L'Arte della Guerra.

Noi abbiamo già ricordato che il Machiavelli scrisse in questi anni a Firenze i sette libri dell'Arte della Guerra. Dedicati a Lorenzo di Filippo Strozzi, che lo aveva presentato in casa Medici, essi sono dialoghi, che si suppongono tenuti negli Orti Oricellari fra Cosimo Rucellai, Fabrizio Colonna, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e Luigi Alamanni, nel 1516, quando il Colonna, finita la guerra di Lombardia, era tornato a Firenze. È chiaro però che quest'opera fu scritta alcuni anni dopo, giacchè sin dalle prime pagine l'autore parla della morte di Cosimo Rucellai, che non avvenne prima del 1519.[115] Il libro si può credere già finito nel 1520. In fatti il 17 novembre di questo anno Filippo dei Nerli, scrivendo al Machiavelli, gli diceva di non aver ricevuto ancora nè la Vita di Castruccio nè l'opera De re militari, e del non aver quest'ultima specialmente si doleva, perchè anche il cardinal de' Medici la voleva leggere.[116] L'Arte della Guerra, in ogni modo, era già stampata in Firenze, il 16 agosto 1521.[117]

Come il Principe svolge più ampiamente alcune idee già accennate nei Discorsi, così l'Arte della Guerra espone a lungo ciò che in essi è brevemente detto sul modo di formare gli eserciti, e condurli dinanzi al nemico. Le tre opere in vero, dominate da uno stesso concetto, si potrebbero facilmente riunire in una sola. I Discorsi, che contengono in germe le altre due, e però tutto il sistema politico dell'autore, ragionano principalmente del come render libero lo Stato; il Principe, del come si fonda una monarchia nuova ed assoluta, per potere poi con essa rendere unita e indipendente la patria; l'Arte della Guerra espone come si debba armare il popolo, per difendere non solo la libertà, ma anche l'indipendenza di uno Stato, sia esso repubblica o monarchia. Ed in tutto ciò il Machiavelli, pur discorrendo assai spesso teoricamente ed in termini generali, mira sempre in particolare all'Italia. Laonde questi suoi scritti hanno nello stesso tempo un valore non solo scientifico, ma anche storico e pratico, il che, se ne aumenta il valore, rende sempre più difficile il giudicarli. A fare poi un esame accurato ed una vera critica dell'Arte della Guerra, s'incontrano altre e maggiori difficoltà. Agli uomini pratici delle armi facilmente sfugge il carattere storico d'un libro, che, messo fuori de' suoi tempi, riesce affatto incomprensibile, ed ai profani non è possibile determinar con precisione il valore intrinseco e tecnico, che esso ha certamente. Nè giova a diminuire tali difficoltà il non essere neppure il Machiavelli stato mai, a parlar propriamente, un uomo del mestiere. Ciò in fatti non agevola punto il giudicare che reale importanza abbiano davvero le sue teorie militari, in quali errori sia egli caduto, e quali di questi errori derivino dalla sua inesperienza, quali invece da' suoi tempi. Quando egli scriveva, le armi da fuoco non avevano ancora prodotto quella rivoluzione negli eserciti, che li modificò poi sostanzialmente, creando la tattica moderna. Anzi una scienza della tattica non era allora neppur cominciata. Il Machiavelli fu di certo colui che osò primo iniziarla, e lo fece con un'audacia intellettuale non punto minore di quella con cui s'era deciso a fondare la scienza dello Stato. Fino a che punto vi riuscì? È questa la domanda a cui si deve, ed a cui è assai difficile rispondere, specialmente quando si è affatto estranei a tali studî. Cercheremo quindi valerci degli autori più competenti, dei consigli e suggerimenti di persone del mestiere, alle quali molto spesso dovemmo ricorrere per avere aiuto in questo capitolo.[118] Fortunatamente però vi sono nel libro del Machiavelli alcune idee fondamentali e generali d'un grandissimo valore politico-militare, che si possono esporre e giudicare da ognuno. E di queste ci occuperemo prima di procedere ad un esame più speciale e minuto dell'opera.

