L'opera incomincia con un elogio di Cosimo Rucellai, morto di recente in assai giovane età, pel quale il Machiavelli dimostra una riconoscenza sincera, un affetto caldissimo, profondo. Con una commozione in lui rara, dice di non poterne ricordare il nome senza lacrime, perchè egli ebbe tutte le qualità che in un buon amico dagli amici, in un cittadino dalla patria si possono desiderare. «Io non so qual cosa si fosse tanto sua (non eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli amici volentieri da lui non fosse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse conosciuto il bene della sua patria.» E dopo di ciò ha subito principio il dialogo. Fabrizio Colonna, ben noto capitano, arrivato allora dalla guerra di Lombardia, è invitato da Cosimo fra gli amici degli Orti Oricellari, ed appena giunto, entra a ragionar della guerra. Nel primo dei sette libri, nei quali l'opera è divisa, si discorre principalmente di che sorta d'uomini debba essere composto un esercito. Pieno d'una grandissima ammirazione per la milizia romana, il Colonna, che in sostanza qui rappresenta il Machiavelli, di cui espone le dottrine, osserva che tutti volevano allora imitar degli antichi le cose esteriori, quando invece bisognava cercar d'imitarne la sostanza, cioè i costumi e l'anima. Noi dovremmo, egli dice, come essi facevano, «onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà; stimare i modi e gli ordini della disciplina militare; costringere i cittadini ad amare l'uno l'altro, a vivere senza sètte, a stimare meno il privato che il pubblico.... I quali modi non sono difficili a persuadere, quando vi si pensa assai, ed entrasi per i debiti mezzi, perchè in essi appare tanto la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace.»[127]
Ma tutto questo non si potrà mai ritrovare in coloro che fanno della guerra un mestiere, come i soldati di ventura. Essi debbono di necessità essere violenti, rapaci, fraudolenti, e desiderare sempre guerra, o commettere nella pace violenze e ruberie per vivere. «Non avete voi tutti alla memoria le taglie, i saccheggi, le ruberie commesse dalle Compagnie di ventura, senza che vi si potesse porre alcun rimedio? Al tempo dei padri nostri Francesco Sforza non solo ingannò i Milanesi, di cui era soldato, ma tolse ad essi la libertà e divenne loro principe; Attendolo suo padre costrinse la regina Giovanna, che lo aveva stipendiato, a gettarsi nelle braccia del re d'Aragona, avendola a un tratto abbandonata; Braccio di Montone, con le medesime arti, si sarebbe addirittura impadronito del Reame, se non trovava la morte in Aquila. E tutto questo perchè della guerra avevano fatto un mestiere, e solo con essa potevano vivere. Fino a che la repubblica romana visse immacolata, i suoi capitani furono contenti di trionfare per la patria, e tornarsene poi alla vita privata. Dopo la guerra cartaginese mutarono i tempi; sorsero uomini che facevano il soldato per mestiere, e si cadde subito nei medesimi pericoli in cui siamo caduti noi, come ne sono esempio Cesare e Pompeo. Per questa ragione nessuno Stato bene ordinato ammise mai che i suoi cittadini esercitassero la guerra per mestiere. Nè si alleghi in contrario alcuno dei presenti regni, perchè non sono mai condotti secondo le buone regole. Ma gli Stati bene ordinati danno ai loro re imperio assoluto sugli eserciti solo in campo e durante la guerra, perchè solo allora è necessaria una subita deliberazione, e quindi una potestà unica. Nelle altre cose il re nulla deve operare senza consiglio, e si deve con ogni cura evitare che in tempo di pace egli abbia appresso di sè alcuno di coloro che vogliono sempre la guerra, e non sanno nè possono vivere senza di essa.[128] Ma lasciando anche da parte gli Stati bene ordinati, neppure ai presenti re può convenire l'aver soldati di mestiere, massime ora che il nervo degli eserciti sta tutto nelle fanterie. Se non si ordinano in modo le cose, che in tempo di pace i fanti sieno contenti di tornarsene a casa a vivere delle loro arti, conviene che di necessità per una via o per l'altra lo Stato rovini. Tu sei forzato o a far sempre guerra, o a pagar sempre i tuoi soldati, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno. Far sempre guerra non è possibile, pagarli sempre non si può; ecco come di necessità si corre alla rovina.»[129] Al tempo del Machiavelli, veniva, per questo rispetto, dalla fanteria un pericolo maggiore assai che dalla cavalleria. Gli uomini d'arme in fatti erano generalmente dell'aristocrazia, e potevano quindi, massime in Francia ed in Germania, vivere delle loro entrate. La fanteria invece veniva formata di popolani e di contadini, i quali, se non tornavano alle arti della pace, avevano bisogno di guerra o di paga continua.
