1 Lettera di don Michele Coreglia al Machiavelli. Firenzuola, 15 settembre 1508.[704]
Magnifico messere Nicholò mio. Ho riceputo una lectera facta a' 10 di setenbre: del che sto el più spantato[705] homo del mondo, a dirmi che si dice che io sia diventato partigiano. È ben verro che io so' partigiano di quelli che serveno la excelsa Signoria vostra, et che sonno obidienti.
A la parte che V. S. mi scrive che vole intendere che io volevo pigliare uno di que' del Bello, che haverà caro sapere la cosa come passò; la cagione si hè questa che, asentato al palazo de la porta del capitano di Castrocara, viene a me una povera donna, dicemi: Signore, vi vorìa dire dieci parolle per l'amor di Dio. Di che io m'apartai con epsa da uno canto per intenderla. Come fu' apartato con epso lei, s'inginochiò et cominciò a piagnere cridando: — Misericordia, iustitia, iustitia. — Dimandai: — Che cossa ài bona donna? levati su, leva su. — Disce: — Signore, c'è uno magniano forestiere, che m'à tolto una mia figliola per forsa, vergine, et à facto quel ch'à voluto con lei: et mo' ricerca di portarmene una altra. — Io li dissi: — Bona donna, hè costui in la terra — ? — Disce: — Signiore sì; datemi due o tre fanti, che io insegnerò chi hè. — Allorra ci donai tre fanti, e epsa donna mandò uno suo parente con quelli fanti a insegnarcelo. Li dui fanti piglioro per una strada che furro bene informati, che veste portava costui, e l'altro andò con el garzon per una altra strada. Quello c'andò con el garzon si scontrò con questo magniano, et haveva commessione da me di pigliarlo et menarlo al palazo, dinanzi al capitano et a me, che l'aspetavamo al palazo.
In questo darli di picca per menarlo, che epso comincia a fare resistentia, per modo che stando apresso a una cassa di uno di questi del Bello, o di Pier Francesco, che io ho poca pratica in quelle casse, entrò dentro, et el fante dirieto, cridando l'uno et l'altro. Sentendo il romore, mi levai da sedere et corsi là. Entrai dentro la cassa, trovai lì Achille del Bello con uno mezo lancione in mano, adosso a quello fante mio, discendo che non lo meneria; che s'andase con Dio, si non, che faria e diria. Io in questo stante, dissemi el fante: — Signore, in questa canbera sta el magniano. — Allorra dissi: — Achille, damolo, sì non, ch'i' farò qualche patìa ogi. — Et mi disse che potía fare, che non era per darmello, et non volìa che si cavasse di là. Io allor li comandai, per quanto haveva car la gratia de' nostri excelsi Signori, c'andasse in palazo. Lui mi disse, che non ci voleva andare. Allor lo pressi per el pecto per menarlo via. In questo giunse el fratello et più di quaranta homini di Achugiano armati. Io allor vedendo questo, andai di fora, et pressi una rotella, et fei armare la compagnia, et ritornai a entrare dentro, deliberando o di haver costui intro le mani o morir, per modo che el capitano medesimo di Castricara venne allì; et per tanta la furia che c'era, io non lo vidi mai et tornosene a iscire. Di poi tornò per me, et loro m'inpromisseno di menare quello magniano in palazo, et venire lorro ancorra. Et cossì m'iscii de la cassa, et andamene in palazo insieme con el capitano; et di poi a uno pocho menarro el malfactore, et loro ancora s'apresentorro dinanzi a la signoria del capitano et a me.
Quando furro allì, io dissi al capitano: — Ecco qua el malfactore —; et a costorro: — adesso che so' dinanzi a la signoria vostra, io non me ne voglio più inpaciare. Basta che io ho facto quello che ogni bon servitore della excelsa Signoria deve farre. — El capitano et uno ser Bacio et uno ser Giovani che mi sonno amici, et lorro ancora mi sonno amici, ma in quello stante mi tochava più la camiscia che il giubone, mi pregarro che fascesemo pace insieme, et che io non scrivessi di questa cossa a Fiorenza nè farne iscrivere; et così l'inpromissi di fare; et che io non erro costumato di scrivere nè fare iscrivere di queste frascarìe. Et così una matina c'invitorno a desinare a la signoria del capitano et a me, et desinamo tutti insieme.
