[340]. Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è, egli dice, neppure un inciso che si possa dire imitato o tradotto. Che il discorso del Machiavelli ricordi Sallustio è un'osservazione già fatta da altri altre volte. Il Ranalli (Ammaestramenti di letteratura, vol. III, pag. 345 e segg., Firenze, Le Monnier, 1862) riproduce i due discorsi l'uno accanto all'altro, osservando che «leggendo il Machiavelli.... si sente.... che si recò alla memoria la feroce orazione che in Sallustio volge Catilina, ecc.». E quasi per rispondere anticipatamente alla osservazione del Tommasini aggiunge: «diresti che tutto quel furore d'eloquenza turbolenta gli si travasasse nella mente, e tuttavia nessun vestigio d'imitazione si scorge». E quanto allo spirito pagano che io ho trovato nel discorso, si faccia attenzione alle parole: «nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire»; ed a quelle che seguono poco dopo: «e della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e della carcere, non può nè debbe quella dell'inferno capere.» Esse ricordano quelle già tante volte ripetute nel Rinascimento — che bisogna preferire la salute della patria alla salvezza dell'anima. — E così le une come le altre non sono certo espressione di spirito cristiano. Senza ammettere il rivivere dello spirito pagano nel Rinascimento, non è possibile farsi un'idea chiara di quell'epoca. Ma questo è ben diverso dal «rivendere il Machiavelli per idoleggiatore del Paganesimo, come se tornare al Politeismo fosse possibile» (Tommasini, II, 704).

[341]. Opere, vol. I, pag. 165-7.

[342]. Opere, vol. I, pag. 173-4.

[343]. Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al Tumulto dei Ciompi, si legga il bel lavoro pubblicato con questo titolo dal prof. Carlo Falletti Fossati nel vol. I delle Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori in Firenze (Sezione di Filosofia e Filologia): Firenze, Successori Le Monnier, 1875. Una 2ª ediz. ne fu pubblicata a Siena, nel 1882. Nel cap. IV, § III, l'autore narra il fatto di ser Nuto, secondo autentiche relazioni edite e inedite, e viene alle medesime nostre conclusioni. Vedi anche Corazzini, I Ciompi, Cronache e Documenti: Firenze, Sansoni, 1888.

[344]. Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di Michele di Lando, e meno ancora approva l'allusione al Valentino. Il Machiavelli afferma che Michele di Lando, per evitare gli eccessi di una rivoluzione, e dare in qualche modo sfogo all'ira dal popolo, lo spinse a trucidare ser Nuto bargello, e indirettamente lo loda di avere così evitato un male maggiore. Ora nessuno dei cronisti o storici contemporanei (come lo stesso Tommasini ne conviene) attribuisce questo atto a Michele. Esso, può ben dirsi, è pura invenzione del Machiavelli; e somiglia molto a ciò che egli disse del Valentino quando fece ammazzare Ramiro d'Orco. Il Machiavelli, che spesso è insuperabile nell'indagare lo spirito e le leggi della storia, non è sempre sicuro nell'affermazione dei fatti particolari e minuti, come, a cominciare dall'Ammirato, fu più volte osservato e provato coi documenti, come più volte abbiamo avuto occasione di provare anche noi.

[345]. Opere, vol. I, pag. 177-8.

[346]. Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti nel lavoro più sopra citato.

[347]. Abbiamo più sopra citato le rubriche.

[348]. Vedi Machiavelli, pag. 180, e Aretino, edizione italiana, pag. 478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A., pag. 490; M., pag. 184, e A., pag. 491; M., pag. 186, e A., pag. 491; M., pag. 188 e 189, e A., pag. 506; M., pag. 192, e A., pag. 566. Qui il Machiavelli si è qualche volta valso anche di altri storici, e lo accenna egli stesso a pag. 193. Fra questi storici bisogna porre la Cronica di Piero Minerbetti, che va dal 1385 al 1409.

[349]. Opere, vol. I, pag. 191.