Dopo di ciò si viene a discorrere del come fare la scelta dei soldati, quella cioè che noi chiamiamo leva militare, e che il Machiavelli chiama deletto. «Vogliono coloro che alla guerra hanno dato regola,» così dice il Colonna, alludendo al libro di Vegezio, in parte imitandolo, in parte traducendolo, «che bisogna scegliere gli uomini dai paesi temperati, perchè essi li generano animosi e prudenti, quando invece i paesi caldi li generano prudenti e timidi, e i paesi freddi li generano animosi ed imprudenti.[130] Ma questa sarebbe una regola buona solamente per chi fosse padrone del mondo, e avesse libera la scelta. Volendo invece dare una regola utile a tutti, bisogna trovar modo di scegliere i soldati in ogni provincia, formandoli poi, come facevano gli antichi, con la disciplina, che val più della natura.[131] Dallo stesso Vegezio è copiata anche la descrizione delle qualità fisiche e morali che sono desiderabili nel soldato: «gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, le braccia muscolose, le dita lunghe, poco ventre, i fianchi rotondi, le gambe ed il piede asciutto, le quali parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte, che sono due cose che in un soldato si cercano sopra tutte le altre. Debbesi sopra tutto riguardare ai costumi, e che in lui sia onestà e vergogna, altrimenti si elegge un istrumento di scandalo ed un principio di corruzione, «perchè non sia alcuno che creda, che nella educazione disonesta e nell'animo brutto possa cadere alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole.»[132]
«Voi adunque,» osserva qui Cosimo Rucellai al Colonna, «volete ricostituire l'Ordinanza fiorentina, la quale da molti savî è stata biasimata come inutile, ed ha fatto all'occorrenza cattiva prova. Questi allegano i Romani, che, avendo le armi da voi raccomandate, perderono la libertà; allegano i Veneziani, che mai non vollero questa Ordinanza, ed il re di Francia, che ha disarmato i suoi sudditi per poterli meglio comandare. In conclusione essi condannano l'Ordinanza più come inutile che come pericolosa.» A tali osservazioni Fabrizio Colonna risponde, che queste opinioni si possono sostenere solo da chi non ha sicura cognizione nè vera esperienza delle cose di guerra. «È infatti,» egli dice, «dimostrato dalla storia e dalla esperienza, che tutti gli Stati si debbono fondare sulle armi proprie, e che con esse sole si possono difendere davvero; nè si può avere milizia propria se non con l'Ordinanza. Se questa una volta non fece a Firenze buona prova, bisogna correggerla, non condannarla, e ricordarsi ancora che non vi sono al mondo eserciti i quali vincano sempre. Nessun savio ordinatore di Stati dubitò mai che la patria debba essere difesa dai suoi cittadini. Se i Veneziani avessero compreso tutto ciò, avrebbero fondato un nuovo imperio nel mondo. Essi in fatti combatterono in mare colle proprie armi, e furono sempre vittoriosi; ricorsero in terra ai capitani di ventura, ai soldati di mestiere, e questo tagliò loro le gambe. I Romani, invece, assai più savî, essendosi prima esercitati a combattere solo in terra, quando ebbero sul mare nemici i Cartaginesi, educarono subito le loro genti alle battaglie navali, e vinsero del pari. Circa poi all'esempio della Francia, che non tiene i suoi abitatori esercitati alla guerra, e deve perciò ricorrere molto anche a soldati di mestiere, non v'è uomo alcuno, che non sia accecato dalla passione, il quale non veda che questa è la vera cagione che ha indebolito quel regno.»[133] In conclusione Fabrizio Colonna vuole che tutti gli uomini sani, dai diciassette ai quaranta anni, vengano esercitati alle armi in certi giorni determinati, per essere sempre pronti a difendere la patria.
