Due sono i lavori che iniziarono la discussione, e vennero alla luce in Venezia l'anno 1875. Avevano per titolo l'uno: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci; l'altro: Sulla vita di Castruccio Castracani, scritta da Niccolò Machiavelli. Ricerche. Nel primo di essi il professor Triantafillis dimostrava tre cose:

1º Che il dialogo Dell'ira e dei modi di curarla, attribuita al Machiavelli, era una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi;

2º Che la brevissima lettera dedicatoria del Principe ha molta somiglianza coi pochi versi, che son come il proemio del Discorso del principato, da Isocrate indirizzato a Nicocle;

3º Che un brano abbastanza lungo e molto importante, perchè discorre delle varie forme di governo, nel secondo capitolo dei Discorsi sulla prima Deca, è quasi tradotto da un Frammento del sesto libro di Polibio.

Lasciando per ora da parte la seconda di queste affermazioni, perchè il professor Triantafillis tornò più tardi, come vedremo, sulle imitazioni da Isocrate, restano la prima e la terza, che meritano di essere ben ponderate. E ciò perchè l'autore vi aggiunge ancora questo ragionamento, che parrebbe molto chiaro e stringente: Secondo il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, l'opuscolo di Plutarco fu tradotto la prima volta nel 1526, i Frammenti del sesto libro di Polibio, nel 1557. Ora il Machiavelli che morì nel 1527, aveva scritto assai prima i suoi lavori; dunque dovette leggere Plutarco e Polibio nell'originale, e così resta finalmente provato che egli conobbe il greco.

Se non che gli fu osservato dal prof. E. Piccolomini, che il ragionamento non era poi così chiaro e stringente come pareva; anzi non reggeva addirittura. Il Lessico dell'Hoffmann cita solo le traduzioni stampate, e l'anno in cui esse vennero alla luce. Or le traduzioni di autori greci, fatte in Italia nel secolo XV e nei primi del XVI, che restano ancora inedite nelle nostre biblioteche, sono infinite, ed il Machiavelli poteva, come fecero tanti altri, leggerle e valersene, senza perciò conoscere il greco. Venendo poi al caso speciale, è assai contrastato se il dialogo Dell'ira sia veramente del Machiavelli, anzi i più lo negano. L'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, era inoltre già assai prima del Machiavelli stato tradotto. Una versione inedita e latina, corretta e raffazzonata da Coluccio Salutati, a cui venne da alcuni senz'altro attribuita, trovasi nella Laurenziana, e di essa, com'è naturale, l'Hoffmann non parlò, nè doveva parlare.

Quanto al brano dei Discorsi, è certo del Machiavelli, ed è imitato, quasi tradotto, da Polibio. Esso è molto importante, ed il fatto quindi abbastanza notevole. Ci duole però di dover qui dire al prof. Triantafillis, che la cosa era stata, assai prima che da lui, osservata già da altri. Nella Bibliotheca Graeca del Fabricio (Amburgo 1718-28), vol. II, p. 757, nota b, trovansi infatti queste parole: Hanc Polybii elegantissimam dissertationem expressisse videri potest Machiavellus, lib. I, diss. in Decadem primam Livii, cap. 2. Il prof. Piccolomini notò inoltre che i Frammenti del sesto libro di Polibio erano di certo stati tradotti nella prima metà del secolo XVI: quello sulla milizia romana da Giovanni Lascaris; l'altro sulle forme dei governi (lo stesso che il Machiavelli aveva imitato) da Francesco Zefi, la cui traduzione latina trovasi nella Laurenziana.[791] Nè si può negare la possibilità che altre traduzioni inedite e più antiche si trovino nelle nostre biblioteche, o che, perdute oggi, esistessero al tempo del Machiavelli.

Il secondo opuscolo del prof. Triantafillis trattava della Vita di Castruccio Castracani, scritta dal Machiavelli. Si sapeva da tutti che questo non era un lavoro storico; molti lo avevano chiamato un romanzo, un ghiribizzo, un capriccio. Il Menagio, ricordato dal Fabricio (vol. III, pag. 352, § 64), affermò che i detti memorabili ivi ricordati eran presi dagli apoftegmi di Plutarco. Ma il prof. Triantafillis dimostrò, e per quanto sembra, fu il primo, che il Machiavelli aveva invece imitato la vita di Agatocle, narrata nei libri XIX e XX di Diodoro Siculo, pigliando non da Plutarco, ma dalla vita di Aristippo, scritta da Diogene Laerzio, i detti memorabili, che pose in bocca del Castracani. A questo però aggiungeva: i libri XIX e XX di Diodoro sono stati, secondo lo Schoell (Storia della Letteratura greca) tradotti la prima volta nel 1578; dunque il Machiavelli non potè leggerli che nell'originale greco, come anche dal greco di Diogene Laerzio dovè togliere i detti memorabili. E così si aveva, secondo lui, una nuova conferma, che il Segretario fiorentino conobbe la lingua di Omero.

Ma quanto alle Vite di Diogene Laerzio, esse furono tradotte in latino da Ambrogio Traversari, la cui versione era già stampata alla fine del secolo XV. È difficile supporre che il Machiavelli non l'avesse letta. Quanto ai libri XIX e XX di Diodoro, fu dal prof. Piccolomini osservato, che se il Bracciolini aveva tradotto solo i primi cinque libri; se un'altra versione inedita e poco nota, che è dedicata a Pio II, e trovasi nella Laurenziana (Cod. 10 del Plut. 67), non va oltre il libro XIV, nulla impediva il supporre che anche degli altri libri vi potessero essere traduzioni inedite, anteriori al Machiavelli. Infatti egli trovò più tardi, che anche dei libri XVI e XVII v'era una traduzione, già stampata a Venezia nel 1517 (Diodori Siculi scriptoris graeci libri duo [XVI e XVII] utrumque latinitati donavit Angelus Cospus Bononiensis. Venetiis, 1517). Da ciò si vedeva sempre più, come non fosse punto vero che gli altri libri non potessero essere stati tradotti: e che, in ogni modo, il volere sopra un fatto così ipotetico fondare la certezza che il Machiavelli avesse conosciuto il greco, quando si avevano affermazioni contrarie di autorevoli scrittori antichi e moderni, non era possibile. La questione, adunque, non aveva in verità dato alcun passo, e dopo gli opuscoli del prof. Triantafillis restava nelle condizioni di prima.

Tale però, come si può bene immaginare, non era la sua opinione. Infatti nelle Veglie Veneziane del 1877 egli pubblicava una lettera a me diretta, e più volte ristampata, con la quale cercava di ribattere tutte le obbiezioni che gli erano state mosse da me e dal prof. Piccolomini. Si doleva sopra tutto, che si tenesse in poco conto il Lessico bibliografico dell'Hoffmann, del quale faceva molti elogi. Ma nessuno aveva mai negato il merito di quel lavoro. La sua autorità non poteva però, nel caso nostro, essere tirata in campo, perchè fuori di luogo nella questione di cui si trattava. L'Hoffmann fece e professò di far solo una bibliografia delle traduzioni stampate; il Piccolomini parlava invece delle inedite, le quali a torto il prof. Triantafillis aveva escluse dalle sue ricerche.