli; si spedirono armi, munizioni, tutte le artiglierie.
Il 7 di settembre il campo si trovava a poche ore da Pisa, e il giorno dipoi 11 cannoni furono piantati dinanzi alla porta Calcesana. Cominciato il fuoco al levare del sole, verso le 22 ore s'erano buttate a terra 36 braccia di mura; ma, dato l'assalto, venne subito respinto. Tuttavia, essendosi adoperato solo un terzo delle forze fiorentine, il cattivo successo non aveva importanza. Se non che, in quel mezzo entravano per la Porta a Mare 300 fanti spagnuoli, partiti da Piombino per ordine di Consalvo, e questo era un pessimo segno. Pure, mutata la posizione delle artiglierie, si ricominciò a far fuoco, continuando nei giorni 10, 11 e parte del 12. A ore 18 cadevano a terra 136 braccia di mura, e si diè un secondo e più generale assalto, che riuscì assai peggio del primo, non avendo voluto le fanterie fiorentine combattere in modo alcuno, preferendo piuttosto farsi ammazzare dai loro capi che presentarsi davanti alla breccia. E allora cominciarono le mille voci che provano il disordine e la dissoluzione morale di un esercito. Si parlava di 2000 Spagnuoli entrati in Pisa, di altri partiti da Napoli per Livorno, e si affermava già formato colà un campo che nessuno vide mai. A Firenze poi, dove tanti avevano biasimata l'impresa, e dove alcuni erano perfino accusati d'essersi intesi col nemico per non farla riuscire, la notizia dell'esercito per la seconda volta respinto, e del campo in pieno disordine, produsse tale effetto, che fu subito deciso di abbandonare l'impresa. In breve, alla mezzanotte del 14, si levarono le artiglierie; il 15 fu portato il campo a Ripoli, poi a Cascina, donde le genti d'arme andarono alle loro stanze.
L'autorità del Soderini per questo fatto ne scapitò assai; ma, non potendo tutti pigliarsela con lui, le ire si rivolsero assai ingiustamente contro il Giacomini, che aveva eseguito gli ordini avuti con indomita energia e mirabile coraggio. Egli fu assai sdegnato di questa ingratitudine, e mandò la sua rinunzia, che venne subito accettata, inviandogli anche il successore. Da quel giorno, dopo aver reso tanti servigi alla patria, la sua fortuna cadde per sempre, e la sua vita militare può dirsi finita.[741] Il Machiavelli fu dei pochi che gli restarono sempre fedeli, e nel Decennale Secondo ne esaltò la virtù, biasimando l'ingratitudine dei Fiorentini, che lasciarono morire il loro generoso concittadino, cieco, povero e vecchio, senza aiutarlo, e lo fece con un linguaggio che onora del pari l'uno e l'altro. Iacopo Nardi lo pose accanto a Francesco Ferrucci, nè meno largo di lodi gli fu il Pitti; e tutto ciò aumenta non poco la vergogna di coloro che così vilmente lo abbandonarono finchè visse.