Da questo primo libro dell'Arte della Guerra chiaro apparisce, che la monarchia del Machiavelli, la quale egli accetta e sostiene dove la repubblica non è possibile, circonda il re d'uomini savî, che lo consigliano, non lasciandogli mai nella pace assoluto dominio. Solo in guerra, il principe deve essere alla testa del proprio esercito, con assoluto imperio. Repubblica poi o monarchia, lo Stato deve riporre la sua forza nella nazione armata, riunita dalla disciplina, dalle leggi e dal dovere, a difesa comune. Questo è l'esercito in cui il Machiavelli ha piena fiducia, e lo vuole composto d'uomini non solamente forti, educati alle armi; ma sopra tutto virtuosi, modesti, pronti ad ogni sacrifizio pel bene pubblico.[134] Mille volte nell'Arte della Guerra egli ripete che la virtù dei cittadini è la vera forza degli eserciti, e quindi l'unica solida base degli Stati. E ciò non contradice punto a quanto egli disse nei Discorsi e nel Principe. Anche il capitano deve seguire norme di condotta che sono ben diverse da quelle imposte nella vita privata. Ma nella vita pubblica, cittadini, principi e capitani debbono sacrificare tutto allo Stato, alla salute della patria; ed in ciò anch'essi ritrovano il valore morale delle loro azioni. Crediamo noi forse che sia meno leale degli altri, meno generoso, meno devoto al proprio dovere il soldato d'onore che, senza odî o rancori personali, va con calma e fermezza alla guerra; ma che all'occorrenza inganna il nemico, per sconfiggerlo, e ne premia i disertori, che son traditori della loro patria, e paga le spie, che qualche volta compiono anch'esse un necessario e pericoloso dovere? Noi non possiamo perciò, secondo il Machiavelli, negar vera grandezza morale nè al politico, nè al capitano che, seguendo le leggi inesorabili, naturali, fatali dell'arte di Governo e dell'arte della guerra, operano solo nell'interesse della patria, da esso solo lasciandosi guidare, ad esso solo sacrificando tutto. Questo sacrifizio del privato al pubblico bene deve essere la norma costante della condotta politica e militare in uno Stato bene ordinato. E riuscirà a seguirla davvero solo chi è realmente onesto e buono, quantunque possa apparire tristo agli occhi del volgo. Non si speri però d'aver mai una patria ed un esercito forte, senza virtù vera.
Nel secondo libro si comincia a ragionare del come debbano essere armati ed esercitati gli uomini. E qui, anche più che altrove, il Machiavelli ricorre agli antichi scrittori, dei quali in tutta l'opera, più o meno, continuamente si vale, senza quasi mai citarne i nomi. Vegezio riman sempre la sua fonte principale, ed a lui allude ogni volta che accenna in genere a «coloro che scrivono delle cose di guerra.» Spessissimo si vale di Polibio e di Livio, massime quando discorre della falange greca e della legione romana, la quale è, come dicemmo, il modello che propone alla imitazione degl'italiani. Da questi due autori il Machiavelli attinge molte notizie intorno alle armi ed agli esercizi militari degli antichi, di tanto in tanto ricorrendo anche ad altri, una o due volte a Giuseppe Flavio. Se non che, assai poco curandosi che queste sue varie fonti appartengono a tempi diversissimi, li segue senza distinzione di sorta. E quindi, non ostante le osservazioni spesso acutissime che fa nel paragonare gli eserciti greci ai romani, la legione che da lui ci vien descritta, e che è il termine costante d'ogni suo paragone, non riesce storicamente esatta, avendo egli in essa riunito cose, che furono in realtà divise da non breve distanza di tempo. S'aggiunge poi che, volendo egli trovar sempre alle proprie idee sostegno nell'autorità degli antichi scrittori, si lascia qualche volta andare ad interpetrazioni, che si possono dire addirittura arbitrarie. Oltre poi ai sopra accennati autori greci e romani, dobbiamo notare che, nell'Arte della Guerra, a cominciar dalla fine del libro terzo, il Machiavelli fa un uso frequentissimo di Frontino, il quale diviene anzi la sua fonte costante ogni volta che si parla di astuzie, stratagemmi o accorgimenti militari da usarsi nel condurre le guerre.[135]
«I Romani,» così comincia il secondo libro, «coprivano di ferro il loro fante; gli davano lo scudo, la spada e un dardo, che chiamavano pilo; i Greci, e specialmente i Macedoni, lo armavano meno gravemente, più ad offesa che a difesa, con una lancia lunga dieci braccia, che chiamavano sarissa.»[136] E qui è da notare che il Machiavelli, non ostante le prove in contrario, non vuole in nessun modo ammettere che i Greci adoperassero lo scudo, perchè non sa vedere come potessero utilmente farlo insieme con la sarissa.