Quanto alla traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, la quale da alcuni si affermava solo corretta dal Salutati, e da altri era invece a lui stesso attribuita, il professor Triantafillis diceva: «Ma può Ella accertare che sia proprio di lui, e che non sia una traduzione più recente?» Si può accertare invece che è più antica, e lo sappiamo dallo stesso Salutati, che in una epistola premessa alla traduzione, la dice di un tal Symon archiepiscopus thebanus. Il fatto era stato ricordato dal prof. Piccolomini, che nei suoi scritti è sempre preciso ed esatto oltre lo scrupolo. Egli osservò poi che il Fabricio, nella sua Bibliotheca latina med. et inf. aet. (vol. VI, pag. 187), notava che il traduttore era un tal Simon Constantinopolitanus, Iacumaeus vel Sacumaeus ab Allatio dictus..., episcopus a Clemente VI renunciatus, anno 1348. E lo stesso Fabricio aggiungeva che la versione, essendo in più luoghi oscura ed ambigua, per la inesperienza del traduttore, che era greco e non conosceva bene il latino, cultiori stylo illam refinxit Coluccius Salutatus.
Quanto al Frammento di Polibio sulle forme di governo, il prof. Triantafillis sosteneva, che nessuna traduzione poteva essere antecedente al 1587, anno in cui il Frammento stesso fu pubblicato a Basilea. E continuava: «La principale poi delle ragioni per cui non potevano esistere traduzioni di alcuni brani e libri di Polibio, di Diodoro e di altri autori, era la mancanza degli originali: dico la mancanza e non la rarità.» Veramente questo linguaggio pareva allora assai sibillino, perchè non si capiva bene come mai il Machiavelli avesse potuto imitare e tradurre da originali che mancavano. Vedremo più tardi che cosa il prof. Triantafillis volesse con ciò significare. Intanto egli affermava, che in ogni caso la traduzione dello Zefi doveva essere posteriore al 1537, perchè il Negri dice che lo Zefi fioriva nel 1540, e si sa che fu censore dell'Accademia fiorentina dal 1542 al 1544. Veramente tutti sanno che l'autorità del Negri è molto disputabile. Certo è invece che alcuni lodati versi latini dello Zefi si trovano nel Lauretum, stampato dai Giunti verso il 1516, secondo il Bandini. E questi, che è ben più autorevole del Negri, discorrendo del manoscritto della traduzione di Polibio, lo dice: «saec. XVI ineuntis,» aggiungendo che lo Zefi morì nel 1546, valde senex. Nel 1540 non poteva dunque fiorire.[792]
Circa alla traduzione di Diogene Laerzio, fatta dal Traversari e stampata nel secolo XV, il prof. Triantafillis non rispondeva nulla. Si fermava invece a disputare su Diodoro Siculo. Il prof. Piccolomini aveva scritto: «dei libri XIX e XX una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli, non mi è nota.» Ed il prof. Triantafillis diceva: «Confessa che le traduzioni non esistevano al tempo di Machiavelli, ma ciò non ostante egli preferisce di credere che il Machiavelli si valesse delle traduzioni e non degli originali!» Veramente qui ci deve scusare; ma il punto ammirativo sta proprio male. Egli fa dire al Piccolomini quel che non ha mai detto. — Dei libri XIX e XX non ho finora trovato una traduzione anteriore al Machiavelli. Non è impossibile che vi sia, o vi sia stata, ma non mi è nota. — Ciò è ben diverso dal dire: non esiste e più ancora dal dire: non esisteva al tempo del Machiavelli. Strano sarebbe poi il pretendere, che dal non essergli nota un'antica traduzione di quei due libri, egli dovesse cavarne la conclusione che il Machiavelli conosceva il greco. Se dunque i due opuscoli del prof. Triantafillis lasciavano la questione nello stato di prima, la sua risposta alle obbiezioni che gli erano state fatte, mi pare che lasciassero a queste tutta la loro forza.
