Il Machiavelli intanto, giunto a Firenze, s'era già dato al suo lavoro prediletto per la milizia. Da un gran pezzo egli s'era persuaso, che la rovina degli Stati italiani veniva dal non avere essi armi proprie, dal dovere perciò sempre ricorrere a soldati mercenarî. E si confermò in questa sua idea ogni volta che, costretto ad andare in campo, potè coi proprî occhi osservare il disordine, l'insolenza e la mala fede di quei venturieri, nella cui balìa i magistrati si trovavano costretti a rimettere la salute della patria. Aveva visto la forza acquistata dal Valentino, quando «comandò un uomo per casa nelle sue terre,»[755] formando così un grosso nucleo di soldati proprî. Tutti gli Stati d'Europa che si facevano rispettare, come la Spagna, la Germania, la Francia, avevano proprî eserciti, che fedelmente li servivano; la Svizzera stessa, così piccolo paese, ma con libere istituzioni, era riuscita ad aver la prima fanteria del mondo; perchè non potevano gl'Italiani, i Fiorentini fare lo stesso? Non lo avevano fatto i Comuni del Medio Evo; non se ne vedeva ora un debole esempio nella pertinace difesa dei Pisani, dalla necessità educati alle armi; non lo avevano sopra tutto fatto i Romani, maestri al mondo nelle arti della pace e della guerra? Perchè non si potevano i loro ordini e quelli degli Svizzeri imitare in Firenze; ed imitandoli, che dubbio poteva esserci, che identici ne sarebbero stati gli effetti? Così pensava il Machiavelli, e l'animo suo era a tali idee singolarmente esaltato. Dare a Firenze, e più tardi forse all'Italia, armi proprie, e con esse quella forza che loro mancava, quella dignità politica che gli Stati deboli non hanno mai, fu d'ora in poi il sogno della sua vita. A questo si dedicò con un ardore così disinteressato, con un entusiasmo così giovanile, che il suo carattere desta adesso in noi una simpatia, un'ammirazione che ancora non avevamo potuto provare per lui. Il cinico sorriso del freddo diplomatico scomparisce dalle sue labbra; la sua fisonomia si colorisce a un tratto, dinanzi ai nostri occhi, di una seria e severa solennità, che ci rivela la fiamma d'un sincero patriottismo, la quale arde nel suo cuore e nobilita la sua esistenza. Come padre, come marito e come figlio, se poco abbiamo trovato da biasimare in lui, poco abbiamo anche trovato da ammirare. I suoi costumi non erano liberi dalle colpe del secolo. Come cittadino, finora egli non ha fatto che servire fedelmente la Repubblica, con quell'ingegno che la natura gli aveva così prodigamente largito. Ma ciò non bastava a sollevare in alto il suo carattere. Lo abbiam visto, è vero, nelle molte legazioni che gli furono affidate, non pensar mai a valersi della opportunità, per farsi strada nel mondo; abbandonarsi invece a cercare i principî d'una nuova scienza, con un ardore che gli faceva dimenticare i suoi interessi personali, e qualche volta trascurare anche i più piccoli affari che di giorno in giorno gli venivano raccomandati. Ma questo era un disinteresse scientifico, di cui infiniti esempî troviamo in mezzo alla corruzione del Rinascimento italiano. Quando però il Machiavelli cerca di esaltare l'animo del Gonfaloniere, per indurlo a fondare la nuova milizia, e scrive al cardinale Soderini, perchè lo aiuti a persuadere di ciò il fratello, e corre tutto il territorio della Repubblica, portando armi, arrolando fanti, scrivendo migliaia di lettere, e si raccomanda che non lo levino di mezzo ai campi ed agli armati, noi non possiamo in tutto ciò non vedere la prova d'una sincera, d'una profonda abnegazione in favore del pubblico bene. Come segretario e come uomo di lettere, che non seguì mai il mestiere delle armi, non poteva da questo suo lavoro aspettarsi alcun grande vantaggio personale, avanzare di grado nel proprio ufficio. Suo unico movente fu quindi allora quel patriottismo, di cui gli esempî cominciavano già a divenir troppo rari in Italia; ed esso circonda perciò la sua immagine di un'aureola, che invano ricerchiamo intorno a quella degli altri più illustri letterati del secolo.

