In ogni modo, essendo l'Ordinanza ormai istituita di fatto, e già venuta in favore del popolo, era necessario sanzionarla definitivamente con una legge. Per questa ragione il Machiavelli scrisse la relazione, cui abbiamo più sopra accennato. In essa espose come s'era nel contado messo una bandiera in ogni podesterìa, nominando un conestabile per ogni tre, quattro o cinque bandiere. V'erano in tutto già 30 bandiere ed 11 conestabili, con più di 5000 uomini iscritti, che potevano ridursi a minor numero, rinviando a casa i meno abili: di 1200 s'era già fatta mostra in Firenze.[771] Dopo di ciò egli veniva col suo scritto a provare la necessità d'istituire un nuovo magistrato, cui fosse affidato l'ordinamento regolare della milizia. Il 6 dicembre 1506 fu nel Consiglio Maggiore approvata, con 841 fave nere contro 317 bianche, la Provvisione che creava i Nove ufficiali dell'Ordinanza e milizia fiorentina, chiamati più comunemente i Nove della milizia; e questa Provvisione non fece altro che sanzionare tutte quante le proposte presentate dal Machiavelli. Eletti dal Consiglio Maggiore, i Nove duravano in ufficio otto mesi, e dovevano iscrivere i fanti, armarli, ordinarli, educarli alla disciplina, punirli, nominare i conestabili, ecc.; appena però che fosse dichiarata la guerra, l'Ordinanza doveva venire sotto la dipendenza dei Dieci.[772] La stessa Provvisione istituiva il Capitano di guardia del contado e distretto di Firenze, cui si davano ora solo 30 balestrieri a cavallo e 50 provvigionati. Esso doveva stare sotto il comando dei Nove, ed essere eletto come gli altri condottieri, con questo però, che la elezione non poteva cadere sopra «alcuno della Città, contado o distretto di Firenze, nè di terra propinqua al dominio fiorentino, a quaranta miglia.»[773] I Nove vennero eletti il 10 gennaio 1507, prestarono giuramento il 12, ed il 13 presero possesso dell'ufficio. La Provvisione dava loro facoltà d'avere uno o più cancellieri, e come era naturale, essi pigliarono subito a loro servizio il Machiavelli. Con deliberazioni dei 9 e dei 27 febbraio rinominarono poi don Michele capitano di guardia del contado e distretto, con i 30 balestrieri a cavallo e i 50 fanti concessi dalla legge.[774]
Ed ora incomincia nella vita del Machiavelli un nuovo periodo, nel quale egli entra sempre più convinto d'essere chiamato a restituire non solo a Firenze, ma a tutta Italia l'antica gloria delle armi e l'antica virtù. Una tale speranza egli era stato il primo, ma non era adesso più solo ad averla. Il cardinale Soderini esprimeva la opinione di molti, quando gli scriveva da Bologna il 15 dicembre 1506: «Parci veramente che cotesta Ordinanza sit a Deo, perchè ogni dì cresce, non ostante la malignità;» e continuando aggiungeva, che la Repubblica da lungo tempo non aveva fatto cosa tanto onorevole come questa, che si doveva tutta a lui.[775] E se ormai tale era l'opinione dei più autorevoli suoi concittadini, non deve farci maraviglia il vedere che l'uomo, cui tutti riconoscevano il merito della grande riforma, guardasse l'avvenire pieno di speranza. Questa speranza di certo non si poteva in tutto avverare, in parte anzi doveva esser solo una nobile e grande illusione; nondimeno l'opera del Machiavelli riuscì più tardi di non dimenticabile gloria alla Repubblica. Quando infatti nel 1527 Firenze si trovò circondata ed assediata da innumerevoli nemici, allora il suo amore di libertà venne riacceso dai seguaci del Savonarola, e la Repubblica rinacque e fu eroicamente difesa da quella milizia, che era stata consigliata ed istituita da Niccolò Machiavelli.