Egli aveva però accennato ancora ad un'altra questione più grave assai; aveva cioè promesso di dimostrare che il Machiavelli non solo aveva imitato Isocrate nella brevissima lettera dedicatoria del Principe, come abbiamo accennato più sopra;[793] ma aveva dal medesimo autore preso nientemeno che il concetto stesso del libro del Principe. Per quanto la cosa potesse parere poco credibile e assai strana, pure destò subito molta curiosità. Nei secoli XV e XVI era stato tanto generale l'uso di copiare brani, pagine, capitoli interi da autori antichi o contemporanei, senza citarli mai, che qualche cosa di questo genere poteva forse essere avvenuta anche nel Principe. E venne finalmente alla luce l'aspettato lavoro del prof. Triantafillis: Nuovi studii su Niccolò Machiavelli. Il Principe. Venezia, 1878. In esso però la questione era subito ridotta in limiti molto modesti. Da Isocrate non erano cavati i concetti fondamentali del Principe; ma le ultime cinque pagine, la esortazione cioè a liberare l'Italia dai barbari. Queste cinque pagine erano, secondo il prof. Triantafillis, imitate dalle ultime otto del Discorso d'Isocrate a Filippo re di Macedonia.[794] — Quando tutto ciò fosse vero, sarebbe una cosa assai strana, perchè quella conclusione del Principe ha talmente l'impronta del suo tempo, si riferisce talmente a fatti contemporanei, che se fosse davvero copiata dai Greci, non ci sarebbe più da distinguere in nessun modo le epoche e gli uomini fra loro più lontani.
A me sembra, come del resto fu subito notato dal prof. Molmenti nella Nuova Antologia, che chi legge quelle due conclusioni non può in modo alcuno creder l'una copiata e neppure imitata dall'altra. Nell'una Isocrate persuade Filippo, che aveva già compiuto grandi imprese, a mettere la concordia tra i Greci, per assalire poi e domare i paesi barbari dell'Asia. Nell'altra il Machiavelli vuol persuadere Lorenzo dei Medici a liberare colle armi l'Italia dai barbari. Certo nella situazione generale v'è qualche analogia; ma, salvo ciò, chi legge quei due brani molto diversi per idee, per stile ed anche per lunghezza, poco altro può trovarvi di comune. Isocrate parla minutamente degli Argivi, dei Tebani, dei Lacedemoni, dei Macedoni, e consiglia la conquista dei paesi barbari; il Machiavelli parla delle condizioni generali d'Italia, e consiglia la liberazione della patria. Più volte si son fatti paragoni fra la storia dell'Italia e quella della Grecia; e se vi sono alcune vaghe somiglianze fra i due discorsi, ciò può dipendere dalla natura stessa del soggetto. Io non credo che si possa rigorosamente provare, che in quel luogo del Machiavelli siano vere e proprie imitazioni da Isocrate, quantunque non si possa escludere la possibilità di qualche reminiscenza, la quale io sono anzi disposto ad ammettere.[795] Ma a confutare quello che dice il prof. Triantafillis, basta rimandare i lettori al suo libro stesso, dove i due brani sono con molta sincerità messi l'uno dopo l'altro. Chi non si persuadesse da sè, leggendoli, non potrebbe esser persuaso neppure da un lungo ragionamento. E chi poi volesse veder la grandissima distanza che corre fra le idee d'Isocrate e quelle esposte nel Principe, non dovrebbe fare altro che leggere qualche altra pagina del Discorso del Principato d'Isocrate a Nicocle, così ben tradotto dal Leopardi.
Ma il prof. Triantafillis prosegue dicendo che, dopo aver provato che il Machiavelli, «nella parte rettorica del suo lavoro, seguì le tracce d'Isocrate,» proverà che «nella parte politica si valse degli scritti di Aristotele, di Polibio, di Diodoro Siculo e di Plutarco» (pag. 50). Ora, che il Machiavelli si sia valso di Aristotele e di altri autori greci e latini è evidente, è notissimo, egli stesso lo dice più volte. Ma i brani che il prof. Triantafillis cita a conferma di ciò, sono così pochi e di così poca importanza, che se altro non vi fosse, si potrebbe dire provata piuttosto l'assoluta indipendenza del libro del Principe dall'antichità. Il Triantafillis si affatica, per esempio, a dimostrare che il Machiavelli quando, nel secondo capitolo del Principe, dice che non parlerà in esso delle repubbliche, avendone già parlato altrove, non può alludere ai Discorsi, perchè questi furono scritti dopo, e perchè fra essi ed il Principe v'è contradizione, avendo in quelli imitato Polibio, in questo Aristotele, ecc., ecc. A tutto ciò si potrebbe rispondere, e si potrebbe anche provare, che queste presunte contradizioni sono immaginarie. Ma, ammesso pure tutto quello che egli vuole, che cosa finalmente ne risulta? Ne risulta, secondo lui, che quando il Machiavelli diceva: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo,» copiava un tale concetto da Aristotele. Questa, infatti, è la sola cosa che hanno in comune i due periodi dell'uno e quelli dell'altro, che il prof. Triantafillis ristampa a pag. 57 del suo lavoro. Ma val proprio la pena d'occuparsi di ciò? Noi lasciamo da parte anche le altre poche citazioni da Aristotele, perchè troppo poco importanti, e perchè nessuno ha mai messo in dubbio che il Machiavelli avesse letto, studiato e qualche volta anche imitato Aristotele.