Da quanto abbiam detto non segue però che sia opportuno esaltarsi qui a segno da dimenticare gli errori o i difetti del Machiavelli, e neppure da farne, come alcuni han preteso, un genio militare. La grandezza e la originalità del suo pensiero furono in ciò quali possiamo aspettarci da un patriotta e da un uomo politico, che aveva amministrato le cose della guerra, e che, quando essa era molto più semplice che non è oggi, s'era trovato spesso in campo, ne aveva a lungo ragionato col Giacomini e con altri capitani del tempo; ma non aveva in nessun caso comandato mai una compagnia. Il suo medesimo libro dell'Arte della guerra, in cui sono tante osservazioni giuste, e tante idee originali, più di una volta ci obbliga a ricordarci, che egli non era un capitano, nè un soldato. Basterebbe la poca o nessuna fede che ebbe nei grandi effetti delle armi da fuoco, che pur distrussero l'antica e crearono la nuova tattica. Matteo Bandello, in uno dei proemî che pone alle sue Novelle, racconta d'essersi un giorno trovato sotto le mura di Milano con Giovanni dei Medici, il celebre capitano, più noto col nome di Giovanni delle Bande Nere, e col Machiavelli. Questi, volendo dar loro un'idea dell'ordinanza da lui tante volte così bene descritta, li tenne al sole per più di due ore, senza poter mai venire a capo di mettere in ordine 3000 uomini, tanto che, essendo già passata l'ora del desinare, Giovanni, perduta la pazienza, lo mise da parte, ed in un batter d'occhio, coll'aiuto dei tamburini, li ordinò mirabilmente in più modi. Dopo di che il Machiavelli, a sdebitarsi del tempo che aveva fatto loro perdere, raccontò a tavola una novella, che si legge appunto fra quelle del Bandello.[756] L'aneddoto non si trova, è vero, ricordato nelle storie; ma pur non ha nulla d'improbabile, ed in ogni caso può valere a riconfermare, che ai suoi tempi l'autore dell'Arte della guerra, da tutti ammirato come scrittore di cose militari, non era del pari riconosciuto veramente pratico delle armi.

L'idea d'istituire una milizia propria c'era nella Repubblica da più tempo; mancava però la fede nella riuscita, e questa fede ebbe il Machiavelli. La pessima prova che facevano quasi sempre i comandati; la viltà delle fanterie fiorentine che, nell'ultimo assalto alle mura di Pisa, s'erano ricusate di presentarsi dinanzi alla breccia aperta, avevano persuaso i più che ormai si dovesse contar solo sui soldati di mestiere; ed era questa un'opinione che il Machiavelli combattè sempre, sforzandosi di mostrare che tutto il male veniva solo da mancanza di buoni ordini e di disciplina. Cercò innanzi tutto persuaderne il Gonfaloniere, «e veduto che gli era capace, cominciò a distinguergli particolarmente i modi.»[757] Ma quando l'ebbe persuaso, si presentarono subito le mille difficoltà dell'attuazione, e prima la diffidenza di coloro i quali temevano che il Soderini potesse o volesse in questo modo farsi tiranno. Si ricorse quindi al prudente consiglio di cominciare qualche parziale esperimento della nuova ordinanza, sperando che i cittadini, vedendola alla prova, si convincerebbero della sua utilità, e voterebbero i provvedimenti legislativi, necessarî a renderla stabile e più generale, come di fatto avvenne più tardi.