L'arte della guerra, come del resto tutta la società in Europa, era allora in una grande e rapida trasformazione. Gli uomini d'arme, coperti di ferro da capo a piedi, cavaliere e cavallo, avevano con le loro lunghissime lance cominciato nel Medio Evo ad abbattere i fanti, che perciò finirono col cadere in discredito, e così il nerbo degli eserciti fu la cavalleria pesante. Di questa vennero principalmente composte le Compagnie di ventura, che in Italia prevalsero, riducendo quasi a nulla le milizie degli antichi Comuni, formate da artigiani, i quali militavano a piedi, e assai difficilmente potevano trovare il tempo e i denari per educarsi ai più lunghi e difficili esercizî della cavalleria. Nel secolo XV però le fanterie degli Svizzeri scesero dai loro monti a difesa della propria libertà. Coperti d'una semplice corazza, riuniti in grossi e serrati battaglioni, con lunghissime picche, che poggiavano a terra, e puntavano contro gli uomini d'arme, essi combatterono con grandissimo valore contro l'Austria e contro i duchi di Borgogna, dimostrando come i fanti potevano resistere non solo, ma vincere anco la più forte cavalleria. Con ciò conquistarono nello stesso tempo la loro indipendenza e la reputazione d'essere i primi soldati del mondo. Cominciarono quindi a servir come soldati di ventura presso gli stranieri, e furono subito da tutti ricercati in modo, che pareva non si potesse più vincere una battaglia, senza avere in aiuto un buon numero di Svizzeri. Vennero imitati prima dai lanzichenecchi tedeschi, poi dagli Spagnuoli, e sempre con fortuna. Così a poco a poco la forza principale degli eserciti si fondò sulla fanteria, e non più sulla cavalleria; s'andò abbassando la temuta potenza delle antiche Compagnie di ventura, che per molte altre ragioni dovevano col tempo scomparire; e neppure i tanto celebrati uomini d'arme francesi furono più giudicati invincibili dai fanti.

Di tutto questo il Machiavelli cominciò ad avvedersi sin dalla prima esperienza che ebbe di cose militari al campo di Pisa, e sempre più se ne convinse nei viaggi da lui fatti più tardi nella Svizzera e nel Tirolo. E su di ciò si pose lungamente a meditare. L'idea fondamentale della sua Arte della Guerra è in fatti, che la vera milizia è il popolo armato; che in ogni tempo il nerbo degli eserciti sta nella fanteria, e quindi che all'ordinamento ed alla disciplina di questa bisogna sopra tutto provvedere. Nei paesi, egli dice, dove, come in alcune regioni dell'Asia, sono immense pianure e popolazioni nomadi, può darsi che la cavalleria debba nella guerra avere una parte predominante; ma in Europa essa vale solo a fare scorrerie, a riconoscere il paese, a venire alcuna volta in aiuto dei fanti, ad inseguire il nemico vinto, non però mai a decidere la battaglia. E lo dice e ripete con tanta precisione, con tanta sicurezza, che autorevoli scrittori militari affermano trovarsi in queste sue parole addirittura il linguaggio di un tattico moderno.[119]

Partendo da tale concetto, il Machiavelli veniva dalla sua ammirazione pei Romani naturalmente condotto a studiare in Tito Livio, in Polibio, sopra tutto in Vegezio l'ordine, la formazione, la disciplina della loro fanteria, e si persuase subito che la legione romana era un modello, non solo da imitarsi, ma assai difficilmente superabile. Nè in ciò s'ingannava. Anche dopo di lui essa fu, per più secoli, oggetto di studio e di ammirazione da parte dei grandi riformatori di eserciti. Se in fatti lasciamo per poco da un lato le profonde modificazioni portate nella tattica moderna dalle armi da fuoco, la legione romana resta anch'oggi un modello non mai superato, e dal quale si può tuttavia apprendere molto. A tali studî unendo l'esperienza avuta dei fanti svizzeri, le osservazioni ripetute ne' suoi viaggi sui fanti tedeschi, e quello che aveva negli ultimi anni sentito degli Spagnuoli, il Machiavelli si pose a meditare sulla riforma della fanteria, e arrivò così alla sua Ordinanza, che andò nella propria mente sempre più perfezionando. E questo concetto della nuova fanteria si univa all'altro di maggiore importanza, dal quale derivava, e che gli era suggerito anch'esso dall'esempio dei Romani, degli Svizzeri, dei Tirolesi, il concetto che è fine principale del suo libro, e fu uno degli scopi più costanti di tutta la sua vita: la vera forza militare dello Stato moderno, l'esercito veramente nazionale, invincibile è il popolo armato. Tale idea, non senza ragione fu da alcuni chiamata profetica, perchè, sebbene a lui suggerita dai Romani, trionfò nuovamente solo ai nostri giorni col sistema prussiano del servizio militare obbligatorio, più o meno imitato ora in quasi tutta Europa.[120] Il pensiero politico ed il pensiero militare del Machiavelli si riuniscono così in uno solo nell'Arte della Guerra, e se la originalità del primo apparisce luminosa a tutti, anche le riforme tecniche da lui proposte per migliorare la fanteria de' suoi tempi, riscossero più volte l'approvazione e l'ammirazione dei tattici moderni.

