[208]. Vedi A. D'Ancona, Origini del teatro in Italia; Ruth, Geschichte der italienischen Poesie (Leipzig, 1847, volumi due), opera che ha vero merito, ed è poco citata, ma spesso saccheggiata; Karl Hillebrand, Études historiques et littéraires: Paris, Franck, 1878. Vedi anche L'imitazione classica nella Commedia italiana del secolo XVI, del dott. Vincenzo De Amicis, negli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (vol. II: Pisa, Nistri, 1873); Arturo Graf, Studî drammatici (Torino, Loescher, 1878), nei quali discorre anche della Mandragola. Molte notizie si trovano nell'opera del Klein, Geschichte des Drama's, che nel vol. IV (Leipzig, 1866) comincia a trattare del teatro italiano. Essa è però così diffusa e confusa, e (per non parlare della forma stranissima) unisce a notizie utili tanto materiale eterogeneo, che riesce difficile valersene con profitto. Vedi anche i due ultimi volumi (Londra, 1881) dell'opera del Symonds, Renaissance in Italy.
[209]. Vedi Atto I, sc. I. Il comico Alexis scrisse una commedia intitolata: Mandragorizomene, la donna che fa uso della mandragora. I cinque frammenti che ne restano, non danno però modo di conoscerne il soggetto e l'intreccio, benchè si veda che trattavasi di fatti amorosi. Gli antichi ed i moderni han sempre attribuito virtù miracolosa alla mandragora, che, appunto pel suo potere magico in casi d'amore, era dai Greci chiamata radice circea, e greco è il nome stesso, mandragora. Apollodoro (lib. III, cap. XV) riferisce una favola, in cui ne è dimostrata la virtù in casi d'amore, ma essa non ha relazione con la commedia del Machiavelli, il quale apprese le virtù della mandragora o mandragola dalle superstizioni popolari, orali e scritte, che correvano allora e corrono anche oggi fra i popoli latini e germanici.
Il prof. De Gubernatis, prima nella sua Storia del teatro drammatico italiano (parte IV, cap. I, Milano, Hoepli, 1883) e poi nelle sue lezioni di letteratura (nel volume che ha per titolo Niccolò Machiavelli: Frascati, 1907, a pag. 175 e segg.) ha esposto l'ipotesi che il titolo ed il concetto della Mandragola siano stati suggeriti dalla Mandragorizomene del comico Alexis, commedia della quale, lo abbiamo già detto, ci restano solo alcuni frammenti. Come nella commedia, ora perduta, delle Maschere, noi sappiamo, che il Machiavelli, per consiglio di Marcello Virgilio Adriani, imitò Aristofane, così nella Mandragola, secondo il De Gubernatis, per consiglio dello stesso Adriani, avrebbe imitato Alexis. Se non che della imitazione nelle Maschere ci dette esplicita notizia Giuliano de' Ricci, della imitazione nella Mandragola nessuno degli antichi parlò mai. Primo a parlarne fu il De Gubernatis, ma la sua ipotesi non venne, che io sappia, accettata da nessuno; alcuni la respinsero esplicitamente. Egli fu confortato ad esporla dall'avere trovato nei Mss. dell'Adriani ricordato il nome dell'Alexis. Ma ciò è troppo poco per poter dimostrare che l'Adriani conobbe la commedia greca e che ne parlò al Machiavelli. Il De Gubernatis ha esaminato i pochi frammenti che ci restano della Mandragorizomene e, sebbene non bastino a dare un'idea nè del soggetto, nè dell'intreccio, ha creduto di scorgervi qualche vaga somiglianza con alcuni brani della Mandragola. Tutto questo a noi par troppo poco per trarne qualche conclusione sicura. Non crediamo provato che il Machiavelli avesse notizia della commedia greca e che da essa prendesse il titolo della sua Mandragola, parola allora di uso comune in Italia. Questa è la ragione per la quale non possiamo accettare la ipotesi, con diligenza e persistenza, sostenuta dal prof. De Gubernatis.
[210]. Su quella data si è recentemente disputato dal Borgognoni (Domenica letteraria, anno 1882, n.º 46), dal Medin (ibid., n.º 43 e nel Giornale storico della letteratura italiana, II) e da U. G. Mondolfo (nello stesso Giornale, XXIX, pag. 115). Anche G. Mondaini si è occupato della questione in un suo scritto Il Machiavelli comico, pubblicato nel fasc. LXXXVIII del Pensiero Italiano di Milano (marzo 1898). Egli crede col Medin che la commedia sia stata scritta nel 1513. Anche il Tommasini, nel vol. II del suo libro, si è molto occupato di questa questione. In conclusione riman confermato che la Mandragola non può essere stata scritta prima del 1513, nè dopo dell'aprile 1520. Ma l'anno preciso non risulta chiaramente dimostrato.
[211]. ... «in Nicia praesertim comoedia, in qua adeo iucunde vel in tristibus risum excitavit, ut illi ipsi ex persona scite expressa, in scaenam inducti cives, quanquam praealte commorderentur, totam inustae notae iniuriam, civili lenitate pertulerint: actamque Florentiae, ex ea miri leporis fama, Leo pontifex, instaurato ludo, ut Urbi ea voluptas communicaretur, cum toto scenae cultu, ipsisque histrionibus Romam acciverit.» Elogia doctorum virorum, authore Paulo Jovio. LXXVII. Nicolaus Macciavellus: Antverpiae, apud I. Bellerum, 1557.
[212]. Questa lettera trovasi fra le carte del Machiavelli, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. LXXXIX. In essa, fra le altre cose, il Della Palla scrive da Roma al Machiavelli, che trovò il Papa molto ben disposto verso di lui, e favorevole a fargli aver qualche commissione per iscrivere o altro. Questo Battista Della Palla, ora così nelle buone grazie del Papa, è lo stesso che poi cospirò contro i Medici.
[213]. Un esemplare di questa edizione trovasi nella Marciana di Venezia, CXXXIII, B 8-48010. Esso non ha data, ma è legato con un'altra commedia chiamata Aristippia, che è del medesimo sesto, caratteri, carta, divisione delle parole, numerazione, ecc., ed ha la data di Roma 1524, nel mese di agosto. Perciò anche l'edizione della Mandragola fu dal Gamba e da altri giudicata del 1524. Il titolo è: Comedia | facetissima | intitolata | Mandragola | et recitata in Firenze. Questa edizione romana fa supporre l'esistenza di qualche edizione fiorentina più antica. Nella Biblioteca Nazionale di Firenze trovasi infatti un esemplare di altra edizione antica, in-8, tra i libri della Magliabechiana (K. 7. 58). Esso è mancante delle carte 1 e 4, ed è descritto nel Catalogo del Fossi (vol. III, col. 105), il quale, esaminando la carta, in cui si vede un giglio, crede che l'edizione sia fiorentina. Il Brunet la dice della fine del secolo XV o dei primi del XVI, e conchiude: «Elle doit être la première de l'ouvrage.» Del secolo XV, in ogni caso, non può essere.
[214]. Opere, vol. V, pag. 72. Queste parole dimostrano chiaro, che egli scriveva, quando era già fuori d'ufficio.
[215]. Opere, vol. V, pag. 73.
[216]. Atto III, scena III.