APPENDICE DI DOCUMENTI
DOCUMENTI
DOCUMENTO I. (Pag. [243])
Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, nella quale si discorre della prossima venuta dei Francesi in Italia, e di ciò che a questo proposito diceva Lodovico il Moro. — 30 e 31 marzo 1494.[776]
Magnifico Piero....[777] Stamani andai a Castello um poco innanzi agl'altri, et lexi la lectera tua de xxiiij al sig. Lodovico, presente il Chalcho,[778] la quale S. E. stette a udire con grande attentione. Poi mi rispose: — Io non ho manco desiderio della amicitia vostra, come altre volte vi ho decto, che voi diciate desiderare la mia, per le ragioni altre volte narrate; et se io intendessi liberamente quello che desiderate, come etiam più volte vi ho decto, non mancherei dello offitio mio. Ma voi mi parlate pure di questa Italia, et io non la vidi mai in viso; et non sento che di noi altri si faccia pensiero, il che dà anchora a me confusione d'animo; et quando voi parlerete liberamente con me, et che vi lasciate intendere, sempre troverrete correspondentia. — Io li risposi: — Quanto al parlare delle cose d'Italia, mi parea che si potessi intendere e' beneficii nostri, benchè non si dicessi per expresso; a il lasciarsi intendere, che noi li haviamo parlato molto liberamente: prima, che desiderando la pace et quiete, la venuta de Franzesi per niente non ci piaceva, et più preghavamo la Excellentia Sua che, come l'havea dato principio a dare favore in Francia, che non havessimo a essere astretti a declaratione, seguitassi. Ma ci dava bene grandissima molestia d'animo havere veduto la Excellentia Sua dar principio a tante buone cose, et da poi in uno subito mutarsi come ha facto, non ci conoscendo maxime alcuna nuova cagione. —
La S. E. dixe, che poichè non era chi pensassi a' facti suoi, era necessario che vi pensassi lui, et se non basteranno i Franzesi, sarà necessitato aiutarsi et con Franzesi et con Tedeschi; et saltò a dire: — Questi regii hanno usato dire, che il re Alfonso si farà innanzi insino qua con la gente dell'arme; et che[779] havea scripto una lettera che faceva intendere alla Maestà Sua, che, volendo muovere la gente d'arme, facessi pensiero di non passare le terre della Chiesa, perchè, quando volessi venire più avanti, li andrebbe all'opposito con tucte le sue forze, et rimanderebbeli la figliuola a casa. — Ad questo io risposi, che credevo che in questa proposta il Re farebbe pocha perdita, perchè si stima che, venendo e' Franzesi con le spalle di S. E., l'harebbe per nimica in ogni modo. — Replicò che non era obbligato a' Franzesi, se non a cinquecento huomini d'arme. — Io li subiunsi, che la E. S. havessi rispecto di non mettersi Franzesi in casa, perchè, quando fussi imbarcato, li bisognerebbe andare a 500 et a 1000, et a quella somma che paressi a loro. Et in su questo mi parve di toccarlo umpoco più avanti, et dixi: Signore, io vi voglio parlare liberamente come servitore, et ho caro ci sia presente messere Bartolommeo. Io vi affermo quello che altre volte vi ho decto, che della città nostra et di Piero in specie, la E. V. si può promettere come delle prime cose che abbi, andando con quelli termini che ragionevolmente si conviene alli amici. Dipoi le voglio ricordare amorevolmente, che consideri bene in che termine si truovano le cose; et havendo quella autorictà che ha di poterle posare, se è bene lasciarle schorrerle; perchè, quando pure si venissi all'arme in Italia, o per mezo di Franzesi o altrimenti, potrebbe accadere che non sarebbe poi in sua facultà poterle posare quando li paresse, et ch'io ero certo, per la sua prudentia, ne intendeva più di me. — Dixe: — A questa parte non voglio rispondere. Ma che vorresti voi da me? Domandatemi liberamente ciò che voi vorresti, et io vi responderò. — Dixi: — Che la E. V. mi chiarisca, che cagione l'ha facto fare tanta mutazione: acciò che noi possiamo remediarvi, se e' nascessi da noi. — Risposemi, la cagione essere che avendoci richiesto d'uno scripto per la sicurtà,[780] etc., tu li havevi renduto solamente buone parole; et che, veduto non era havuto consideratione a' facti suoi, era constrecto pensarvi ut supra; accennando che non li basterebbe anche starne alla sicurtà vostra sola; che si vede volle ritornare a quello ti scripsi per l'ultime mie, che questi Signori non li erano venuti a particulare alcuno, etc. Et subiunse: — Et anche vi ricerchai per mio fratello della sicurtà delli Orsini, come sapete, che benchè io sia disposto di queste cose di Roma non me ne travagliare, pure tuttavolta non posso lasciare mio fratello.