Et mentre che queste cose si facevano, quelli sacerdoti delle decte provincie che lui haveva divise, e' quali ancora non erano iti in exilio, deliberorno d'andare ad trovare il Re, et suplicare che dovessi havere compassione di loro. Et così, sendo tucti convenuti, andorno ad Re, che era questo al lito Maxilitano, suplicandolo che per consolare el popolo di Dio, e' dovessi essere loro dato solamente facilità di potere habitare in Affrica, et mendicare la vita loro. A' quali dixe el Re: — Io ho deliberato del nome et generatione vostra non ne lasciare alcuno, et voi havete ardire di domandarmi gratia? — Et voleva farli in quel medesimo punto gittarli tucti in mare, se non fussi suto da' suoi baroni lungamente pregato, che non volessi fare questo male. Fattisi loro maninconosi et afflicti, cominciorno, come potevano et dove potevano, administrare e' divini misterii.

DOCUMENTO IV. (Pag. [300])

Lettera che non ha firma, nè indirizzo, nè data; trascritta dal Machiavelli, ma non sua; accenna ad affari di famiglia.[799]

Carissime frater. Sabato fece 8 dì, ti scripse,[800] dandoti notizia come e' ci pareva da pensare di far San Piero in Mercato litigioso,[801] come hanto da messer Baldassarre per simonìa, perchè 'l piovano vechio non volle mai cedere alla renuntia, se non haveva cento ducati da Pèro, et di questo ce ne è tanti testimoni et sì autentici et sì disposti al provare, che se questa cosa si dà in accomandita ad chi voglia la golpe, el priore ci ha una speranza grandissima, et crede che sia costì chi ci attenderà. Messesi innanzi messer Pº. Accolti o el Cardinal di San Piero in Vincula o messer Ferrando Puccietti.

Ad me pare che tu ti ingegni di tòrre huomo che non solum sia atto ad favorire la causa, ma anchora ad spendere di suo, et che dal canto nostro non corra spesa; et più tosto convenire collui grassamente, purchè e' titoli una volta rimanghino: dell'altre cose.... mettile ad tuo modo, perchè la spesa si lievi da dosso ad noi, et che altri....[802] colli favori et con la industria et con danari. Dal canto nostro puoi offerire la simonìa certa, la contenteza de' 2⁄3 de' padroni, la possessione facile, le pruove della simonìa vera et autenticha, le quali son tucte cose da farci correre un di cotesti cortigiani, che non sogliono attendere ad altro che ad simile imprese, quando e' ne possono havere. Et tu sai che per la soddomia, che è causa più ingiusta, sono molti che hanno e' benifitii litigiosi, et assai li hanno perduti. È costì messer Giovanni delli Albizi, che è huomo d'animo: penserai se ad questo tu potessi valertene in cosa alcuna. Nicholò nostro ci farà tucti quelli favori che saranno possibili, et parli mill'anni vedere el fummo di questo fuoco. Le altre letere si mandorno per la via dello 'mbasciatore, et harai ricevuto la cifera, con la quale hora ti scrivo. Di nuovo ti ricordo el mettere in questa impresa huomo che spenda et habbi favori da sè. Vale.[803]

DOCUMENTO V. (Pag. [305])

Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N. Machiavelli conosceva la lingua greca.[804]

Pregiatissimo sig. Professore,

Fino da quando Ella mi fece conoscere lo scritto del professor Triantafillis intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875), nel quale è provato con tutta evidenza che il Segretario fiorentino si valse di Polibio nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, della Orazione d'Isocrate a Nicocle nella dedica del Principe, e dell'opuscolo di Plutarco Del non adirarsi nel Dialogo Dell'ira e dei modi di curarla; mentre mi parve importante che per siffatte indagini fosse posta in chiaro la cognizione e l'uso che il Machiavelli ebbe della materia trattata dagli scrittori greci, non seppi liberarmi da un certo sentimento di meraviglia, accorgendomi come il prof. Triantafillis ne inferiva che esso avesse attinto direttamente ai testi greci, e che per conseguenza ben conoscesse la lingua greca. A chiunque ponga mente alle condizioni degli studî classici in Italia nei secoli XV e XVI, non può sfuggire che fu principale opera degli ellenisti italiani di quel tempo di propagare per mezzo di traduzioni latine i monumenti della letteratura greca; come ancora, che una gran parte di quelle versioni che allora andavano manoscritte per le mani di molti, o non fu mai stampata e rimase obliata nelle biblioteche, o andò perduta dal momento che si spense in Italia il fervore per gli studî classici. Conseguentemente, le prove addotte dal prof. Triantafillis, che cioè i frammenti del VI libro di Polibio non fossero tradotti in latino prima del 1557, nè l'opuscolo di Plutarco prima del 1525, non essendo appoggiate ad altra autorità che a quella del Lexicon Bibliographicum dell'Hoffmann, mi parvero affatto prive di valore rispetto all'asserto, per il quale l'autore se ne serviva. Questa convinzione che io mi era formata a priori, trovò piena conferma appena ebbi agio di far qualche ricerca nelle biblioteche fiorentine.

Rispetto dunque al Polibio, posso affermare che anche i frammenti del libro VI erano tradotti in latino fino dal principio del secolo XVI; essendosi occupato della versione del brano sulla milizia dei Romani Giovanni Lascaris, come attestano Filippo Strozzi e Bartolomeo Cavalcanti, che poco appresso volgarizzarono quel medesimo brano; e leggendosi anc'oggi nel Cod. Laur. 40 del Plut. 89 inf. una traduzione latina di Francesco Zefi del frammento sulle forme degli Stati. Alcune notizie intorno allo Zefi sono date dal Bandini, Catalogo dei Mss. latini della Laurenziana, vol. III, pag. 401, nota.