Il deplorabile resultato che ebbe l'assalto di Pisa, fece nel 1506 rivolgere l'animo del Machiavelli, con più ardore che mai, ad un suo antico disegno, l'istituzione cioè d'una milizia propria della Repubblica fiorentina. A questo pensiero egli rivolse ora per molti anni tutte le sue forze. Ma prima di cominciare a parlarne, noi dobbiamo accennare alla legazione presso Giulio II, che fu un episodio importante della sua vita, in questo medesimo anno. Il nuovo Papa non trascurò i parenti, ma provvide subito ai casi loro, per darsi poi tutto all'impresa di riconquistare alla Chiesa le provincie che le appartenevano. Ora che gli Spagnuoli dominavano nel Napoletano, era più che mai necessario distendersi verso il settentrione, per non restare in balìa dei vicini. Cacciare i Veneziani dalla Romagna, distruggere i piccoli tiranni ritornati ivi potenti per la caduta dei Borgia, e tutto ciò a benefizio della Chiesa, non dei nipoti, ecco lo scopo che si propose, ed a cui questo vecchio di 63 anni dedicò il resto della sua vita, con una volontà di ferro, con un ardore giovanile, con un coraggio da soldato e non da sacerdote. Già nel trattato firmato a Blois, tra la Francia e la Spagna, il 22 settembre del 1504, s'era per opera sua convenuto, che Luigi XII, l'Imperatore e l'arciduca Filippo assalirebbero i Veneziani. Ciò non ebbe effetto; ma la pace definitivamente conclusa nella medesima città, il 26 ottobre del 1505, tra i Francesi e gli Spagnuoli, che dovettero sottomettersi a molti sacrifizî per restare padroni del Reame, lasciava l'Italia tranquilla; ed il Papa si decise allora a cominciare da sè quello che gli altri non volevano fare per lui. E prima di tutto, per esser sicuro della quiete in Roma, reintegrò molti dei nobili negli averi tolti loro da Alessandro VI, che nelle sue Bolle egli chiamava fraudolento, ingannatore ed usurpatore. Strinse ancora parentado cogli Orsini e coi Colonna, dando una sua figlia in moglie a Giovan Giordano Orsini, ed una nipote al giovane Marcantonio Colonna. Dopo di ciò, il 26 agosto, con ventiquattro cardinali, alla testa di 400 uomini d'arme, e della sua poca guardia di Svizzeri, partì per andare alla conquista di Perugia e di Bologna, due città fortissime e ben difese da armati. Aspettava da Napoli 100 Stradiotti; altre genti dai Gonzaga, dagli Este, dai Montefeltro, dalla Francia e dai Fiorentini, che tutti erano amici. Questi ultimi, ai quali aveva chiesto il loro capitano Marcantonio Colonna con la sua compagnia, spedivano il 25 agosto Niccolò Machiavelli, per dirgli che erano pronti a favorire la sua «santa opera;» ma non potevano in sul momento mandare il Colonna, per non lasciare senza comando il campo di Pisa; promettevano però dargli tutto quel che voleva, quando la sua impresa fosse «in sul fatto.»[742]
Il Machiavelli andò subito, ed il 28 agosto scriveva da Civita Castellana, che a Nepi aveva trovato il Papa già pronto a partire, pieno di buona speranza. Era contento delle promesse dei Fiorentini, aspettava 400 o 500 lance dai Francesi, oltre i 100 Stradiotti da Napoli, «e de' fanti aveva piena la scarsella.» Cavalcava in persona, alla testa delle sue genti comandate dal duca d'Urbino. L'ambasciatore veneto gli prometteva aiuti dai Veneziani, se lasciava loro tenere Faenza e Rimini; ma egli se ne faceva beffe, e andava innanzi sicuro.[743] Il 5 settembre già il Baglioni, spaventato dal fatto insolito di vedere il capo stesso della Chiesa venirgli contro in persona, s'era presentato ad Orvieto, per trattare della resa. Ed il 9 il Machiavelli scriveva da Castel della Pieve, che l'accordo era concluso: già erano cedute le porte e le fortezze della città. Quel signore servirebbe nella impresa come capitano del Papa, il quale dichiarava perdonargli il passato; ma se peccasse poi anco venialmente, lo avrebbe impiccato. Giulio II aveva deliberato di porre 500 fanti nella piazza di Perugia, e 50 a ciascuna delle porte, per poi entrare in città;[744] ma tale e tanta era la sua furia, che il 13 settembre entrava coi cardinali, senza lasciare al duca d'Urbino il tempo necessario per eseguire gli ordini ricevuti. Questi aveva condotto le sue genti presso alle porte, e poco discosto si trovavano quelle del Baglioni, in modo che il Papa e i cardinali erano a disposizione di costui. «Se non farà male,» scriveva il Machiavelli, «a chi è venuto a tòrgli lo Stato, sarà per sua buona natura e umanità. Che termine si abbi ad avere questa cosa io non lo so; doverassi vedere fra 6 o 8 dì che 'l Papa sarà qui.»[745] Giovan Paolo diceva di avere preferito allora salvare lo Stato con la umiltà, piuttosto che con la forza, affidandosi perciò al duca d'Urbino. Ma il Papa, senza curarsi d'altro, occupata che ebbe la città, vi fece entrare i fuorusciti vecchi, non però i nuovi, giudicandoli troppo pericolosi all'ormai spodestato signore: intanto arrivarono da Napoli i cento Stradiotti che aspettava.[746]
È noto che, nei Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio,[747] il Machiavelli biasimò la condotta del Baglioni, accusandolo di viltà, per non avere osato impadronirsi della persona del Papa e dei cardinali, levandoli addirittura dal mondo, e dimostrando il primo ai prelati «quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro.» Ma noi non dobbiamo qui fermarci, ad esaminare ciò che egli disse assai più tardi in opere di un'indole affatto teoretica e scientifica. Questa Legazione ci obbliga invece a fare un'altra osservazione. Colui il quale s'era potuto esaltare accanto al Valentino, ammirandone l'astuzia e le arti assai poco oneste, rimane ora quasi indifferente dinanzi a Giulio II, che, nonostante molti difetti e molte colpe, aveva pure alcune parti di vera grandezza. È certo che non solamente egli restò maravigliato assai, vedendo che il Baglioni non osava resistere, profittando della occasione propizia; ma la sua indifferenza verso il Papa fu tale, che questa Legazione riesce una delle meno importanti, quantunque ci sarebbe stato da aspettarsi appunto il contrario. Adempì strettamente il dovere d'ufficio, senza trovare materia particolare di studio, senza abbandonarsi a nessuna considerazione generale o estranea allo scopo pratico del momento.