[781] — Io domandai di nuovo: — Sono queste le cagioni che hanno facto mutare la E. V.? — Dixe: — Sì veramente. — Risposili, parermi che la E. S. havessi torto, concio sia che le lettere tue, dal mandare lo scripto infuora, parlavano in modo che gli haveva molto bene potuto comprehendere lo animo tuo buono; et intorno a questo m'ingegnai quanto potei farli intendere la tua buona disposizione, nientedimeno con parole di natura che non obligassino, et non togliessino speranza. Alla parte delli Orsini: che la S. E. medesimamente haveva inteso, che tucta la autorità che tu havevi con loro, la opereresti più volentieri per monsignore Ascanio, che non faresti pel Cardinale tuo. Et compresi che, o per le parole li haveva prima decte el Conte,[782] aggiunte quelle gli havevo decte io, che furono più non ti scrivo per brevità, et delle brusche et delle dolci, o perchè così fussi disposto, che gl'era volto di cominciare a parlarmi liberamente, et per tornare in su quelli ragionamenti buoni che ti scripsi. Et sopragiugnendo li ambasciatori regii et venetiano, dixe: — Io voglio che ci riserbiamo a oggi a finire questo ragionamento. — E diemmi la posta alle xx hore.
Non voglio lasciare di dirti, che nel sopradecto discorso egli toccò pure qualche paroletta di quelle ha altra volta facto, se e' ti piaceva tanta grandezza del Re;[783] et mostrando lui che 'l Papa se n'andava alla volta di Sua Maestà, subiunse, che, non li bisognando più le gente d'arme di questo Stato, le richiamerebbe, con dire che un altro li farebbe forse un Concilio adosso come potrebbe lui; ma che essendo in quella sede per loro, et havendolo beneficato (come hanno), non si potevono sì presto ridire, et che se la Santità Sua non farà verso di loro quello che è conveniente, non sarà per questo che li vogli fare altro che bene.
Desinando, arrivò la tua de' xxviij con li advisi da Roma de' 26. Andai a Castello alle xx hore, secondo l'ordine datomi; trovai el signore Lodovico essendo con tucti e' consiglieri, che erono gran numero; et per quanto ritrahessi da uno amico, erono in sull'accordo di Roma, che ne haveva lettere di là, de xxiij, che gliene davono qualche fiuto, ma non particolarmente, come intesi poi per la tua. Stette poco et licenziolli, et fecemi chiamare, et trova' lo assai di buona cera. Quando li lexi le particolarità dello achordo, si vide manifestamente et mutarsi et risentirsi, et poi mi disse: — Ambasciatore, havetemi voi a dire altro? — Risposi, che ero venuto per finire quello ragionamento, come eravamo rimasti stamani. Dixemi, che era in sulla medesima sententia di stamane, ciò è che s'era mutato per le cagioni predecte. Quanto alle cose di Ascanio, ciò è delli Orsini, etc., non ne dixe parola; ma che bene era xv o xx dì, che haveva scripto ad Ascanio, che e' farebbe bene a venirsene di qua sotto ombra di venire ad visitarlo, che riscontra che Ascanio si partirà di Roma. Entramo dipoi nelle cose nostre di Francia, et promise più liberamente che havessi ancora facto mai, di aiutarci sanza exceptione alchuna, et che non era per fare a voi in queste occorrentie mercantìa, sì come non vorrebbe che voi pensassi di volerla fare seco.... Mi tochò quest'altra corda: che non li mancherà riconoscere el re Alfonso per cognato, et il Duca di Calabria per nipote, et che dalla sera alla mattina lo potrebbe fare....[784] Et vedesi manifestamente che lo adviso da Roma li ha entorbidato in modo el cervello, che e' restò tucto confuso e con grandissima suspensione, che mi persuado fussi cagione che non seguitassi el ragionamento. Sarò domattina con la E. S., et farò quel bene che potrò, et di tucto ti darò adviso. Et io non mi sono molto curato che la sia ita per hoggi così, perchè non ho giudicato fuora di proposito lasciarlo stare in questa concia, tanto che habbi resposta da te come mi habbi a governare....