[137] È una difficoltà notata anche da altri; ma non è perciò giustificata la sua affermazione contro l'autorità degli antichi. Determina poi mirabilmente quali sono i difetti della falange greca, e quindi la sua grande inferiorità di fronte alla legione romana. Si sforza di trovar somiglianza fra le armi, l'ordinamento degli Svizzeri e quello dei Greci, per meglio provare la superiorità della sua Ordinanza, armata quasi in tutto alla romana. «Gli Svizzeri,» egli dice, «hanno imitato, col loro battaglione, la falange greca, ponendo tutto lo sforzo nelle picche, coprendo assai poco i loro uomini. E dietro questo loro esempio i fanti hanno oggi un petto di ferro, una picca lunga nove braccia, ed una spada che è pure assai lunga. Pochi portano coperta di ferro la schiena e le braccia, nessuno il capo, e questi pochi hanno l'alabarda lunga tre braccia, il cui ferro è come una scure. Si aggiungono alcuni scoppiettieri, che fanno l'ufficio di balestrieri. Questo modo fu trovato dagli Svizzeri, quando con le picche dimostrarono che i fanti possono vincere i cavalli, salendo così in grandissima reputazione, venendo poi imitati dai Tedeschi. Ma fermati e vinti che sono i cavalli, quando si viene alla mischia stretta, la picca non giova più, e questi soldati così poco coperti sono esposti ai colpi del nemico. Si è perciò visto che gli Svizzeri, fortissimi sempre contro la cavalleria, riescono deboli contro quei fanti che sono armati in modo da poter combattere anche da presso. I Romani in fatti coprivano di ferro il soldato, gli davano lo scudo per difesa, e la spada per offesa, venendo subito alla pugna stretta. Gli Spagnuoli son ben armati, tanto da poter vincere i Tedeschi, quando si combatte corpo a corpo; ma non reggono poi contro la cavalleria moderna, che è più forte dell'antica, perchè meglio coperta di ferro, ed ha gli arcioni alle selle, e le staffe che allora non usavano. Quando il Carmagnola si trovò con seimila cavalli e pochi fanti contro diciottomila Svizzeri, fu dalle loro picche respinto. Ma egli, che era un capitano valente, fece scendere a terra i suoi uomini d'arme coperti di ferro, e così vinse il nemico. Quando gli Spagnuoli vennero a liberare il loro capitano Consalvo, che era chiuso in Barletta, si fecero loro incontro i Francesi con le genti d'armi e quattromila Tedeschi. Questi con le lunghe picche aprirono subito le file dei fanti spagnuoli, i quali allora, aiutandosi coi brocchieri e con la propria agilità, si cacciarono tra i nemici, tanto da raggiungerli con la spada, e così li finirono. Lo stesso sarebbe avvenuto a Ravenna, dove gli Spagnuoli si cacciarono in mezzo ai Tedeschi, e li avrebbero finiti, se non sopravveniva la cavalleria nemica, contro la quale essi non potevano resistere con uguale fortuna. Occorreva dunque trovare una fanteria armata alla romana, capace di resistere ai fanti come la spagnuola, ma capace anche di resistere alla cavalleria come gli Svizzeri. Ed in questa fanteria bisogna, come facevano i Romani, riporre tutta la forza dell'esercito, perchè la cavalleria è buona a fare scoperte, a correre e guastare il paese nemico, a tenere l'esercito di quello tribolato e sempre in sulle armi, ad impedirgli le vettovaglie; ma nelle zuffe campali decide la fanteria. Il non avere di ciò tenuto conto, fu, ai tempi nostri, la rovina d'Italia, la quale è stata predata, rovinata e corsa dai forestieri, non per altro peccato che per aver tenuto poca cura delle milizie a piedi, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti a cavallo.»[138]
Si viene poi a parlare degli esercizî coi quali deve essere formato il soldato; nè qui il Machiavelli fa altro che imitare Vegezio, descrivendo e raccomandando tutto ciò che facevano i Romani,[139] concludendo che come tali esercizî si potevano fare dagli antichi, «così possono farsi presso di noi, avendosene anche un esempio in molte città tedesche, nelle quali si tengono vivi questi modi, ed ogni abitante decide quali armi preferisce, in quelle viene descritto, e nei giorni oziosi esercitato. Ma non basta educare e formare ciascun soldato per sè; occorre anche ordinarli ed esercitarli insieme. Ogni esercito deve perciò avere come un membro principale, in cui riunire e formare i suoi uomini. I Romani avevano la legione, i Greci la falange, gli Svizzeri hanno i battaglioni, e così dobbiamo fare anche noi.»[140] E quindi, per le ragioni già esposte, egli arma il suo battaglione parte alla greca, parte alla romana; formandolo di seimila uomini, che divide in dieci battaglie, come in dieci coorti era divisa la legione romana, composta, egli dice, di cinque in sei mila uomini.[141] Ogni battaglia è di 450 fanti, 400 dei quali armati gravemente, o sia 100 con le picche, e 300 con lo scudo e la spada. Restano 50 fanti, che sono i veliti, armati alla leggera, con scoppietti, con balestre o simili. Le picche sono nelle cinque prime file, di venti uomini ciascuna; nelle altre quindici sono gli scudi. Ma perchè il battaglione sia da ogni parte difeso contro la cavalleria nemica, s'aggiungono 1500 fanti straordinari, di cui mille armati di picche, e questi si distendono ai lati del battaglione, con 500 veliti, che si uniscono con essi, e formano le ali. Una volta o due l'anno bisogna riunire tutto il battaglione, ed esercitarlo come in tempo di guerra. «L'esercito animoso lo fa non tanto l'essere in quello uomini animosi, quanto l'esservi buoni ordini, perchè se io sono dei primi combattenti, e sappia, sendo superato, dove io m'abbia a ritirare, e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatterò con animo, veggendomi il soccorso propinquo.»[142] Come nei Discorsi il Machiavelli attribuiva una straordinaria efficacia ai buoni ordini politici, e li credeva per sè stessi capaci di dare la libertà e generare la virtù, così nell'Arte della Guerra attribuisce una straordinaria efficacia ai buoni ordini militari, e li crede sufficienti a formare il soldato, ad infondergli valore.