Si ve par che io in questa parte habi pecato di Spirito Santo, prego la Signoria vostra che dicha a questi tali che v'aàno contato questo casso, che insieme con la Signoria vostra mi dièno quella penitentia che pare a lor Signorie; si li par che io habi peccato di Spirito Santo, como ho dicto di sopra: chè io doveva fare altra cossa che io non fei, che tutti son grandissimi servitor di Marzocho di parolle, et gra' merzè al capèllo,[706] di Castricar et di Modigliana et Maradi; chè vedreben la fedelità dove sta. Un dì serò con la Signoria vostra, et vi conterrò cosse e faròvi tocar con mano che vi farò spantare, che non le uso iscrivere; chè io ho servito in questo mondo qualche re et dui pontifici, come la Signoria vostra sa, et non li scripsi mai, che non si degniassen di farmi far la risposta, et maxime in cosse che fusse in servitio de lor Santitate et di lor Signorie. Et di quante volte ho scripto a la exelsa Signoria et al Confalonieri mai ho hauto risposta, di uno ano et mezo che io sto con lor Signorie. Ma credo che sia l'usanza del paese cossì; perciò non mi maraviglio. Io havevo promisso di non scriver di questa cossa, ma m'è stato forza di darne ragione a la Signoria vostra, che so mi ama et volmi bene. Non n'averia scripto per cossa nissuna a persona del mondo. El capitan di Castricarra passato è meglio informato che non so' io, et epso potrà dire el tutto a la Signoria vostra. Et credo che lorro non habino scripto di questa cossa a Fiorenze, perchè io apria el sacheto poi quando credessi avessino scripto niente.
A la parte che dite che io so' diventato parzial de l'arciprete, non voglio altro testimon si non el capitan di Castricara, che per infin al primo giorno li dissi, che serìa el meglio che si levassi e l'arciprete et alcuno altro di Romagnia; de li quali ne mandai la lista per ser Apardo mio cancilier a la exelsa Signoria; et tutti li Retori si acardara con me, che 'l si levaseno di Romagnia per alcuno anno; et uno ce ne costà che non bisognia mandarlo, el quale hè l'arciprete. Guardate si io l'erro parziale, che dite che io vo con li suoi seguaci. Chi l'à dicto a la Signoria vostra, ne mente falsamente per la gola, che io non praticavo con altri si non con uno vechio che si domanda Giorgio de la Golfaia, che pageria la metà de la roba sua et stare in pace. Et esso mi prestò uno lecto in che io dormissi.
A la parte di Macteo Facenda, fo intendere a la Signoria vostra, che v'à dicto la magior falsità del mondo; che da poi so' stato in Castricara, non è mai stato in su el tenitorio de' Fiorentini. Et ci àno rotto la testa al capitan di Castricarra et a me, che lo volessemo fidare per venire a parlare con epso noi a dire la ragion soia. Noi non l'aviem mai volsuto fare nè sentito mentovare: et trovavassi allora a Vagnio a cavallo. Et di questo ne serà bon testimonio el capitan di Castricara. Et perchè cogniosciate voi le tristitie di quelli che vogliono macular l'onore d'uno gentilomo, per ben che di queste cosse non me ne curro niente, ne starò al paragon dinanzi a Dio, non tanto a li homini del mondo: chè dice il proverbio: Piscia chiaro et incacane el medico. Chè ho ancora le strutione che V. S. mi dè già uno ano et mezo fa, et olle in el core et entro la testa: cioè, che mi disse che io non volessi mangiare mai in cassa di capo di parte, et che non volessi pigliare amicitia con esbanditi che haveseno bando del capo, et ribelli della Signoria. È ben verro che in questo tempo ne ho parlato a dui o a tre, che l'ò fidati, solamente che mi veniseno a parlare, perchè m'avevano promisso di farmi havere de li altri inele mane. De li tre me n'è riuscito uno bene.
