[541]. Anche queste parole han dato occasione a molte dispute sul vero titolo del libro. È assai probabile che, quando il Machiavelli scriveva la sua lettera, non avesse ancora fissato il titolo preciso che voleva dare al suo lavoro. Nei Discorsi lo chiamò prima (lib. II, cap. I, pag. 183) il «nostro trattato dei Principati,» e poi (lib. III, cap. XLII, pag. 437) il «nostro trattato del Principe,» titolo che esso ebbe quando, dopo la morte dell'autore, fu nel 1532 la prima volta pubblicato. Si è anche fantasticato per indovinare da quale autore greco o romano il Machiavelli avesse preso, imitato questo titolo; quale ne fosse la fonte. Ma è un titolo che somiglia a quello di tanti altri libri scritti da S. Tommaso in poi sullo stesso soggetto (De Monarchia, De Regimine principum, De Principe, Institutio principis, etc.), che parmi inutile andarsi su di ciò stillando il cervello. Io non credo neppure che i Discorsi d'Isocrate o il Ierone di Senofonte abbiano ispirato il Principe, come si è qualche volta supposto. Basta un paragone anche superficiale per convincersene. Il concetto fondamentale è sostanzialmente diverso.

[542]. Il Casavecchia era stato già commissario della Repubblica a Barga, Fivizzano ed altrove, donde aveva scritte più lettere al Machiavelli, alcune delle quali abbiamo pubblicate nell'Appendice.

[543]. Da quanto abbiam visto precedentemente, l'Ardinghelli, tenuto uomo molto intrigante, non doveva esser punto amico del Machiavelli.

[544]. Opere, vol. VIII; lettera XXVI, del 10 dicembre 1513.

[545]. Lettera del Vettori, in data 18 gennaio 1514. Vedi anche la lettera precedente dello stesso, in data 24 dicembre 1513. Le diamo ambedue in Appendice, documento XXI.

[546]. Vedi in Appendice, doc. XXI, le lettere del Vettori più volte citate.

[547]. Vedi la lettera nelle Opere, in principio del vol. IV.

[548]. Io non ho accettato, ho anzi combattuto la conclusione, cui volle venire il Triantafillis, che il Machiavelli conoscesse il greco (Vedi Appendice, documento XXII). Debbo perciò tanto maggiormente riconoscere che, se prima il Cristio aveva notato le imitazioni da Polibio, ed il Ranke quelle da Aristotele, spetta a lui il merito di aver primo iniziato nuove ricerche per scoprire gli altri autori greci di cui il Machiavelli si valse. Dopo di lui l'Ellinger le estese, occupandosi anche delle imitazioni dai molti autori latini. Il Burd finalmente le continuò con grandissima diligenza, tanto che potè darci (p. 172) un elenco di tutti gli autori greci e latini che il Machiavelli ricorda nelle sue opere, aggiungendovi ancora quelli di cui fece uso senza citarli. Fra questi sono principalissimi, come era già noto, Polibio, del quale molto si valse nei Discorsi, e Vegezio, De re militari, che fu la principal fonte dell'Arte della Guerra.

Gli autori che cita sono: Livio, Tacito, Cicerone, Cesare, Sallustio, Quinto Curzio, Svetonio, Terenzio, Tibullo, Ovidio, Giovenale, Ausonio, Virgilio, Plutarco, Diodoro Siculo, Erodiano, Aristotele, Tucidide, Senofonte, Procopio, Giuseppe Flavio. Quelli di cui poco o punto ricorda il nome, ma dei quali si valse, sono, secondo il Burd: Polibio, Vegezio, Giustino, Seneca (De Clementia), Plauto, Orazio, Erodoto, Isocrate, Diogene Laerzio e forse Plinio (Panegyricus).

Ripetiamo però, come già notammo altrove, che dopo tutte queste ricerche, il Burd conclude giustamente che il Principe (e lo stesso si può dire dei Discorsi) is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings: it still remains an original work.