Noi abbiamo uno scritto del Machiavelli, che ci espone per filo e per segno le norme seguite in questo primo tentativo, norme che furono poi approvate per legge. E da esse impariamo sempre più a conoscere quanto diverse dalle nostre fossero le idee di quel tempo, e contro quali enormi e spesso insuperabili difficoltà si dovesse combattere. Prima di tutto egli afferma, come cosa la quale non meriti d'essere discussa, che, volendo la Repubblica avere un esercito proprio (salvo il comandante in capo, che doveva essere straniero, come poteva essere ancora qualche altro ufficiale), era necessario che fosse comandato solo dai Fiorentini, i quali soli dovevano formarne la cavalleria. Non potendosi subito metter mano a questa, che era la parte più difficile della nuova ordinanza, bisognava cominciare intanto col far le leve di fanti fuori della Città. Ma il territorio si divideva in contado propriamente detto, ed in distretti, cioè quelle parti che contenevano grosse città, cui avevano obbedito prima che queste fossero, per la forza delle armi o per libera dedizione, divenute suddite della Repubblica. Sarebbe stato sommamente pericoloso dare le armi ai distretti, appunto perchè in essi erano le città; e «li umori di Toscana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di sè, non vorrebbe più padrone.»[758] Bisognava quindi contentarsi per ora di armare solo il contado. Nè ciò bastava. La generale diffidenza era tale e tanta, che ancora i conestabili eletti a comandare i drappelli formati sotto le bandiere, non dovevano mai, secondo il Machiavelli, essere dello stesso luogo dei fanti, e ogni anno bisognava mutarli, perchè si temeva che altrimenti, affezionandosi troppo ai loro uomini, avrebbero preso più autorità che non conveniva, e sarebbero divenuti pericolosi.[759]

Or chi non s'avvede che dovevano mancare i primi e i più essenziali elementi della forza ad uno Stato, nel quale tutte le città tendevano a separarsi da quella che le comandava, e che, serbando per sè sola la libertà politica, era di necessità condannata ad una grandissima diffidenza verso quei medesimi sudditi, cui voleva poi affidare la propria difesa? Ma il Segretario fiorentino alcune di queste difficoltà non le valutava neppure, perchè secondo le idee del tempo non v'era in esse nulla di anormale o d'insolito; altre sperava che si sarebbero a poco a poco superate. Così, per esempio, egli scriveva che, dopo avere armato il contado, si poteva forse, con qualche cautela, armare una parte almeno del distretto. Nondimeno la sua fiducia in questi nuovi ordini militari era illimitata, ed egli concludeva dicendo ai suoi cittadini: «Vi avvedrete ancora a' vostri dì, che differenza è avere de' vostri cittadini soldati per elezione e non per corruzione, come avete al presente, perchè se alcuno non ha voluto ubbidire al padre, allevatosi su per li bordelli, diverrà soldato; ma uscendo dalle scuole oneste e dalle buone educazioni, potranno onorare sè e la patria loro.»[760]

Animato da queste idee, egli non solo cercava infonderle direttamente nell'animo del Gonfaloniere; ma si valeva anche dell'opera di coloro che su di esso avevano autorità. Nel principio dell'anno 1506 scriveva al cardinal Soderini in Roma, perchè persuadesse il fratello che solo una severa giustizia nella Città e nel contado poteva essere la salda e sicura base della nuova Ordinanza. Ed il cardinale rispondevagli il 4 marzo: «Essere più che mai convinto che i fatti confermavano la speranza nostra, pro salute et dignitate patriae; non potersi dubitare che le altre nazioni siano divenute superiori a noi solamente perchè ritengono la disciplina, la quale già da gran tempo è sbandita d'Italia; nè debbe esser poca la contentezza vostra, che per vostra mano sia dato principio a sì degna cosa.» E, secondando la domanda del Machiavelli, il giorno stesso scriveva al Gonfaloniere, rallegrandosi per la fede universalmente riposta nella nuova milizia, da cui ognuno s'aspettava il rinnovamento delle antiche glorie, e ripetevagli appunto che tutto dipendeva dalla buona disciplina, quae plurimum consistit in obedientia, maximeque fundatur in iustitia. Concludeva poi, proponendo che, per mantenere questa giustizia, si nominasse «qualche ministro simile a Manlio Torquato, rigido e severo, el quale ne le cose liquide proceda alla esecuzione de fatto, nelle altre lassi la cura alli officiali.»[761]

