[451]. Il prof. C. Schirren, nel suo discorso inaugurale, Ueber Machiavelli, fatto da lui come Rettore della Università di Kiel (1878), dice che la chiave del Principe si trova nel cap. 8 del libro I dei Discorsi: «Unter den vielen Schlüsseln zum System des Principe ist indess der einfachste in achtzehnten Capitel des ersten Buches der Discorsi gegeben» (pag. 8). Altri scrittori dicono lo stesso di altri capitoli della stessa opera.

[452]. Sebbene quello che diciamo qui sopra sia per sè stesso evidente, pure vogliamo riferire le parole che, a questo proposito, scrive uno storico assai autorevole. Lo Schwegler (Römische Geschichte, vol. I, cap. II, § 29) parlando dei Discorsi, osserva: «Die Schrift ist reich an den feinsten und treffendsten Wahrnehmungen im Gebiete der politischen Psychologie....; über die allgemeinen psychologischen Gesetze des Staats- und Völkerlebens werden darin höchst kluge und geistreiche Urtheile vorgetragen. Was dagegen dem Verfasser fehlt ist ein richtiger Begriff, eine objectivhistorische Anschauung des römischen Alterthums.... Eine eindringende, selbständige Kentniss des römischen Alterthums besitzt er nichts, daher sind seine Urtheile, z. B. diejenigen über Julius Caesar gar oft unhistorisch, und durch conventionelles Vorurtheil dictirt.» Questo difetto diviene naturalmente maggiore là dove Tito Livio ci dà solo tradizioni primitive. Quanto poi al giudizio dato su Cesare, poteva l'illustre tedesco, che tanto lo biasima, ricordarsi quello che di Cesare pensavano e dicevano quasi tutti fino al principio del secolo XIX.

[453]. Discorsi, lib. I, cap. XI e XII.

[454]. Discorsi, cap. XIV. Polibio, nel secondo frammento del libro VI, espone un concetto non molto diverso. Riferiamo le parole della già ricordata traduzione dello Zefi, che forse il Machiavelli ebbe sott'occhio. (Laurenz. 40, Plut. LXXXIX inf., f. 43v. Cfr. Polyb., Hist. (ed. Didot), col. 371, LVI, n. 6 e segg.): «Verum longe ab aliis differunt Romani, meliusque sibi consulere uidentur in iis quae ad Deorum praeceptionem pertinent. Quod enim despicitur apud alios, id mihi uidetur Rem romanam constituere, superstitionem dico. Usque adeo haec illis formidolosa est, atque ita in re tam priuata quam pubblica admittitur, ut supra fidem uideatur. Sed quod multis mirabile fit, hoc ego multitudinis causa puto introductum. Si enim ciuitas ex sapientibus uiris universa cogi posset, non erant forte eiusmodi ceremoniae necessariae. Cum uero plebs ipsa uarium et mutabile sit, refercta emormibus (sic) appetitionibus, temeraria indignatione uiolentique ira, restat ut incerto metu et id genus territamentis contineatur. Quapropter non temere uidentur nostri maiores Deorum cognitionem et inferorum commenta ad multitudinem detulisse. Multo illi inconsideratius faciunt nostra tempestate, qui haec deturbare expungereque conantur.»

[455]. Discorsi, lib. I, cap. XII, pag. 54-56.

[456]. Discorsi, lib. II, cap. II, pag. 188-9. Nell'opera di William E. H. Lecky, History of European Morals (in due volumi: Londra, Longmans, 1869), si trovano alcune pagine che si direbbero copiate dal Machiavelli. Il concetto fondamentale che il Lecky più volte espone a questo proposito, è certamente identico a quello dei Discorsi. «A candid examination will show that the Christian civilisations have been as inferior to the Pagan ones in civic and intellectual virtues, as they have been superior to them in the virtues of humanity and chastity. We have already seen that one remarkable feature of the intellectual movement that preceded Christianity, was the gradual decadence of patriotism, etc.» Vol. II, pag. 148.

[457]. Discorsi, lib. III, cap. XLI.

[458]. Abbiamo già detto che lo Schwegler biasima il Machiavelli per questo suo giudizio su Giulio Cesare; ed abbiamo aggiunto la nostra opinione in proposito.

[459]. Discorsi, lib. I, cap. X, pag. 46-48.

[460]. Tucidide (Didot), I, 22 e III, 82; Polibio (Didot), VI, 4 e 9. Lo stesso concetto si ritrova nella Poetica di Aristotele e nel De republica di Cicerone. E non senza ragione il Burd, pag. 208, dice a questo proposito: «Such ideas are indeed part of the classical prejudice of the Renaissance.»