Noi abbiamo già detto, che il Machiavelli non era uomo del mestiere, e questo apertamente riconosce egli stesso sin dal principio della sua opera. Ciò rende di certo maggiore il merito delle verità da lui divinate, e dimostra sempre più l'altezza del suo ingegno; ma lo fa anche cadere qualche volta in errori. E sopra uno di questi errori dobbiamo ora fermare la nostra attenzione, perchè esso ha conseguenze che determinano in parte il carattere generale dell'opera. Il Machiavelli aveva assai poca fede nelle armi da fuoco. Già nei Discorsi aveva detto, che se le artiglierie possono molto contro le mura di una fortezza, e contro un esercito che si difenda in luogo chiuso, assai poco valgono in campo aperto, contro chi muova all'offesa, nella quale, ben più che nella difesa, sta la vera importanza della guerra, come dimostrarono col loro esempio i Romani.[121] Nè egli mutò punto questa sua opinione nell'Arte della Guerra, dove, sebbene faccia osservazioni di gran valore anche sul modo di assediare e difendere le fortezze con le artiglierie, arriva qualche volta sino a dire che, in campo aperto, i cannoni fanno poco altro che fumo. E quanto alle armi portatili da fuoco, ne faceva così poco conto, che più d'una volta si vede chiaro come egli sarebbe stato disposto ad abolirle del tutto, se non avesse temuto di andar troppo contro a quelli che gli sembravano pregiudizî del suo tempo. Bisogna però determinare bene la natura e le cagioni di questo che chiamiamo errore del Machiavelli, se non vogliamo noi stessi cadere in esagerazioni ingiuste a suo danno. Le armi portatili da fuoco erano allora davvero così imperfette, così difficili ad adoperarsi con qualche celerità e profitto, che in nessun modo potevano ancora sostituire vantaggiosamente l'arco e la balestra. In fatti non solamente in tutte le battaglie del secolo si continua a parlar sempre di arcieri e balestrieri; ma a più d'un secolo di distanza, il Montecuccoli proponeva ancora una fanteria armata per due terzi di moschetti, ed il resto di picche, le quali scomparvero davvero solo nel secolo XVIII con l'invenzione della baionetta.[122] Del resto quanto si sia nella guerra lenti ad accettare grandi mutamenti, anche se dimostrati utilissimi, lo abbiamo visto a' nostri giorni col fucile ad ago. L'esercito prussiano, che lo aveva adottato già sin dal 1840, potè farne la più sicura esperienza nella guerra di Danimarca, l'anno 1864, e, ciò nonostante, l'Austria continuava a fare studî, nè lo aveva ancora nella guerra del 1866. Solo il grande disastro di Sadowa lo fece finalmente adottare da essa e da tutti gli eserciti d'Europa. Quali difficoltà non doveva dunque incontrare la diffusione delle prime armi portatili da fuoco, le quali erano così imperfette, che sembravano venir solo a sconvolgere tutte le migliori tradizioni della guerra, tutta quanta la tattica militare degli eserciti allora più reputati? Ma per le artiglierie la cosa era assai diversa, e però queste osservazioni non valgono a difendere del tutto il Machiavelli. A Ravenna (1512) i cannoni assai celebrati di Alfonso d'Este avevano fatto molto danno al nemico; a Novara (1513) gli Svizzeri avevano perduto gran numero dei loro, stracciati dalle artiglierie, secondo l'espressione del Giovio; a Marignano (1515) l'artiglieria francese ebbe una parte decisiva nella battaglia, e fece soffrire perdite enormi alle fitte ordinanze degli Svizzeri. Anzi da questo momento appunto le loro fanterie cominciarono a perdere la reputazione d'invincibili.[123] Ora il Machiavelli scrisse la sua Arte della Guerra dopo la battaglia di Marignano, dove per giunta anche gli scoppiettieri poterono la prima volta dimostrare l'utilità della loro arme, la qual cosa più tardi riuscì assai meglio a Pavia (1525).

