[427]. L'opera non ha una vera e propria conclusione. Il Giunta, nella edizione del 1543, dice che il Machiavelli andava tuttavia correggendo il suo lavoro, e voleva portarvi nuove modificazioni.

[428]. Il secondo capitolo del Principe incomincia: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, ecc.» Opere, vol. IV. pag. 2. E anche i Discorsi citano più volte il Principe. Nel capitolo I del libro II troviamo: «Sarebbesi da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato dei principati non ne avessimo parlato a lungo, perchè in quello questa materia è diffusamente disputata.» Opere, vol. III, pag. 183. Nel cap. XIX del libro III, dopo aver detto che il principe deve guardarsi più dalla rapina della roba altrui che dal sangue, il Machiavelli aggiunge: «Come in altro trattato sopra questa materia s'è largamente discorso.» Ibidem, pag. 377. Nel capitolo XLII del libro III, dopo aver detto che i principi non osservano le promesse, quando mancano le cagioni che fanno promettere, continua: «Il che se è cosa laudabile o no, o se da un principe si debbono osservare simili modi o no, largamente è dimostrato da noi nel nostro trattato del Principe; però al presente lo taceremo,» pag. 437.

Il signor Carlo Gioda (Machiavelli e le sue opere, Firenze, Barbèra, 1874), a pag. 292, parlando della citazione che nel Principe si fa dei Discorsi, dice: «Questo periodo è stato, secondo l'Artaud, alterato, allorchè i Medici concessero che il libro venisse stampato; eppure non si trova nella copia del 1513, nel qual anno non aveva composto i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio; e dee averlo aggiunto parecchi anni dopo, cioè dopo averlo ingrassato e ripulito.» Ma io non so dove sia questa copia del 1513, in cui manca il periodo. Non lo dicono l'Artaud, nè il Gioda, nè altri. (Vedi Artaud, Machiavelli, son génie, etc., vol. I, pag. 285, nota 1). Del resto l'Artaud, cui si riferisce il Gioda, non ha nè molta autorità, nè molta esattezza. Le due più antiche copie del Principe, che ad alcuni sembrarono di mano del Buonaccorsi, si trovano, una nella Laurenziana (Plut. XLIV, cod. 32), l'altra nella Riccardiana (cod. 2603), e contengono ambedue il periodo citato. La prima lo ha in questa forma: «Io lascerò indrieto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai ad lungo.» La seconda dice: «Io lascerò indreto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne parlai a lungo.» Un'altra copia assai antica, che si trova nella Barberiniana di Roma, cod. LVI, 7, contiene del pari lo stesso periodo.

[429]. Nel cap. 23 del I libro (pag. 83) dei Discorsi, il Machiavelli cita un freschissimo esempio del 1515. Nel cap. 10 del II libro (pagina 213) parla della guerra tra i Fiorentini e il duca d'Urbino, seguìta nel 1517, ed osserva: «pochi giorni sono il Papa e i Fiorentini insieme non avrebbono avuto difficoltà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d'Urbino.» Nel capitolo XXIV dello stesso libro (pag. 217), parla di Ottaviano Fregoso, che disfece la fortezza di Genova, e che, assalito poi dai nemici, li respinse, il che avvenne nel 1521. Nel cap. 27 del libro III (pag. 396), alludendo alle fazioni che lacerarono Pistoia nel 1501, ed ai provvedimenti allora presi dai Fiorentini, dice: quindici anni sono. Queste parole dovrebbero quindi essere state scritte nel 1516. Tutto ciò prova che egli andò per parecchi anni ricorreggendo il suo lavoro.

[430]. Il signor Karl Knies, nel suo scritto intitolato: Der Pratriotismus Machiavelli's (Preussische Jahrbücher, fascicolo del giugno 1871), dopo avere osservato, che se il Machiavelli pensò male degli uomini, anche Martino Lutero e la Riforma cominciarono col non avere nessuna fede nella bontà umana, conchiude anch'egli col dire che uno stesso concetto dell'uomo trovavasi allora nella nuova politica e nella religione riformata.

[431]. Il Tommasini (II, 38-39) crede invece che il Machiavelli adoperi la parola virtù nel senso in cui l'adoperavano Galeno e i medici quando accennavano alla virtù del farmaco. Ed, insistendo sul paragone colla medicina, dice che chi questo non riconosce non può comprendere il sistema filosofico del Machiavelli. In una nota poi (pag. 39 nota 1) aggiunge: — Il Villari riconosce che pel Machiavelli la parola virtù significa sempre coraggio, energia così nel bene come nel male, ma ha torto di credere che tale significazione abbia soltanto «per lui», che alla virtù cristiana «dà piuttosto il nome di bontà.» —

Non mi fermo qui sopra una questione sulla quale più oltre discorro a lungo. Osservo solamente che il Machiavelli spesso deplorò che la religione cristiana spingesse alla mansuetudine mentre quella dei Greci e dei Romani inculcava invece l'energia ed il patriottismo. Nel Principe (cap. VII) egli parla della ferocia e virtù del Valentino. E io non so che altri molti facciano uso della stessa parola nello stesso significato.

[432]. Nella lettera già citata del Vettori, che non era poi un erudito, questi scriveva da Roma al Machiavelli, il 23 novembre 1513 (Vedi Appendice, documento XXI), che, per «passar tempo,» aveva raccolto: «Livio con lo epitome di Lucio, Floro, Sallustio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Tacito, Svetonio, Lampridio, Sparziano, Erodiano, Ammiano Marcellino e Procopio.»

[433]. Fra coloro che si sono recentemente occupati delle fonti antiche del Machiavelli, va citato Georg Ellinger, Die Antiken Quellen der Staatslehre Machiavelli's. Tübingen, H. Laupp, 1888. Questo autore ha senza dubbio fatto molte ricerche, ed è venuto ad alcuni utili resultati; ma esagerandone l'importanza, ha recato danno al suo lavoro. Spesso infatti sembra attribuire il medesimo valore alle imitazioni di parole o di frasi, ed a quelle di dottrine e di idee. Si aggiunge poi che si ferma a notare non solamente imitazioni che egli stesso crede solo possibili, ma anche espressioni che il Machiavelli potè avere imitate non da uno, ma da molti autori, come potè anche non averle imitate da nessuno, perchè sono di quelle che era difficile allora non adoperare.

Il signor L. Arthur Burd, nella edizione da lui fatta del Principe, preceduta da una sua introduzione e da un'altra di Lord Acton, ha, in molte note e comenti, fatto anch'egli assai utili ricerche sulle antiche fonti del Machiavelli. Vedi Il Principe by Niccolò Machiavelli, edited by L. Arthur Burd. Oxford, at the Clarendon Press, 1891.