Il suo pensiero era in verità rivolto altrove, alla istituzione cioè della milizia fiorentina da lui già iniziata; e però egli ardeva del desiderio di tornare a casa per condurla a termine: ne chiedeva infatti e riceveva continue notizie dal Buonaccorsi.[748] Inoltre il Machiavelli aveva un disprezzo, quasi un odio singolare contro i preti, e più specialmente contro i Papi, che secondo lui erano stati sempre la rovina d'Italia. Era poi persuaso che l'uomo politico poteva apprendere ben poco dallo studio fatto sui principati ecclesiastici, perchè la loro forza, egli diceva, viene tutta dalla religione, ed essi sono i soli che si mantengano sempre, comunque siano governati.[749] Se l'autorità della religione e la potenza della Chiesa erano ancora tali che un uomo perfido, accorto, audace come il Baglioni, si sentiva spaventato dalla sola presenza del Papa, il Machiavelli non credeva che da questo fatto potesse molto apprendere colui che cercava indagare l'arte dell'uomo di Stato, e voleva nel fenomeno politico ritrovare le cause naturali, le passioni umane che lo producono. Ciò che era o pretendeva essere divino usciva dalla sfera de' suoi studî prediletti, e però non se ne occupava. Il fato, i capricci stessi della fortuna potevano secondo lui essere soggetto di studio, non la volontà di Dio, che, comunque si consideri, trascende sempre il nostro intelletto. Quanto poi al generoso ardimento di Giulio II, che a 63 anni, nel fitto della state, s'avanzava senza curarsi se cadeva in balìa del nemico, questo non gli sembrava che fosse prova di vero accorgimento politico. La prudenza e l'astuzia infernale del Valentino potevano essere studiate come modelli dell'arte; ma la cieca audacia del Papa, se poteva essere una sua virtù personale, non dimostrava le qualità vere di un uomo di Stato, e quindi egli se ne occupava assai poco. Come aveva separato il fenomeno politico dal morale, così separava anche l'arte politica dal carattere individuale, privato di colui che la esercitava, cercando in esso solamente le qualità utili o necessarie a bene adoperarla.
E non si fermò neppure a descrivere come venisse allora ordinato il nuovo governo in Perugia. Il 25 settembre scriveva da Urbino, che il Papa era più caldo che mai nel voler compiere la sua impresa, la quale era difficile prevedere dove e come andasse a finire, potendo egli, se mancavano gli aiuti francesi, colla sua furia precipitare.[750] I Veneziani lo aspettavano a qualche stretta, per farlo, con l'aiuto del Re, venire alla voglia loro; altri affermavano invece che il Papa avrebbe saputo condurre il Re, «tali sproni gli metterà ai fianchi...; ma che sproni si abbino ad essere questi, io non li so.»[751] Certo il 3 di ottobre Luigi XII s'era già chiarito pel Papa contro Venezia e Bologna, e sei oratori di questa città erano in Cesena per trattare della resa. Quando però essi gli ricordarono i capitoli firmati già da più Papi, Giulio II rispose che non se ne curava punto, e non voleva sapere neppur di quelli che avesse egli stesso firmati. S'era mosso per liberare quel popolo dai tiranni, e sottomettere alla Chiesa tutto ciò che le spettava; non facendolo, gli sarebbe sembrato di non poter trovare scusa appresso Dio.
