Egualmente una traduzione latina antichissima dell'opuscolo di Plutarco, corretta e raffazzonata nello stile da Coluccio Salutati, si trova nel Cod. 125 della biblioteca del Convento di Santo Spirito, ora Laurenziano. Nel Cod. 40 tra quelli provenienti dal Convento di Ognissanti questa versione è attribuita senz'altro al Salutati.
Del discorso di Isocrate a Nicocle non ho trovato una versione più antica di quella che da Giovanni Brevio fu intitolata al duca Alessandro de' Medici, e che si trova nel Cod. 67 Mediceo-Palatino, oggi Laurenziano.
Una seconda pubblicazione del prof. Triantafillis (Sulla vita di Castruccio Castracani descritta da Niccolò Machiavelli: Venezia, 1875) è intesa a provare come il Machiavelli si valesse eziandio di Diodoro Siculo e di Diogene Laerzio.
Quanto alle Vite di Diogene Laerzio, è ben noto che Ambrogio Traversari le tradusse in latino. Le biblioteche di Firenze hanno esemplari manoscritti a dovizia di questa traduzione, che del resto fu messa a stampa già nella fine del secolo XV.
Dei libri XIX e XX delle Storie di Diodoro, che contengono la narrazione verace dei fatti di Agatocle, sopra la quale dimostrò il Triantafillis essere stata composta dal Machiavelli quella favolosa dei fatti di Castruccio, una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli non mi è nota. Poggio Bracciolini non voltò in latino che i primi cinque libri di Diodoro. Un'altra versione di anonimo dedicata a Pio II (non già fatta da lui, come erroneamente fu creduto da alcuni, perchè egli stesso si lagna nelle epistole di non sapere di greco) si trova nel Cod. Laur. 10 del Plut. 67; ma non va oltre il libro XIV. Nondimeno questa versione inedita e poco conosciuta basterebbe a provare che siffatte ricerche, se non condurrebbero ad un risultato definitivo quando pur comprendessero le collezioni dei manoscritti (niuna delle quali è pervenuta sino a noi nella sua integrità), riescono poi affatto illusorie quando non si estendano oltre le cose messe a stampa.
Certo è pertanto che al tempo del Machiavelli erano già voltati in latino i frammenti del VI libro di Polibio, le Vite di Diogene Laerzio e l'opuscolo di Plutarco: nè è inverosimile che a quel tempo già esistessero traduzioni del discorso d'Isocrate e dei due libri di Diodoro. Non è dunque da escludere la possibilità che il Machiavelli attingesse alle traduzioni latine anzichè ai testi greci, restando però intatta la questione se e quanto egli sapesse di greco; per risolvere la quale non mi sembra che abbiamo dati sufficenti. Positivo e pratico parve a me di ricercare, mettendo a confronto i luoghi del Machiavelli dal Triantafillis indicati, con il testo greco e con le antiche versioni latine, se egli si valse di quello o di queste. E tralasciato il confronto del dialogo, sull'autenticità del quale cade qualche dubbio, presi infatti ad esaminare quelli tra i detti memorabili della vita di Castruccio, che sono foggiati sopra gli apoftegmi da Diogene Laerzio attribuiti al filosofo Aristippo, e il frammento di Polibio, del quale il Machiavelli fece suo pro nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Sennonchè nè rispetto al Diogene Laerzio, nè rispetto al Polibio, mi fu dato di giungere ad un risultato per me soddisfacente, cioè sicuro e definitivo. Nè ciò è da far meraviglia se si considera che il Machiavelli, piuttosto che tradurre, imita liberamente i due scrittori greci, di rado gli segue da vicino; mentre le interpretazioni del Traversari e dello Zefi sono così letterali, che difficilissimo è decidere se l'imitatore attinse, come io suppongo, sia da quelle sia da altre versioni latine, oppure dal testo greco, come crede il professor Triantafillis.
Mi creda con distinto ossequio.
Pisa, 11 novembre 1876.
Suo devotissimo
E. Piccolomini.