La nuova milizia, essendo appena in formazione, non richiedeva ancora un comando generale, e potevano gl'iscritti istruirsi sotto i loro conestabili, di cui si fece qualcuno venire anche di fuori; ma v'era pur bisogno di uno che comandasse con maggiore autorità, non foss'altro per mantener ferma la disciplina generale, ed, occorrendo, punir severamente i colpevoli. A questo fine si deliberò di eleggere, secondo il consiglio dato o meglio fatto dare dal cardinale al Gonfaloniere, un uomo pratico delle armi, e di reputazione. Ora chi crederebbe mai che appunto il Gonfaloniere ed il Machiavelli, animati allora da un così puro e nobile patriottismo, da tanta ammirazione per Manlio Torquato, gli Scipioni ed i Camilli dell'antica Roma, pensassero d'eleggere ad un tale ufficio lo spagnuolo don Micheletto, l'assassino, lo strangolatore, il confidente del Valentino, colui che poco prima la Repubblica aveva fatto prigioniero e mandato a Giulio II, come un mostro d'iniquità, nemico di Dio e degli uomini? Eppure così fu. Il fatto destò in sul principio qualche contrarietà nei magistrati e nei cittadini, non per alcuna repugnanza morale, ma pel titolo di bargello che si voleva dare ad un tale uomo,[762] e per tema che il Soderini volesse farne un pericoloso strumento di tirannide. Il Machiavelli, che ebbe incarico di tentare destramente l'animo di Francesco Gualterotti, G. B. Ridolfi e Piero Guicciardini, che erano dei Dieci, per sentire se volevano consentire a nominare don Michele, con 100 provvigionati e 50 balestrieri a cavallo, li trovò infatti assai poco favorevoli; ma quando, mutato il titolo di bargello in quello di capitano, la proposta venne portata negli Ottanta, essa fu vinta dopo essere stata messa tre volte a partito.[763]

In Romagna ed in Roma il Machiavelli aveva avuto occasione di conoscere molto bene chi era don Michele. Lo aveva visto sotto il Valentino comandare uomini raccolti dal contado, i quali non essendo soldati di ventura nè di mestiere, avevano pur fatto assai buona prova nelle fazioni; lo credeva perciò adatto a mantenere l'ordine e la disciplina nella nuova milizia fiorentina. Non gli erano ignoti i delitti e le iniquità da lui commessi, come non erano ignoti a nessuno; ma la reputazione di sanguinario e di crudele gli pareva che giovasse anzi che nuocere nel caso presente. Voleva che don Michele si facesse rispettare e temere dai soldati; che, occorrendo, li conducesse dinanzi al nemico, e col suo esempio, unito al nome della sua crudele severità, li rendesse arditi e temuti nelle fazioni. Infatti, quando nel giugno di quell'anno alcuni de' nuovi fanti, inviati al campo di Pisa, non pareva che facessero buona prova, egli scriveva al commissario generale Giovanni Ridolfi in Cascina, che «gli si mandava don Michele con la sua compagnia di 100 uomini, per servirsene contro i Pisani, i quali fanno poco conto di questi nostri fanti, di che vorremmo farli ridire.» «Ed essendo dall'altro canto uso, mentre fu con il Duca, a comandare e maneggiare simili uomini, pensiamo, quando si potessi, che sarebbe da alloggiarlo costì con loro, acciò prima lui li praticassi, e dipoi, bisognando correre in un subito in qualche luogo, fossi pur presto con li suoi fanti insieme con loro, i quali, per averli veduti e maneggiati in su le mostre, possono etiam meglio convenire costà nelle fazioni.»[764] Questo era dunque il pensiero del Machiavelli; don Michele doveva infondere il nuovo spirito militare nel giovane esercito fiorentino! — Ma perchè, si può assai ragionevolmente qui domandare, non chiamarono invece il Giacomini sempre fedele alla patria e valoroso soldato? Come potevano mai credere un assassino capace d'infondere in altri la vera disciplina, cioè l'onor militare? — Quando anche il Giacomini non fosse allora caduto in disgrazia, assai difficilmente avrebbero i Fiorentini dato mai ad uno solo dei loro cittadini grande autorità sul nuovo esercito, e ciò sempre per la paura che non si facesse poi tiranno. Come in altri tempi il Podestà, così ora volevano che il capitano della guardia nel contado fosse uno straniero.