Preterea. la nocte che arivai a la rocha che veni di Fiorenzola, subito el sepeno a Castricarro; donde c'andò questo Francisco del Bello, et havisò o fe' avisare a Macteo Facenda, che stava in la pieve de l'Arciprete, come io erra in paesse, che s'andassi con Dio. Donde colui subito cavalcò et misesi in via. Donde che 'l diavolo l'aitò, che in questo tenpo lui si scontrò con parechi cavalli di Bartolomeo Moratini inimico suo che sta in Forlì; de che li deno la cacia per infin a Bagnio a Cavallo; et scapò per ugnia di cavallo. De che non caveria del capo a Mateo Facenda che costui non l'avesse facto a posta: de che recercha el dicto Mateo Facenda de far dispiacere a Francesco del Bello, credendo habi facto ispia a Bartolomeo Moratini. Come hai saputo tute queste cosse, don Michele? Io vi dirò: Uno povero homo, parente di Mateo Facenda, parlando con epso meco, me dise questa cossa, come Mateo Facenda haveva questo malo animo verso di costui. Di che me n'andai al Capitano di Castricara, et conta'li questa cossa. Di che mi contò punto per punto come erra verro, che l'aveva saputo ancorra lui; et così avisàno che si guardassi el dicto Francesco Del Bello. Queste sono le parte che tengo io: si vi pare che sieno parte, giudichelo V. S.
A la parte che V. S. me avisa d'una vignia ch'è d'Anton Corsini, vi rispondo, che è ben vero che Feragan di Castricare viene uno balestier de li mei, solo lui et el figliolo, et pregollo che volesse venire con lui a vendemiar una vignia, la qual vignia erra d'Anton Iacomini; et che certi sbanditi non ce la lasavan vendemiar. De che questo balestier, esendo stato servitore d'Anton Iacomini, andò con el decto figliol de Feragano (Como sai tu questo don Michele?). Costor si partiro al serar de le porte, et la matina, come viene el giorno, viene uno compagnio del dicto balestrieri, et dicemi: — El tal se n'è fugito, che se n'andò iersera, et non hè più tornato qua. — Di che io mi levai con furia de lecto, venendo con meco molta gente; et così scontrai Feragan. Disemi: — Come andate così, Signore, infuriato? — Dico: — Ogni dì mi fa un tristo una burla. Me n'è fugito uno balestrieri de li mei. Giuradìo, si qualcun me ne capita per le mani, le mecterò questa spada a mezo del core, a ciò che sia sperientia a li altri. — Disemi Feragan: — Non aviate malinconia, ch'è ito a vendemiar una vignia d'Anton Iacomini con el mio figliolo, che certi sbanditi non la volevan che la vendemiasse. — Dissi allora io: — Come andare di nocte di fora de la terra, senza licentia mia? Al nome di Dio sia. — Como tornò, ogni omo sa la penitentia ch'ebe di questo et de l'altre cose triste che lui à facto. Come dite che io cerchi di sadisfar questa cossa? Io ne so' inocente. Feragan viene ogni giorno in Fiorenze, fatelo pigliare et sadisfar a messer Anton Corsini; o vengami una lectera da li Signori Octo, et vederà se io li farò pagare più che non ha pigliato el vino due volte: chè di questa cossa io ne so' inocente, che non credo che habi condutiero la excelsa Signorìa, che li vogli meglio che io a messer Anton Corsini. Che si io l'avessi saputo allorra, ce l'averei caciato de li ochi: ma Feragan mi disse che era d'Anton Iacomini. Fatemi venire uno minimo cenno de li Signori Octo, et vederete si lo farò sadisfare. Io non voglio mandare la lectera a homo del mondo, si non quando sarò a Castricara, che ci serò presto. Manderò per don Nichola, et serà con epso meco; et io serò con el capitano di Castricara; et vederemo achetar questa cossa per modo ch'abi bon fine. Ma si doveria, quando Feragan viene in Fiorenze, che ci viene spesso, farlo pigliare et punirlo molto bene, a ciò che fusse exemplo a li altri, che non andasseno asasinare a questo modo. Et di quanto scrivo a la Signorìa vostra ne voglio esse' al paragon di Dio et delli homini del mondo, che io so' gentilomo et naqui gentilomo, che non fo cossa che non sia ben facta et chiarra. Et quando V. S. sa niente di queste cosse, prego a V. S. si degni iscrivermi et rispondermi a le lectere che io mando a V. S., che io li scriverìa d'ogni cossa quando credessi che la Signorìa vostra mi rispondessi.