Sicuro ormai degli aiuti francesi, fatta in Cesena una mostra delle sue genti, 600 uomini d'arme, 1600 fanti e 300 Svizzeri, chiese ai Fiorentini che mandassero senz'altro indugio il Colonna co' suoi 100 uomini d'arme, essendo egli vicino a partire per Bologna.[752] Giovanni Bentivoglio già cominciava a parlare di resa; ma quando propose che il Papa entrasse in città colla sola sua guardia svizzera, questi, in risposta, pubblicò una Bolla contro di lui e de' suoi seguaci, dichiarandoli ribelli di Santa Chiesa, dando le loro robe in preda a chiunque le pigliasse, concedendo indulgenza a chiunque operasse contro di loro o anche li ammazzasse, e continuò il suo cammino.[753] Non volendo ora toccar le terre usurpate dai Veneziani, andò da Forlì ad Imola, passando pel territorio dei Fiorentini, di che dette loro avviso, quando già era per passare il confine. Essi fecero nondimeno tutto quello che potevano per dimostrargli amicizia ed ossequio. Marcantonio Colonna ebbe da loro ordine di partire in ogni modo il 17 per raggiungerlo; Niccolò Machiavelli s'avanzò, perchè in un viaggio così rapido ed improvviso non mancassero al Papa le cose più necessarie. I Dieci scrivevano poi in fretta a Piero Guicciardini, commissario in Mugello, che Sua Santità s'avanzava: «Gli spedisse incontro quattro o sei some del vino di Puliciano, e del migliore che vi si trovava, qualche poco di trebbiano, qualche soma di caci raviggiuoli buoni, e una soma almeno di belle pere camille.»[754] Il Papa passò rapidamente per Marradi e Palazzuolo, dove tutto fu pronto; il 21 era ad Imola e vi pose il suo quartier generale. Di là il Machiavelli scriveva lo stesso giorno, che Sua Santità voleva dal Bentivoglio resa incondizionata, e tutto faceva prevedere che l'avrebbe. Se non che, divenendo ora lo stato delle cose assai più grave, e dovendosi trattare delle condizioni generali d'Italia, era necessario che fosse mandato al campo un ambasciatore. Il Papa lo aveva chiesto, ed i Fiorentini gl'inviarono Francesco Pepi, che arrivò il 26 ad Imola, donde partì il Machiavelli per tornar subito a Firenze.
Il Bentivoglio avrebbe potuto respingere l'assalto, quando non fosse stato in odio al suo popolo, che già s'era sollevato all'arrivo delle Bolle papali, e non fosse stato abbandonato dalla Francia, che mandò in aiuto di Giulio II 8000 uomini comandati da Carlo d'Amboise, il quale s'impadronì subito di Castelfranco. I Bolognesi, temendo il saccheggio, obbligarono il loro Signore ad andarsene il giorno 2 di novembre, e poi inviarono messi ad Imola, per sottomettersi addirittura al Papa. Quando però i Francesi volevano entrare, il popolo si levò a tumulto, andò contro il campo nemico, mostrandosi parato alla difesa; e così obbligò il Papa a licenziare l'Amboise, mediante buona somma di danaro, oltre la promessa del cappello cardinalizio al fratello di lui. Giulio II potè allora, il dì 11 novembre, entrare in Bologna trionfante come un Cesare, in mezzo a cardinali, vescovi, prelati e signori delle vicine città. Egli mutò subito il governo, istituendo un Senato di quaranta cittadini, il quale durò poi lunghissimo tempo; rispettò gli Statuti municipali; fece costruire una fortezza, e finalmente il 22 di febbraio 1507 se ne partì contentissimo d'essere così riuscito in tutto quello che aveva voluto. Il 27 marzo arrivava pel Tevere a Ponte Molle, e faceva poi la sua entrata solenne nella Città eterna. Questa impresa lo aveva già innalzato, con maravigliosa rapidità, ad una grande altezza dinanzi agli occhi de' suoi contemporanei.