La causa vera del troppo poco conto che il Machiavelli faceva delle armi da fuoco, bisogna ricercarla nell'assai ristretta esperienza militare da lui avuta solo nel campo di Pisa, e nel formare poi l'Ordinanza fiorentina. Aveva potuto, è vero, esaminare le fanterie svizzere e tedesche; ma anche ciò assai fugacemente, e sempre alcuni anni prima del 1512. Nei giorni della battaglia di Ravenna, egli era tutto intento ad apparecchiare la difesa di Prato e di Firenze; quelle di Novara e di Marignano seguirono quando egli era già fuori degli affari, ritirato nella sua villa, dove solo da lontano e per relazioni d'uomini politici o d'uomini di lettere potè esserne informato. La conseguenza fu, che egli conobbe da vicino e personalmente le fanterie e le armi quali erano prima del 1512; cercò il modo di perfezionarle, tenendo presenti le condizioni in cui le aveva viste allora, e meditando sull'arte della guerra presso i Romani. Se fosse stato davvero un uomo di guerra, avrebbe di certo avuto maggiori occasioni di meglio conoscere le grandi battaglie seguite al suo tempo, e quindi anche un più chiaro e sicuro presentimento dell'avvenire serbato alle armi da fuoco. La lancia, la picca, la spada e l'arco non sono nella loro semplicità capaci di grandi perfezionamenti, tanto che restano presso i moderni poco diversi da quel che erano presso gli antichi; ma le armi da fuoco, infinitamente più complicate, furono appunto perciò capaci di grandissimi miglioramenti, dei quali si poteva prevedere l'importanza, ma non certo determinare l'estensione. Meno che mai era al Machiavelli possibile determinarla, e però il valore delle sue teorie militari bisogna giudicarlo, tenendo conto delle condizioni in cui esse furono meditate ed esposte.

Egli fu, in ogni modo, il primo che cercò di dare una teoria ragionata e scientifica di ciò che la tattica era nelle guerre del suo tempo, e dei miglioramenti che in essa si potevano portare. Le sue proposte risguardano quella che si può chiamare la parte fondamentale e costante dell'arte militare; hanno perciò un valore incontrastabile e permanente, meraviglioso davvero in un uomo che non fu mai soldato.[124] Se le armi da fuoco non avessero fatto grandissimi progressi, tutto mutando o modificando, anche quelle parti del libro che oggi hanno solo un valore storico, ne avrebbero uno pratico, non meno notevole, perchè egli indicò con sicurezza l'unica via per cui era possibile progredire, fino a che non intervenne un elemento così disturbatore della tattica antica. Pur tale quale è, il suo libro basta a provare, secondo la opinione dei più esperti, che il fondatore della scienza politica è anche «il primo classico moderno di cose militari.»[125]

Nella lettera dedicatoria a Lorenzo Strozzi, uno de' suoi amici e protettori, il Machiavelli espone subito assai chiaro il concetto politico dominante, lo scopo principalissimo del suo libro. «È stato un errore funestissimo,» egli dice, «l'avere in Italia separato la vita civile dalla militare, facendo di questa un mestiere, come è seguìto colle Compagnie di ventura. Il soldato diviene così violento, minaccioso, corrotto, nemico d'ogni vivere civile. Bisogna perciò tornare agli ordini antichi dei Romani, i quali non conoscevano differenza alcuna tra cittadino e soldato; questo anzi doveva più degli altri essere fedele, pacifico, pieno del timore di Dio. In quale uomo, in fatti, dobbiamo ricercare più fede, più onestà e virtù, che in colui il quale deve esser sempre pronto a morire per la patria? Esso è più degli altri offeso dalla guerra, e trovandosi in continui pericoli, ha quindi maggior bisogno dell'aiuto di Dio. Volendo adunque provarmi a restaurare fra noi l'antica virtù, il che io non giudico impossibile, e per non passare questi miei oziosi tempi senza operare alcuna cosa, ho deliberato di scrivere dell'arte della guerra quello che io ne intendo. So bene che è assai animoso trattare di quella materia di cui non si è fatto professione; pure gli scrittori non possono con le parole recar danni gravi come son quelli che spesso recano coi fatti i capitani inesperti.»[126]