Questa milizia doveva dunque, secondo il Machiavelli, essere animata da un vero patriottismo, e perciò composta d'uomini onesti e bene educati; ma a chi era chiamato ad istruirla e comandarla bastava aver solo l'arte a ciò necessaria, la quale non aveva nulla che fare col carattere morale di lui. Spesso anzi la bontà dell'animo poteva riuscire d'ostacolo a quegli atti severi o crudeli, che il capitano come l'uomo di Stato sono pure costretti a compiere. Quella unità tanto desiderabile fra chi guida e chi è guidato, quasi siano un corpo solo con un'anima sola, la quale personifichi in colui che comanda la coscienza di tutti, e faccia della sua condotta come la manifestazione più intelligente ed elevata del pensiero comune, e della sua severità stessa un atto di giustizia, il Machiavelli non la vide negli eserciti, come non la vide nei governi. Anche il popolo della sua Repubblica deve essere buono; ma esso poi perde quasi la propria coscienza, per divenire nelle mani dell'uomo di Stato come una creta molle, cui questi può dare la forma che più gli piace, se sa quello che vuole, e conosce il modo di recarlo in atto, senza arrestarsi dinanzi ad alcuno scrupolo. Calunnia atrocemente il Machiavelli o non lo conosce punto chi dice che egli non ama, non ammira la virtù. Non bisognerebbe esser nato d'uomo, ripete egli più volte, per non amarla, non ammirarla; e le parole con cui la esalta hanno spesso tanta eloquenza, che nessuna retorica potrebbe mai suggerirle, se non venissero veramente da una profonda convinzione. Ma la morale era per lui, come per quel secolo in generale, un affare del tutto individuale e personale; l'arte di governare, di comandare, di dominare non era in opposizione, ma indipendente affatto da essa. L'idea d'una coscienza e moralità pubblica, intelligibile solo quando s'abbia già il concetto della unità e personalità sociale, che ci fanno comprendere chiaramente come non solo per gl'individui, ma anche per le nazioni, il vero governo sia il governo di sè stessi, e come esso porti inevitabilmente seco una propria responsabilità, questa idea mancava affatto al secolo XV, e non si presentò mai chiara neppure alla mente del Machiavelli. Pel Medio Evo gli eventi della storia, le trasformazioni della società erano effetto della volontà divina, e l'uomo non ci poteva nulla; pel Machiavelli invece il fatto sociale è divenuto un fatto umano, razionale, che egli studia per conoscerne le leggi; e per lui le vicende della storia son quasi sempre opera esclusiva dei principi o dei capitani. La forza perciò che egli attribuisce all'arte dell'uomo di Stato, alla volontà e prudenza di lui, alle istituzioni ed alle leggi che può escogitare, se ha l'ingegno e l'energia necessarie, si direbbe quasi che non abbia limiti.

E così potè facilmente persuadersi, che la nuova Ordinanza militare, immaginata da lui secondo l'esempio degli Svizzeri[765] e dei Romani, dovesse produrre infallibili resultati, purchè ne fossero fedelmente e severamente seguite, rispettate le norme. Quando egli ebbe di ciò persuaso il Gonfaloniere, si pose, fin dal dicembre del 1505, in moto per la Toscana, con regolare patente, e cominciò ad iscrivere fanti sotto le bandiere. Nel gennaio e febbraio la sua attività si moltiplica, trovandolo noi ogni giorno in un luogo diverso[766] anche alla metà di marzo, quando tornò a Firenze, donde, scrivendo infinite lettere, continuò la medesima opera.[767] Come fu prima possibile, cioè nel febbraio di quell'anno stesso, si fece una mostra di 400 uomini, i quali condotti in piazza della Signoria, vestiti con colori diversi e bene armati, piacquero moltissimo alla cittadinanza; e ripetendosi l'esperimento di tanto in tanto, la nuova milizia divenne sempre più popolare.[768] Alcuni di questi fanti furono, come dicemmo, mandati anche al campo di Pisa, dove in verità non fecero prodezze, e don Michele ebbe perciò ordine di raggiungerli con la sua compagnia.[769] Sebbene neanche con ciò s'ottenessero grandi risultati, pure nell'agosto si riuscì a qualche scaramuccia con successo non del tutto infelice.[770]