Egli ordina ora la sua battaglia, esponendo le varie forme che può prendere, i vari movimenti che deve fare, descrivendone tutte le evoluzioni assai per minuto. «Importa più che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto, ed è necessario tenerli in queste battaglie, esercitarveli dentro e farli andare forte, o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili senza turbare l'ordine; perchè i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati pratichi, ed ancora che non avessero mai veduti nemici in viso, si possono chiamare soldati vecchi.... Questo è quanto al metterli insieme, quando sono nelle file piccole, camminando. Ma messi che sono, e poi essendo rotti per qualche accidente che nasca o dal sito o dal nemico, a fare che in un subito si riordinino, questa è l'importanza e la difficoltà, e dove bisogna assai esercizio ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio.»[143] Il Machiavelli aveva ragione d'insistere moltissimo sopra di ciò. Gli eserciti erano allora ordinati in maniera, che quando, durante la battaglia, il nemico riusciva ad assalire di fianco, tutto era perduto, per la grande difficoltà di mutar posizione; e così, quando le prime linee retrocedevano, la confusione diveniva subito generale, e non v'era più rimedio.[144] Insistendo sempre sulla necessità di rendere l'esercito mobile e capace di mutare forma istantaneamente, in presenza del nemico, e d'ogni nuovo accidente o pericolo che sorgesse, l'autore dell'Arte della Guerra dimostrava di conoscere quale era il modo più sicuro di migliorare la tattica de' suoi tempi.
Se attentamente si esamina il modo, con cui è formato il battaglione del Machiavelli, apparisce in un punto qualche contradizione. Egli si fonda tutto sulla fanteria, e la vuole armata ed ordinata al modo romano, mobilissima, pronta all'offesa più che alla difesa, nè sembra voler mai far gran conto della cavalleria. Pure non solo copre di ferro i soldati della sua Ordinanza, ma la circonda da ogni lato di picche, perchè possa esser difesa contro gli assalti della cavalleria, ai quali pensa di continuo. Rimprovera anzi alle fanterie spagnuole d'aver troppo poco pensato a questo, onde spesso venivano sbaragliate dai cavalli, sebbene poi nella mischia stretta si rifacessero. Tutto ciò segue, perchè, sebbene egli vedesse chiaro quale era l'avvenire della fanteria, non poteva poi nella pratica negare alla cavalleria una parte almeno di quella importanza grandissima, che nelle guerre d'allora essa continuava ad avere, e quindi il pensiero di difendersi dagli uomini d'arme ricompariva e spesso prevaleva.[145] Questo si vedeva pure nell'ordinamento dei battaglioni svizzeri, che egli tanto ammirava, ed a questo lo induceva ancora il poco conto in cui teneva le armi da fuoco. Messa però da un lato una tal contradizione teorica, è certo che il battaglione del Machiavelli è un vero miglioramento di quello degli Svizzeri, per la sua maggiore articolazione, la sua mobilità e mutabilità.[146] Era tale in fatti che, se non fosse intervenuto il progresso delle armi da fuoco, l'incremento logico e naturale dell'arte militare avrebbe necessariamente portato a seguire la via da lui indicata, e fatte adottare le riforme da lui proposte.[147] Il fucile ed il cannone perfezionati scomposero di poi i battaglioni compatti, obbligando a presentare al nemico masse meno profonde e più estese. Ma ciò avvenne assai più tardi, nè si poteva allora prevedere.