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Compar mio charo. Io ho usato con voi tanta sobrietà chol chalamo, come dice Christofano Sernigi, che io non ho tenuto a mente dove io ero. Vuolmi bene ricordare, che l'ultima[766] hebbi da voi chominciava dalla novella del lione e della golpe, della quale ho ricercho un pocho tra le mie lettere, et non la trovando presto, ho pensato non ne cerchare più. Perchè, in verità, io non vi risposi alhora, perchè dubitai non intervenissi a voi e a me chome è intervenuto qualche volta a me e al Panzano, che habbiamo cominciato a giucare con carte vechie e triste, et mandato per le nuove, et quando el messo è tornato con esse, a l'un di noi dua sono manchati danari. Chosì noi parlavammo di comporre e' principi, e loro del continuo giucavano: in modo che dubitai che mentre consumavammo le lettere nel comporli, a qualcuno di loro non manchassino e' danari. E poi che fermammo lo scrivere, s'è visto qualchoxa. E anchora che la festa non sia finita, pure pare un pocho ferma; et io credo che sia bene, insino ch'ella non si strigne, non ne parlare.
E per questa lettera ho facto pensiero scrivervi qual sia la vita mia in Roma. Et mi par conveniente farvi noto, la prima choxa, dove habito, perchè mi sono tramutato, nè sono più vicino a tante cortigiane, quanto ero questa state. La stanza mia si chiama San Michele in Borgo, che è molto vicina al Palazo e alla Piaza di San Pietro; ma è in luogo un pocho solitario, perchè è inverso il Monte chiamato dalli antiqui el Ianicolo. La casa è assai buona e ha molte habitationi, ma pichole; et è volta al vento oltramontano, in modo ci è una aria perfecta. Della chasa s'entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito. È vero che la chiesa più presto s'adopera a passeggiare che altro, perchè non vi si dice mai messa nè altro divino uficio, se non una volta in tutto l'anno. Della chiesa s'entra in un orto, che soleva essere pulito et bello, ma hora in gran parte è guasto: pur si va del continuo rassettando. Dell'orto si sagle in sul monte Ianicolo, dove si può andare per viottoli e vigne a solazo, sanza esser veduto da nessuno; e in questo luogo, secondo li antiqui, erano li orti di Nerone, di che si vedono le vestigie. In questa chasa sto con nove servidori, e oltre a questi, il Brancaccio, un cappellano e uno scriptore, e sette chavalli, e spendo tutto il salario ho largamente. Nel principio ci venni, cominciai a volere vivere lauto e delicato, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti e simil choxe. Acorsimi poi che spendevo troppo, et non ero di meglo niente: in modo che feci pensiero non invitare nessuno, et vivere a un buono ordinario. Li argenti restitui' a chi me li haveva prestati, sì per non li havere a guardare, sì anchora perchè spesso mi richiedevono parlassi a N. S. per qualche loro bixogno. Facevolo, et non erono serviti: in modo diterminai di scaricarmi di questa faccenda, et non dare molestia nè charicho a nessuno, perchè non havessi a essere dato a me.
