[113]. Discorsi, libro II, cap. XIII, pag. 222. «Mostra Senofonte, nella sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare, considerato che la prima ispedizione che fa fare a Ciro contro il re di Armenia, è piena di fraude, e come con inganno e non con forza gli fa occupare il suo regno.»
[114]. Vedi la lettera nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXVII.
[115]. Nella sua Genealogia e Storia della famiglia Rucellai (Firenze, Cellini, 1861), il Passerini lo dice nato nel 1495, morto circa il 1520. Nelle Curiosità storico-artistiche, invece, lo dice, così a pag. 69, come a pag. 71, morto nel 1519.
[116]. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXVI. Certo le parole De re militari potrebbero accennare anche al libro di Vegezio, che ha questo titolo appunto. Ma il menzionarlo insieme con la Vita di Castruccio fa credere che si tratti dell'Arte della guerra; nè sarebbe presumibile, che, per vedere l'opera di Vegezio, il cardinal de' Medici avesse bisogno di ricorrere al Machiavelli.
[117]. Fu qualche volta supposto a torto, che quest'edizione sia identica a quella del 1529. L'una e l'altra erano nella Palatina e son ora nella Nazionale di Firenze. Infine della prima si legge: «Impresso in Firenze per li Heredi di Philippo di Giunta, nelli anni del Signore MDXXI a dì XVI d'agosto. Leone X pontefice.» Vedi Il Quarto Centenario di Niccolò Machiavelli. Il 21 settembre 1521, il Cardinale Salviati gli scriveva, ringraziandolo d'avergliene mandata una copia, la prima che fosse giunta a Roma. Vedi Appendice, doc. x.
Il Codice 1451, Cl. VIII, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, contiene lunghi frammenti autografi dell'Arte della Guerra. Par che fossero 183 carte, ma ne mancano parecchie, e quelle che restano non sono in ordine. Vanno dal n. 7 al 16, dal 97 al 110, dal 113 al 154, dal 161 al 166, dal 169 al 183. La prima carta n. 7, comincia: «Cosimo. Basterebbe quando io fossi certo, che la occasione.» La carta 176 contiene la fine dell'opera. Le carte dal n. 177 al 183 contengono le tavole, precedute dall'avvertenza esplicativa al lettore. Seguono due carte doppie, non numerate, che contengono aggiunte e correzioni dell'autore. In mezzo a questi frammenti si trova un foglio staccato, certo del tempo, ma non autografo del Machiavelli, che contiene l'alfabeto greco con spiegazioni in latino. Sembra che, avendo bisogno, per indicare la disposizione delle varie parti d'un esercito, di molti e diversi segni, senza i quali non avrebbe potuto formare le sue tavole, e non bastandogli le lettere latine, il Machiavelli ricorresse ad un amico, per avere l'alfabeto greco, che non conosceva abbastanza. E l'amico gli mandò, scritto di sua mano, l'alfabeto, aggiungendo spiegazioni sulle vocali, le consonanti, i dittonghi, ecc. Tale almeno sembra a noi la sola spiegazione plausibile del trovarsi questo foglio, scritto da un'altra mano, ma dello stesso tempo, tra gli autografi dell'Arte della Guerra, nella quale in fatti l'autore si vale più volte delle lettere greche.
[118]. Due persone vennero più specialmente da noi consultate: una di queste fu il signor Max Jähns, noto scrittore di cose militari, maggiore di Stato Maggiore nell'esercito prussiano, autore dell'opera: Geschichte des Kriegswesens von der Urzeit bis zur Renaissance, il quale aveva già nel 1876 pubblicato un suo discorso intitolato: Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht (nella Kölnische Zeitung dell'agosto 1877, n. 108, 110, 112 e 115). A lui rivolgemmo, per mezzo del nostro amico prof. Karl Hillebrand, alcune domande. E la sua cortesia fu grande davvero, giacchè egli ci rispose amplissimamente con uno scritto intitolato: Machiavelli als militärischer Techniker, pubblicato poi nel n. XIII (24 marzo 1881) del giornale, Die Grenzboten für Politik, Literatur und Kunst, che si stampa a Lipsia. Noi professiamo qui al dotto e cortese straniero tutta la nostra più profonda riconoscenza. — Ci rivolgemmo poi ripetutamente al maggiore di Stato Maggiore (ora generale) nell'esercito italiano, signor Valentino Chiala; e dare un'idea della sua cortesia nel rispondere alle continue domande che, durante due anni, gli facemmo, non è assolutamente possibile. Diremo solo, che senza i suoi autorevoli, sempre pronti e cortesi consigli, ci saremmo più volte smarriti nell'esaminar l'Arte della Guerra del Machiavelli. Per grande fortuna della nostra patria, gli ufficiali dell'esercito italiano, come è noto a tutti, uniscono alle qualità più virili dell'animo la più squisita gentilezza e cortesia.
Nel rivolgerci, senza personalmente conoscerli, ai due dotti e cortesi maggiori di Stato Maggiore, l'uno straniero e l'altro italiano, non sapevamo punto che erano del pari ammiratori dell'Arte della Guerra del Machiavelli, e la tenevano in altissima stima, anche giudicandola come lavoro tecnico e militare. Non avendo il maggiore Chiala pubblicato le osservazioni, che espose a noi nelle sue lettere, citeremo alcuni brani di esse, intitolandole: Osservazioni del maggiore Chiala. Speriamo di non offendere la sua modestia, che in lui è pari alla dottrina.
[119]. Il maggiore Jähns, scrive: «Wenn man diese Sätze liest, so glaubt man einen Theoretiker aus unsern eignen Tagen zu hören.» Jähns, Machiavelli als militärischer Techniker, nel fascicolo più sopra citato, Die Grenzboten, pag. 555. L'autore allude a ciò che il Machiavelli scrisse della cavalleria nei Discorsi (lib. II, cap. XVIII; Opere, vol. III, pag. 244), e nell'Arte della Guerra (lib. II; Opere, vol. IV, pag. 239).
[120]. Nel suo discorso, Machiavelli und der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht, più sopra citato, il maggiore Jähns comincia col pregare l'uditorio di sospender l'orrore morale che desta il nome del Machiavelli, giacche «nicht von der sittlichen Haltung des Mannes will ich reden, sondern ich will ihn bezeichnen als den ersten modernen Menschen, dem der Gedanke der allgemeinen Wehrpflicht zum Gegenstände wissenschaftlicher Erwägung wurde.» E poi aggiunge, che il merito attribuito al Machiavelli come fondatore della scienza politica, gli si può attribuire del pari nelle cose militari. «Dies gilt auch von den militär-politischen Ideen Machiavelli's. Sie zeichnen ihn als einen die Zeitgenossen hoch überragenden Geist, welcher die schweren Gebrechen des damaligen Kriegswesens erkannte, und die Mittel angab, sie zu heilen.» Vedi il principio del discorso nella Kölnische Zeitung.