Qui sorge però un'altra questione. Il prof. Triantafillis aveva, come vedemmo, detto che di certi autori greci, studiati e imitati dal Machiavelli, non vi potevano allora essere traduzioni, perchè mancavano gli originali. Ora finalmente si capisce che cosa volesse con ciò significare. Egli crede d'avere scoperto, che il Machiavelli aveva conosciuto quella Raccolta del Porfirogenito, in cui erano molti brani di autori greci a noi sconosciuti, e della quale una piccola parte solamente ci è pervenuta. Non s'intende bene, se egli supponga che di questa Raccolta il Machiavelli conoscesse solo il libro Delle Virtù e dei Vizi, pervenuto sino a noi con qualche altro, come par che dica a pag. 52, o pure tutta quanta la Raccolta, come parrebbe a pag. 53. In questo caso, osserva giustamente il Piccolomini, la notizia sarebbe grandiosa davvero. Potremmo sperare di ritrovare molti e molti brani d'autori greci a noi affatto sconosciuti. Sfortunatamente però questi sogni si dileguano appena letto il libro del prof. Triantafillis, perchè in esso si trova invece quanto basta a mandare in fumo tutte le speranze che aveva prima fatte concepire.
Quali sono in vero le ragioni, le prove su cui si fonda l'asserzione, che il Machiavelli avesse conosciuto i famosi Excerpta del Porfirogenito?
1º Il Frammento del sesto libro di Polibio sui governi non era stato tradotto, perchè mancava; ma il Machiavelli lo conobbe, adunque lo lesse in greco, e lo trovò nella Raccolta del Porfirogenito (pag. 53), di cui conservava per suo uso esclusivo una copia. Così è provato ad un tempo che conobbe il greco e la Raccolta. — Ma noi abbiam visto, invece, che quel Frammento di Polibio potè esser tradotto dallo Zefi assai prima di quel che suppone il prof. Triantafillis. Ed in ogni caso, osservava il prof. Piccolomini, esso non venne a noi dalla Raccolta del Porfirogenito, ordinata per materie; ma da quella che procede, libro per libro, dal VI al XVII; fu stampata nell'edizione Hervagiana (Excerpta antiqua), e trovasi nel così detto Codice Urbinate ed in altri ancora.
2º Quel Frammento di Polibio ha nel Machiavelli un titolo speciale, che non si trova nell'originale, nè in alcuna traduzione antica: Di quante spezie sono le repubbliche e di quale fu la repubblica romana. Dunque il Machiavelli lo ha tradotto dalla Raccolta del Porfirogenito (pag. 53). — Prima di tutto il Machiavelli innestò un brano del Frammento di Polibio in un suo capitolo assai più lungo, ed a quel capitolo, come a tutti gli altri, pose un titolo che non era costretto a copiare da nessuno. La Raccolta del Porfirogenito poi, notò il Piccolomini, era divisa per materie, e non aveva un titolo speciale a ciascun estratto, ma un titolo generale a tutti gli estratti raccolti da un libro. Delle ambascerie è il titolo d'un libro, Delle Virtù e dei Vizi è il titolo d'un altro. I titoli in alcune edizioni premessi a Frammenti di Polibio son cavati da codici contenenti l'altra Raccolta, e spesso anche vennero raffazzonati da scrittori più moderni. Lo Schweighäuser, per esempio, si valse molto degli Excerpta antiqua, che procedono, libro per libro, senza seguire un ordine per materie, come la Raccolta del Porfirogenito.