La mattina, in questo tempo, mi lievo a 16 hore, e vestito vo infino a Palazo, non però ogni mattina, ma delle due o tre una. Quivi, qualche volta, parlo venti parole al Papa, dieci al cardinale de' Medici, 6 al magnifico Iuliano; et se non posso parlare a lui, parlo a Piero Ardinghelli, poi a qualche imbasciatore che si truova per quelle camere; e intendo qualchoxetta, pure di poco momento. Facto questo, me ne torno a casa: excepto che, qualche volta, desino col cardinale de' Medici. Tornato, mangio con li mia, e qualche volta un forestiero o dua che vengono da loro, chome dire ser Sano o quel ser Tommaxo che era Trento, Giovanni Rucellai o Giovan Girolami. Dopo mangiare giucherei se havessi chon chi; ma non havendo, passeggio pella chiesa e per l'orto. Poi chavalcho un pochetto fuori di Roma, quando sono belli tempi. A nocte torno in casa; et ho ordinato d'havere historie assai, maxime de' Romani, chome dire Livio chon lo epitome di Lucio Floro, Salustio, Plutarcho, Appiano Alexandrino, Cornelio Tacito, Svetonio, Lampridio et Spartiano, et quelli altri che scrivono delli imperatori, Herodiano, Ammiano Marcellino et Procopio: et con essi mi passo tempo; et considero che imperatori ha sopportato questa misera Roma che già fece tremare il mondo, et che non è suta maravigla habbi anchora tollerati dua pontefici della qualità sono suti e' passati. Scrivo de' 4 dì una volta, una lettera a' signori X, e dico qualche novella stracha et che non rilieva, che altro non ho che scrivere, per le cause che per voi medesimo intendete. Poi me ne vo a dormire, quando ho cenato e decto qualche novelletta chol Brancaccio e chon messer Giovambatista Nasi, el quale si sta meco spesso. Il dì delle feste odo la messa, e non fo chome voi che qualche volta la lasciate indrieto. Se voi mi domandassi, se ho nessuna cortigiana, vi dico che da principio ci venni, n'hebbi chome vi scrissi; poi, impaurito dell'aria della state, mi sono ritenuto. Nondimeno, n'havevo aveza una in modo che spesso ci viene per sè medesima, la quale è assai ragionevole di belleza et nel parlare piacevole. Ho anchora in questo luogo, benchè sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe; e benchè sia di nobil parentado, fa qualche faccenda.
Nicolò mio, a questa vita v'invito; e se ci verrete mi farete piacere, e poi ce ne torneremo chostà insieme. Qui voi non harete altra faccenda che andar vedendo, e poi tornarvi a chasa, a moteggiare e ridere. Nè voglo crediate che io viva da imbasciadore, perchè io volli sempre esser libero. Vesto quando lungo e quando corto, chavalcho solo, cho' famigli a piè, et quando chon essi a chavallo. A casa cardinali non vo mai, perchè non ho a visitare se non Medici, e qualche volta Bibbiena, quando è sano. Et dica ognuno quello che vuole; e se io non li satisfo, rivochinmi; chè in conclusione io me ne voglo tornare a capo uno anno, et esser stato in chapitale, venduto le veste et chavalli: et del mio non ci vorrei metter, se io potessi. E voglo mi crediate una cosa, che la dico sanza adulatione. Anchor che qui mi sia travaglato pocho, nondimeno il chonchorso è sì grande che non si può fare non si pratichi assai. Huomini in effecto a me ne satisfanno pochi, nè ho trovato huomo di miglore iudicio di voi. Sed fatis trahimur: chè quando parlo in lungo a certi, quando leggo le lor lettere, sto da me medesimo admirato, sieno venuti in grado alchuno, che non sono se non cerimonie, bugie et favole, et pochi ne sono che eschino fuori dell'ordinario. Bernardo da Bibbiena, hora cardinale, in verità ha gentile ingegno, et è huomo faceto e discreto, et ha durato a' suoi dì gran faticha; nondimeno, hora è malato; è stato chosì tre mesi, nè so se sarà più quel soleva. Et così spesso ci afatichiamo per posarci, e non riesce. E però stiamo allegri e segua che vuole. E ricordatevi che io sono al piacere vostro, et che mi rachomando a voi, a Filippo e Giovanni Machiavelli, a Donato, a messer Ciaio. Non altro. Christo vi guardi.
Franciscus Victorius orator,
die 23 novembris 1513, Rome.
Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo
Machiavelli, in Firenze.
2[767] A' dì 24 dicembre 1513
Compar mio caro. Se io non ho risposto presto a una vostra de' X, e forse non rispondo hora choxì a proposito, ne sono causa il Chasavechia et il Branchaccio, che ogni dì mi perturbano la mente, in ricordarmi la degnità della Città e quello si convenga a l'uficio mio.