[227]. In fatti la quarta scena del quarto atto è quasi letteralmente tradotta dalla seconda del terzo della Casina. La quinta è in parte tradotta anch'essa dalla terza del terzo atto della Casina, e così la sesta dalla quarta, la settima dalla quinta. Anche il soliloquio, nella scena ottava del quarto atto della Clizia, è imitato dalla prima scena dell'atto quarto della Casina. Il Machiavelli ha aggiunto di suo l'intero primo atto, il secondo, salvo l'ultima scena, e le quattro ultime scene dell'atto quinto. Tutto il resto è, più o meno, imitato o tradotto da Plauto. Merita di essere qui ricordato un lavoro di G. Tombara, Intorno alla Clizia di Niccolo Machiavelli: Rovigo, 1895. L'autore fa un diligente esame della commedia, di ciò che è in essa d'imitato o di originale. Ma io non so vedervi l'alto concetto filosofico che egli vi trova, e che, in ogni caso, alla commedia come commedia, riescirebbe, anche secondo lui, più di danno che di vantaggio.
[228]. Anch'io su di ciò m'ingannai. Fu l'Arlia che, primo, dimostrò essere il Lasca l'autore della Commedia. V. Una farsa del Lasca attribuita al Machiavelli, nel Bibliofilo, 1886, pag. 74. Il Polidori ne aveva già messo in dubbio l'autenticità, senza però addurne ragioni, aggiungendo anzi non esservi in essa cosa «per la quale non potesse aggiudicarsi al commediografo fiorentino.» V. anche Gentile, Delle Commedie di A. Grazzini, detto il Lasca, a pag. 49. Pisa, Nistri, 1896. Estr. dagli Annali della Scuola Norm. Sup. di Pisa, 1896. Questo lavoro, pubblicato, quando già era stampata la seconda edizione del presente volume, mi pervenne assai tardi, e da esso ebbi notizia del breve articolo dell'Arlia. Corressi così, come meglio potei, l'errore, nelle sole copie non ancora messe in vendita.
[229]. Il Polidori ricorda che questo Barlacchia o Barlacchi era un pubblico banditore in Firenze, e suppone (cosa poco probabile) che il Machiavelli ne assumesse il nome, quasi a dire di se stesso, che nelle commedie egli era un pubblico banditore dei vizi de' suoi concittadini. Vedi la citata prefazione alle Opere Minori del Machiavelli, pag. XIII; la nota in fine della commedia, a pag. 586, e la descrizione del codice strozziano, a pag. 415 dello stesso volume. Il prof. Hillebrand, invece, dice che la parola recensui qui significa rividi, e Barlacchia, secondo lui, vuol dire solo imbecille, tale essendo infatti l'uso volgare della parola barlacchio o barbalacchio, ed il Machiavelli avrebbe per semplice capriccio assunto un tal nome (Hillebrand, Études, etc., pag. 352, nota 1). Ma questa è un'altra ipotesi. Discorrendo delle feste e rappresentazioni fatte dalla Compagnia della Cazzuola in Firenze, il Vasari ricorda il Barlacchi come uno dei piacevoli uomini di quel tempo. Vite, ecc., vol. XII, pag. 16. Il Barlacchia in fatti era uno spirito bizzarro, che fu tra coloro che recitarono a Lione la Calandra del Bibbiena. Dalle più recenti ricerche risulta che la Commedia in versi è dello Strozzi. Il Pintor in un notevole articolo, che citiamo a pag. 170 sostiene che le parole Ego Barlacchia recensui sono scritte scherzosamente dal Machiavelli, come per dire che quella Commedia fu recitata dal Barlacchia, sebbene però non vi sia nessuna prova che la Commedia sia stata veramente recitata da lui o da altri.
[230]. Atto I, scena V.
[231]. Atto II, scena V.
[232]. «The latter we can scarcely believe to be genuine. Neither its merits, nor its defects remind us of the reputed author.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 88.
[233]. V. nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XXXIX, 1º semestre del 1902, pag. 103, l'articolo del prof. Pintor Ego Barlachia recensui. Egli, ricorda a questo proposito le ricerche di A. Salza, di P. Terrieri e di V. Rossi, che fu il primo a supporre che la Commedia in versi fosse dello Strozzi.
[234]. Diamo qualche esempio. Panfilo (Atto I, scena V), parlando di Cremete, che prima gli negava ed ora vuol dargli la figlia, s'è insospettito e dice: Aliquid monstri alunt. Il Machiavelli traduce alla lettera: Nutriscono qualche mostro, il che non si capisce. Il Cesari traduce assai meglio: Qualche diavoleria ci deve esser sotto. Più oltre si parla di Miside, la quale laborat e dolore, il che vuol dire in quel luogo, che essa ha le doglie del parto, ed il Machiavelli traduce semplicemente: la muore di dolore. Il servo Davo (Atto II, scena III) consiglia a Panfilo di fingere co' suoi di voler sempre la ragazza, perchè così avrà modo di continuare lo sue cattive pratiche. Se invece dichiara di non volerla, essi per distorlo dalle male pratiche, gli cercheranno un'altra sposa e gliela troveranno, sebbene egli sia povero, perchè la cercheranno senza dote. Certo è, così dice Davo, che Cremete non ti darà la sua figlia, e tu avrai modo di continuar le tue pratiche: nec tu ea causa minueris — Haec quae facis. Il Machiavelli traduce: Nè tu per questa cagione ti rimarrai di non fare quello che tu fai, il che è assai men chiaro della traduzione del Cesari: non fia bisogno che voi vi leviate dalla vostra pratica. Quanto poi al dire, così continua il servo, che non ne troveranno altra, perchè nessuno darebbe moglie ad uno che è nella tua condizione, questo si smentisce facilmente, perchè tuo padre te la darà povera, piuttosto che lasciarti continuare in una vita contraria al buon costume. Nam quod tu speras, propulsabo facile: uxorem his moribus — Dabit nemo. Inopem inveniet potius quam te corrumpi sinat. Il Machiavelli traduce: E facilmente si confuta quello che tu temi, perchè nessuno darà moglie a cotesti costumi: ei la darà piuttosto ad un povero. Qui c'è inesattezza ed oscurità. Non si capisce facilmente che cosa significhi: dar moglie a cotesti costumi. Le altre parole non traducono l'originale. Il Cesari traduce: Imperocchè quanto alla vostra speranza di dire: nessuno darebbe moglie a un mio pari, ve la getto a terra con un soffio. Vostro padre ve ne troverebbe una senza dote, piuttosto che lasciarvi andare a male così. V'è certo affettazione, ma anche maggiore chiarezza e precisione.
[235]. Moreni, Annali della tipografia del Torrentino, pag. 19 (Firenze, Francesco Daddi, 1819), e così pure altri scrittori.
[236]. V. Il Priorista, Quartiere S. Spirito, a carte 160t.